Super Rando Fausto Coppi – 27, 28, 29 giugno 2008

Mezzo chilo di pasta in due, sbafato alla veloce venerdì nel tardo pomeriggio prima di partire in fretta e furia per Cuneo: comincia così, per Claudio e per me, l’avventura della Super Randonnée Fausto Coppi 2008.

Il percorso della Rando, in origine, prevedeva i colli Lombarda, Bonette, Vars, Izoard, Agnello, Sampeyre, Fauniera, più la Madonna del Colletto, 440 km per oltre 13.000 m di dislivello: perfetto per due appassionati di salite come noi. Pochissima pianura, il minimo indispensabile. Purtroppo, a causa dei disastri meteo di inizio giugno, gran parte delle strade che la Rando avrebbe dovuto percorrere sono state chiuse per frane & affini ed ancora oggi non sono praticabili. Così, l’inesauribile (e perversa) fantasia di Ivano Vinai, il boss della manifestazione, ha partorito una serie di itinerari alternativi; alla fine, il prediletto è stato quello che segue: Cuneo, colli Lombarda, Bonette, Vars, Izoard, Monginevro, Sestriere, poi giù a Pinerolo, Bricherasio, Bibiana, Bagnolo, Barge, Colletta di Barge o di Paesana che dir si voglia, Castellar, Pagno, Colletta di Isasca, Sampeyre, Colle di Sampeyre, Dronero, Montemale, La Piatta, Caraglio, Cuneo. 510 km, poco più di 10.000 m di dislivello: in teoria, meno duro del precedente, ma, per i miei gusti… Solo in teoria!

Claudio ed io arriviamo a Cuneo alle otto meno un quarto; ritiriamo i numeri di gara e poi prepariamo con attenzione tutto l’armamentario: luci, cibarie, indumenti da portare via. Sono titubante: lo porto, lo zaino, o no? Le previsioni meteo dicono che farà bello; non è il caso che mi scarrozzi l’abbigliamento invernale; potrei anche far stare tutto nel borsello sottosella e nella borsa da manubrio, oltre che nelle tasche della maglia. Uhm… Però così non mi sento troppo tranquilla. Non saprei dove mettere il copertone di ricambio… E non posso pensare di partire senza copertone di ricambio! E’ una mia fissa… In qualche caso è già servito! Pensa e ripensa, alla fine opto per lo zaino. Cerco di smistare una parte del peso nel borsellone sottosella, preso nuovo per l’occasione: Ci metto due camere d’aria, le levette, un paio di gel, nonché l’indispensabile rotolo di papier de cul. Nello zaino, il copertoncino, la giacca GoreTex, i guanti invernali, il road book, i documenti, il telefono, più una quantità vergognosa di barrette, gel energetici e sacchettini di miele Ambrosoli. Cavoli, lo sapevo, ho dimenticato di fare i panini… Amen, troppo tardi, sarà per la prossima volta. Osservo Claudio per vedere come si prepara lui: chissà che non mi venga in mente qualcosa di fondamentale che ho dimenticato. Intanto, si avvicina un fotografo di Cicloturismo che chiede di poter fare qualche foto a noi due ed al mezzo: “Fate come se io non ci fossi”… Agli ordini!

Ci avviamo verso la piazza Galimberti, dove troviamo subito qualche volto noto: Franco, Graziano, Marco. E poi c’è Ivano, The Boss, che impugna il megafono e, con espressione truce, prende subito la parola per aggiungere un po’ di terrore alla nostra preoccupazione. Non è cattivo, è che lo disegnano così! I controlli, i ristori, le minacce di morte tra atroci tormenti per chi osasse anche solo pensare di tagliare il percorso. Ok, vabbuò, vediamo di partire, che qui mi viene l’angoscia! Sono quasi le nove: ci raduniamo tutti sotto l’arco di partenza, attorniati dagli sguardi curiosi di tanti che ci osservano come bestie rare; flash di fotografi, motori che si accendono, pronti via. Adoro le partenze delle randonnée: tranquille, rilassate, come turisti in gita. In fondo, è quel che siamo: con un tempo massimo così generoso, 44 ore, possiamo permetterci di viaggiare pacifici.

Quasi non credo a quel che sta succedendo. Auto e moto di scorta tutelano il gruppone: dico, “Dopo Cuneo ci molleranno al nostro destino”… “Dopo Borgo ci molleranno al nostro destino”… Invece no, ci scortano ancora, Gaiola, Moiola, Demonte, fino a Vinadio! Si viaggia ad una velocità controllata che finalmente, per la prima volta da quando frequento il bel mondo delle GF e delle rando, è controllata sul serio! Se riesco persino io a non perdere le ruote del gruppo, vuol dire che stiamo procedendo ai 20-25 km/h, non di più. Un bacio in fronte a chi ha deciso ciò! La scorta ferma il traffico che arriva in senso contrario, con gran frastuono di clacson e sirene; passiamo noi, i matti della Super Randonnée, tutti fermi! E infatti i veicoli che arrivano dalla Valle Stura si accostano tutti a bordo strada, non so se per prudenza o per improvviso terrore alla vista di un esercito di pazzi furiosi! Però, un calore che non mi aspettavo: qualcuno si sporge e chiede da dove arriviamo, dove andiamo; qualche camionista suona e saluta divertito dai finestrini. In fondo, non è così grave il disagio che creiamo: un centinaio di ciclisti sfila via in fretta!

Riesco anche a scambiare quattro chiacchiere con i miei vicini di pedalata, cosa che mai e poi mai, di norma, su questo tracciato, riuscirei a fare se mi toccasse inseguire: il tratto tra Cuneo e Vinadio è un interminabile falsopiano che mi fiacca regolarmente le gambe e lo spirito. Per fortuna, se qualcuno resta indietro, la scorta se ne accorge ed adegua l’andatura al più lento, cioè a me; pazienza se il resto del mondo mi maledice: io a Vinadio arrivo bella fresca!
Ormai è notte, mi tocca accendere la luce anteriore, anche se finora ho viaggiato “a scrocco” delle luci altrui. A Vinadio c’è il primo punto di controllo, piazzato lì per impedire che qualcuno, alla partenza da Cuneo, se ne andasse alla chetichella a dormire e ripartisse l’indomani. Bisognava essere a Vinadio entro le ore 24: siamo perfettamente in tabella; ha appena fatto buio!

Timbro e riparto: uno dopo l’altro, alla spicciolata, ci avviamo verso la prima salita, la Lombarda. L’incrocio è presidiato più di una banca: svoltiamo in tutta sicurezza e via. Io metto subito il rapporto più morbido, 34×29: lo terrò per quasi tutta l’ascesa, con l’unica eccezione dei punti in cui la strada è piatta o quasi. So che, per la singola salita, è eccessivo: ma l’ordine è risparmiare la gamba, il più possibile. Mi attendono tante salite, tante ore, poco sonno. Fare il galletto qui, vuol dire pagarla carissima più avanti. Ormai mi conosco… Il gruppone lentamente si sgrana. Qualcuno si ferma alle prime fontanelle, molti mi sorpassano e vanno avanti. Io mi sforzo di girare le gambe molto ma molto più piano di quel che mi sentirei: non è facile, ma, concentrandomi, prendo il ritmo giusto. Scambio qualche parola qua e là, ma non ci tengo a far la salita in compagnia: a costo di risultare antipatica, in queste circostanze ho bisogno di solitudine, per impostare il passo giusto, per sentire il cuore che dopo lo sforzo iniziale si calma e batte piano, che quasi non si sente, per tirare su il naso e guardare il cielo, senza luna ma con una miriade di stelle come si vedono solo dalle montagne. La valle della Lombarda all’inizio è molto stretta, incassata; poi, pian piano che si sale, il tappeto di stelle è sempre più esteso, luminoso, bellissimo. Ed è suggestivo vedere tante lucine, su in alto, in successione, a disegnare la serpentina dei tornanti adesso che la strada non si può vedere. Mamma mia, c’è qualcuno che è già lassù… Fenomeni!
Sono contenta, ho cominciato bene, benché di solito la prima salita sia quella che patisco di più, Lo zaino pesa ma non troppo, la bici cigola come al solito ma non troppo. Attacco bottone con un ciclista reduce dalla Sicilia No Stop, che mi racconta le disavventure patite laggiù per il vento violentissimo e per il caldo: beh, anche qui il caldo non scherza! Siamo quasi a quota 2000, di notte, ed io sto salendo in maniche corte… Di tanto in tanto, un po’ di vento porta un brivido sulla pelle, ma è solo un momento. Ci sono le auto dei corridori assistiti che salgono, c’è persino qualche auto che scende dalla Francia, a quest’ora!
Alla fine del tratto pianeggiante, circa a metà strada, volto lo sguardo verso il pianoro e mi sembra di vedere, nel buio, grosse chiazze chiare: ma sono massi o… No, non sono massi, sono mucche! Decine di mucche pigramente ronfanti sul prato, che ci guardano con occhio assonnato e dubbioso… Chissà cosa pensano di noi? E’ un attimo, attraversiamo il ponte sul torrente e riprendiamo la salita, quella vera. Illustro al mio compagno di viaggio il tracciato: due o tre tornanti, brevissima discesa, poi bivio, poi 8 km alla cima, ma gli ultimi sono proprio facili. Ormai, qui, la mia bici potrebbe andar su da sola, tante sono le volte in cui ho calcato questa strada.
Dopo il bivio, ultimo tratto di salita nel bosco: guardo in basso, dall’altro lato della valle; ci sono ancora innumerevoli lucine che avanzano piano nella notte. Beh, Gian, non stai mica andando così male! Se hai ancora tutta questa gente dietro… Però non ti gasare, non fare fesserie, che qui non sei nemmeno all’inizio. Calma e gesso. Riprendo la salita e la chiacchiera, racconto ed ascolto racconti, mentre pian piano il gruppetto in cui mi trovo esce dal bosco, arriva ai laghetti ed al tratto finale, fatto di strappetti secchi e tratti in piano. Ecco, il colle è laggiù, dove ci sono tutte quelle luci che, credo, sono le auto al seguito. Incredibile… Siamo ormai alla quota del colle, oltre 2.300 m, e non fa ancora freddo. Per la discesa, però, meglio vestirsi, e bene, anche. Sono pur sempre 22 km in una valle profonda, incassata, in cui l’aria è spesso gelida anche di giorno. Indosso la giacca GoreTex ed i guanti invernali, approfittando delle luci di un’auto ferma; non metto né gambali né fascia per le orecchie, perché… Li ho dimenticati! Imbecille… Vabbuò, speriamo che non faccia troppo freddo. Giù in discesa: freni tiratissimi, molto peggio del solito, perché il buio mi toglie anche quel poco di senso dell’equilibrio che ho di norma. Mi sento tremendamente precaria sulla bici… Per fortuna, alla prima curva, si affianca un ciclista che mi chiede se io sia Giancarla, quella che ha fatto la RATA: sì, però ci ho partecipato, non l’ho finita… Anche lui, tempo fa, si è cimentato nell’avventura, con risultato decisamente più concreto del mio. Mi racconta qualche aneddoto, poi va. Io procedo a passo d’uomo fino a Isola 2000, dove poi la strada diventa ampia e facile: lì, lascio andare la bici appena un poco, pur titubante. E già il sonno fa la sua comparsa. No, non è possibile, porcaccia miseria, se ho già sonno qui, come faccio a resistere fino a domenica? Mi prende un misto di rabbia e preoccupazione. Mi sorpassa un ciclista con l’auto al seguito, che sta incollato a due dita dalla vettura e sfrutta la luce dei fari: non è lecito farsi scortare in discesa dalla propria auto di assistenza… Ma in fondo quella non è mica la mia! Peccato che, nel giro di trenta secondi, io sia già anni luce indietro… Mi sforzo di scacciare il sonno, provo a scuotere la testa, a contare ad alta voce, peggio, a cantare… E intanto guardo ansiosa i cartelli che indicano i km mancanti ad Isola. Impiego un’eternità, ma alla fine eccomi giù.

Sosta tecnica ai bagni pubblici: ormai potrei tracciare una mappa dettagliatissima dei servizi pubblici lungo i miei giri! Meglio di un GPS! Poi riparto e comincio a mangiare qualcosa, una barretta ed un gel. Mi attendono 15 odiosi km di falsopiano in salita fino a St Etienne de Tinée: coraggio Gian, s’ha da fare. Mi avvio, pian piano, sapendo che soffrirò, arrancherò, sbufferò come un vecchio catorcio e me ne devo fare una ragione. In preda al sonno, mi metto le cuffie nelle orecchie e via, musica a tutto volume: tanto son da sola, non devo fare conversazione. Km dopo km, l’agonia finisce abbastanza in fretta: tutto sommato, ho sofferto meno adesso, di quando percorro questo tratto durante il giorno! Sarà che è notte fonda, fa fresco, quasi non s’è traffico di auto. La rampa di St Etienne, la breve discesa nel paese, poi finalmente inizia lei, il mostro sacro, la Bonette!

La Bonette di notte… Se di giorno questa è una splendida salita, di notte è davvero impagabile. Anche qui, mi impongo un ritmo da carro funebre fin dal primissimo metro. Rapportino ed andatura appena sufficiente a tener la bici in piedi. Mangio un’altra barretta ed un po’ di miele; per adesso, la salita basta a scacciare il sonno. E poi c’è sempre la musica a farmi compagnia. Per adesso, sono davvero sola: ormai i più veloci sono lontani; nelle retrovie restiamo in pochi. Però, qualcuno c’è, nei dintorni, poco avanti o poco dietro: vedo le auto al seguito che vanno e vengono, vedo le lucine poco avanti o poco indietro rispetto a me. Però non me ne curo, non sono in fuga né all’inseguimento, mi godo la strada che al buio sembra tutta nuova, tutta una sorpresa anche se l’avrò già percorsa mille e mille volte. Il bivio sul ponte, poi il ponte di ferro, poi Le Pra con la brevissima discesa, poi l’abitato di Bousieyas: nella piccola piazzetta, qualcuno approfitta delle sedie del bar per schiacciare un pisolino. Passate le case, mi sembra di vedere un cielo un po’ meno nero: non è la luce del paese… E’ proprio il primo accenno dell’alba! Sì, non c’è dubbio, guardando bene, si vedono i contorni delle cime che pian piano si staccano, nere, dallo sfondo del cielo. La strada ora sale a tornanti in mezzo ai prati; le lucine sono sempre meno evidenti; appena possibile, spengo la mia, per godermi questa strana atmosfera. Fa un po’ più freddo adesso; mi fermo un attimo per indossare almeno il gilet, onde evitare di prendere aria sul petto ed alla gola, poi riprendo la marcia. Questo punto della salita mi è sempre indigesto: dopo quel che resta delle case di Camp de Fourches, mancano 7 km alla cima, 6 al colle per noi che arriviamo solo fin lì; però sono km insidiosi, duri, soprattutto interminabili, perché La Bonette si vede laggiù, pare di toccarla, e invece ad ogni curva si scopre un altro lunghissimo tratto di strada da percorrere, e poi un altro e un altro. Con pendenza, per giunta, irregolare. Affronto con rispetto religioso metro dopo metro, mangiando ancora un po’ di miele. E’ una bella scoperta, il sacchettino Ambrosoli con il tappino che si riavvita: ottimo il miele, praticissima la confezione. E intanto è l’alba: la punta tonda della Bonette è già rosa, pian piano la luce scende giù lungo il fianco pelato della montagna, luce limpida, violenta, preludio ad una splendida e calda giornata. Arrivo su appena prima rispetto a due compagni di viaggio; ci sono, ferme, le auto delle scorte personali, per chi si è concesso questo lusso. I piloti, dentro al calduccio, ronfano beati.
Mi maledico un’altra volta per aver dimenticato i gambali: mi attendono 24 km di discesa gelida! Ahimè, non posso farci nulla: parto e spero in bene. Purtroppo, né la soddisfazione per aver fatto una buona salita, né il freddo bastano a vincere il sonno, che arriva, subito, puntuale come la morte, fin dai primissimi km. Cavoli, stavolta è brutto davvero. Freno disperatamente, ma mi rendo conto che non riesco a mettere a fuoco la strada, le curve; non riesco, so che gli occhi vedono l’asfalto, ma è come se il cervello rispondesse in ritardo, o non rispondesse affatto. Per ben due volte devo correggere la traiettoria con un movimento di soprassalto… Gli occhi sono aperti, ma è come se per un attimo i comandi non arrivassero a destinazione. Mi fermo, d’emergenza, due minuti, chiudo gli occhi appoggiata ad una roccia e li riapro subito; proviamo, dai, ancora una volta. Rimonto in sella, altri due o tre km, ma non c’è proprio niente da fare, sto per addormentarmi. Addocchio una canaletta di scolo a bordo strada, sembra fatta apposta: appoggio la bici alla bell’e meglio, piazzo lo zaino a mo’ di cuscino e mi sdraio lì. Piombo nel sonno, ma pochi minuti; nel frattempo, mi pare di sentir passare qualche bici, ma non so se sia sogno o realtà. Mi rialzo un po’ rintronata e un po’ congelata, raccatto i miei stracci e riparto: porcaccia miseria, proprio quel che volevo evitare l’ho dovuto fare, fermarmi nella discesa più fredda! Sono mezza ibernata quando arrivo a Jausiers, tant’è che non mi fermo per svestirmi. Percorro un paio di km verso La Condamine, poi levo la giacca e riparto. Nel paese, altra sosta per riempire le borracce alla fontana: incredibile, stanotte ho bevuto come una spugna! Fa caldo, c’è poco da fare… Altri due randonneurs a caccia di acqua seguono il mio esempio, mentre io riparto verso la terza salita, il Vars. Sono 16 km, i primi quasi pianeggianti fino a St Paul sur Ubaye: anche qui, un falsopiano che odio. Ci sono un paio di semafori piazzati lì per i lavori: ovviamente, li ignoro e tiro dritto, da buona italiana. Chi cappero vuoi che passi di qui a quest’ora del mattino?
Arrivano le prime titubanze, le gambe un po’ stanche, soprattutto la sensazione di aver fame ma nessuna voglia di masticare. Ecco, ci risiamo, questo è un problema che mi porto dietro da un po’, quest’anno. Proprio io che, di norma, quanto a mangiare sono paragonabile ad un cassonetto dell’immondizia, e più o meno come peso ci somiglio anche! E poi, altro problema ben peggiore, il piede. Il piede destro, che fa male nella parte inferiore, subito sotto l’alluce, e di lato, appena sotto il “mignolo”. E’ una settimana che fa male ogni volta che indosso le scarpe da bici: soprattutto in salita, quando pesto sul pedale, e peggio che mai in fuorisella, fa un male ignobile! Infatti adesso comincio a vedere le stelle… Cerco di cambiare posizione del piede, di spingere più sull’alluce, o decisamente più con il piede sinistro; il sollievo c’è ma è di breve durata. Calma Gian, niente panico: adesso arrivi su, con calma, ti fermi al ristoro mezz’oretta, mangi, ti rimpinzi e ti fai una busta di antiinfiammatorio. E vedrai che passa tutto.
La luce del primissimo mattino illumina la valle: peccato solo che ci sia un po’ di foschia… Però è splendido, tutto qui è bellissimo, come sempre. Mi sento un po’ a casa mia, in fondo queste sono le mie strade! Raggiungo un collega che sembra faticare un po’; lo incoraggio, lo aspetto rallentando un poco quando resta indietro: chiacchieriamo, mi dice che è di Udine, che si è fatto sei ore d’auto e che è contentissimo d’essere qui, come tutti del resto, almeno credo. Beh, no, a questo punto, forse, qualche pentito già c’è! Gli ultimi 5 km, quelli duri, passano in fretta tra un aneddoto e l’altro. Queste sono le pendenze su cui viaggio bene, senza patemi, senza fatica. Annuncio l’ultimo km, perché a bordo strada manca il cippo, che tempo fa avevo visto nei pressi di una casa a Fouillouse, poco lontano: mi sa che qualcuno se l’è fregato e che poi nessuno ha pensato a ripristinarlo! Pazienza, non ho bisogno di cartelli per sapere dove sono.

Arriviamo in cima, via verso il ristoro. Tocca fare qualche km in discesa; stavolta tiro i freni non per paura, non per sonno, ma per colpa del piede. Ogni buca è un dolore acutissimo, una smorfia sulla mia faccia; cerco di non reggere tutto il peso sul pedale destro, ma sono abituata a far così, se mi reggo sul sinistro mi sento del tutto sbilanciata e poco sicura. Panico… Non sono nemmeno a metà giro! Come diamine ci arrivo, alla fine?
Vars è tutto una buca, una canaletta, un tombino. Maledizione… Arrivo finalmente al ristoro, poggio la bici ma quasi non riesco a camminare. La vista di una tavola imbandita di ogni bene mi rincuora un po’: mi impongo di fermarmi con calma e mangiare il più possibile. In realtà, vorrei riuscire ad ingurgitare molto di più, ma proprio la pancia rifiuta. Abbondo con la frutta secca, il pane e Nutella, il the, il caffè, qualche pezzo di formaggio; mi preparo due panini da portare via e metto nello zaino anche tre banane ed un po’ di frutta secca, soprattutto ananas. Intanto mi guardo intorno e cerco di carpire le sensazioni degli altri presenti. Sono circa le nove e mezza; sento che sono numerosi i ciclisti che devono ancora arrivare qui. Qualcuno si riposa sulle sdraio al sole, qualcuno si aggira intorno al tavolo. I ragazzi che assistono il ristoro e segnano i timbri di passaggio sono cordiali e disponibilissimi: tutto ciò non può che mettere di buon umore!
Approfitto dei servizi pubblici anche qui: sempre meglio che fermarsi in mezzo alla natura, sarà anche romantico ma è imbarazzante… Ora che ho la pancia più o meno piena, metto una bustina di Nimesulide in un bicchiere d’acqua e mi auguro che sia sufficiente a lenire il dolore, poi riparto giù in discesa, gemendo e tirando giù santi ad ogni buca. Il piede è gonfio, lo sento che preme contro la parete della scarpa. Ma che ci posso fare? A furia di antiinfiammatori, si placherà! Poi ci penserò a casa…

Arrivo giù a Guillestre, il sole è già rabbioso. So che in questi 17 km fino al bivio per l’Izoard soffrirò in modo ignobile: Gian, poco da fare, ti tocca andare. Questa sarebbe anche una bella strada, lungo il torrente, tranquilla, ma io la odio con tutta me stessa, odio il falsopiano in salita che non mi fa andare avanti, odio anche questo caldo asfissiante, proprio io che sono una lucertola! Guardo con un po’ di invidia gli immancabili appassionati di canoa che si preparano per la loro avventura: anch’io mi tufferei un po’, se solo sapessi nuotare… Esaurisco un fretta le borracce appena riempite a Vars, ben prima di arrivare alla rampetta che precede il bivio per l’Izoard. E poi finalmente, ecco la storica salita. Affronto con un po’ di preoccupazione i primi km fino ad Arvieux, cattivi e bollenti; non appena raggiungo il paese, penso a procurarmi la “prova del passaggio”. Il regolamento richiede, qui, un controllo autogestito: non c’è nessuno che metta il timbro sulla carta di viaggio; siamo noi randonneurs a dover procurare una prova del nostro passaggio. Appoggio la bici al cartello del paese, scatto la foto: sul manubrio c’è il tagliandino “Super Randonnée”, che mi hanno dato ieri a Cuneo; nessuno può dire che questa sia una foto scattata chissà quando! Anche se forse esagero con gli scrupoli… Non credo che i giudici che omologheranno la rando siano così severamente inquisitori!
Ad Arvieux butto la testa sotto la fontana e riempo le borracce, poi mi avvio verso il terribile drittone iniziale. Lo so, sto esagerando con le pause… Di norma, odio fermarmi spesso nei viaggi in bici; ma, questa volta, sto cercando di impormelo: il giro è troppo, troppo lungo per voler andare avanti a tutti i costi. Sbaglierò, ma credo che qualche istante di pausa in più possa solo portare beneficio, anche se la somma di tanti istanti significa tanto tempo perso.
Il sole è feroce su questo stradone: salgo, anche qui, piano, molto piano. Solo che adesso non è più una mia auto-costrizione: il fatto è che sono già proprio un po’ cotta! La Chalp, poi Brunissard, dove faccio ancora, per massimo scrupolo, una foto. Poi basta, adesso voglio tirare dritto fino alla cima.
Come sempre, la mia fatica sull’Izoard finisce alla prima curva. Da lì, si entra nel bosco, iniziano i tornanti, mi sento molto meglio. Proprio nel curvone trovo compagnia di un altro randonneur, con cui arriverò fino alla cima: è di Giaveno, anche lui di casa da queste parti. In un attimo, tra una chiacchiera e l’altra, arriviamo alla maestosa Casse Deserte; brevissima discesa, poi ancora un paio di km e ci siamo. Con la coda dell’occhio, due tornanti sotto la cima, vedo un altro collega salire di gran carriera: cribbio che passo che ha! Beato lui che è ancora così fresco!

Quel collega lì mi raggiungerà in discesa: è Alan, un ragazzo di Cervia. In cima, chiudo il gilet, tiro su i manicotti e via, con la solita raffinata tecnica del paracarro, a freni tirati fin giù. A metà discesa mi raggiunge appunto Alan: ora ricordo, è il personaggio che un bel po’ di mesi fa mi aveva scritto per chiedermi informazioni a proposito della Race Across The Alps. Ci presentiamo, mi dice che a Briançon vorrebbe fermarsi a mangiare qualcosa: lui propone un gelato, io rilancio con l’idea di un supermercato. Piacerebbe anche a me il gelato, ma non mi fido, non vorrei che qualcosa di freddo facesse il patatrac nel mio pancino già in stato precario…
Giriamo per il paese, dove Alan si orienta quasi fosse a casa sua: scoviamo la gelateria ma nemmeno un negozio di alimentari aperto. Ovvio, sono le due o giù di lì… Beh, per adesso mi mangio uno dei due panini che ho preso a Vars, più due banane, poi si vedrà. Ormai sono entrata in quella fase in cui qualsiasi cosa mangi viene polverizzata ed assimilata all’istante! Fa un caldo dannato qui, l’asfalto brucia sotto i piedi, vorrei levarmi più in fretta possibile. Ho il terrore del tratto che ci porterà all’attacco del Monginevro: sono pochi km, ma strada infernale, traffico caotico, caldo cattivo, infernale. Ho una sete boia, non vedo l’ora di mettere le zampe su una Coca Cola, è il mio unico sogno! Però, nel frattempo, mi accontento di arrivare alla fontana giù a lato della prima curva del passo. Alan sale bene, benissimo, si vede che ne ha ancora, e tanta, di forza; io mi arrabbio e mi agito, non riesco a stargli dietro, ho paura di rallentarlo, insomma, mi dispiace! Ma lui niente, nonostante io insista, non se ne va, anzi, rallenta per stare al mio passo, controlla che io ci sia. Mi sa che ha capito che sto precipitando nella crisi…
Alla fontana, una vera e propria cascata, riempiamo le borracce; nelle mie metto anche la polverina, credo maltodestrine, che ho trovato insieme al numero di gara nella borsa. C’è qui il fotografo di Cicloturismo che immortala il momento topico: mi pubblicheranno da qualche parte come emblema del doping imperante nel ciclismo amatoriale!
Mi bagno i capelli, poi via, riprendo la marcia affannosa, combattutissima tra la consapevolezza di dover risparmiare energie ed il dispiacere per il tempo che faccio perdere ad Alan. Il Monginevro, di per sé, non sarebbe una brutta salita, ma il traffico di auto e moto la rende davvero odiosa. E poi il caldo… E’ evidente che qualcosa non va, per me, perché di norma amo le temperature torride; oggi invece proprio non riesco ad adattarmi. Mi sforzo di pensare che in fondo non sono certo l’unica che sta attraversando un momento di difficoltà; gli altri non saranno certo delle macchine insensibili, staranno male anche loro ogni tanto. E’ normale! Sì, è normale, ma io intanto arranco ed Alan aspetta… Certo che, per essere così giovane sia come età anagrafica che come anzianità ciclistica, questo ragazzo ha una calma olimpica davvero invidiabile! Io avrei già voglia di fracassare la bici e mettermi ad urlare, lui invece nulla, non fa una piega, anzi, scherza, sorride, chiacchiera volentieri!
Raffiche di vento contrario ci accolgono negli ultimi 2 km prima della rotonda dove finisce la salita; faccio per imboccare la galleria, quando il mio compare mi avvisa che in bici non si può… Ubbidiente, giro dentro il paese ed inizio a scendere. Anche qui, basta il gilet, non fa per nulla freddo. Alan mi raggiunge poco dopo, mi sorpassa, ovviamente mi stacca, perché in discesa sono il solito inguardabile disastro. Per fortuna la strada è breve! A Cesana, abbiamo un solo ordine: trovare un negozio di alimentari! Abbiamo fame, io poi ho una disperata voglia di Coca Cola. Siamo fortunati, un negozietto c’è: e ci trovo persino uno yogurt, troppa grazia! Prendo un paio di ettari di grassissima pizza pomodoro e formaggio, ne addento qualche boccone, metto il resto nello zaino. Per la prima volta butto l’occhio alla bici di Alan: non l’avevo notato, ma è bella, tutta in carbonio, anche se, nella mia ignoranza, sono un po’ diffidente all’idea di una bici in questo materiale. Poi, forse con il favore di questo momento di relax, butto l’altro occhio al proprietario della bici e penso che sì, anche lui non è affatto male, anzi!
Chiediamo lumi ad un indigeno sulla strada da prendere per salire a Sestriere via Sauze di Cesana: è facilissimo, più di quanto pensassimo. Io però questa salita la prendo proprio male. Un lunghissimo falsopiano iniziale, poi 7 km di strada drittissima sotto il sole, interrotti solo da uno o due tornanti; in poche parole, un’agonia! Anche qui, cerco di fare del mio meglio per non danneggiare il mio compagno di viaggio, ma non c’è niente da fare, lui è forte, è fresco, danza su quei pedali come se fosse appena partito! Io mi sento tremendamente idiota in questo momento, mi spiace farmi vedere così: non che di norma vada molto meglio, ma questo è proprio un disastro!
Ad inizio salita ci affianca un curioso personaggio in MTB, con qualche annetto sul groppone e qualche kg di troppo, ben sottolineato dalla salopette che indossa come unico indumento: ne nasce un cusioso discorso in piemontese tra un Piemontese evidentemente DOC ed un Romagnolo che comprende senza problemi, mentre io rido sotto i baffi, nonostante la sofferenza. Che comici, questi due!
Sono interminabili questi 7 km. Nonostante il caldo africano, ho spesso i brividi e la pelle d’oca. Ad un tratto incrociamo una colonna di Vespa, credo reduci da un raduno: il rumore delle motorette mi batte in testa, mi dà un fastidio tale che vorrei pestarli, questi fracassoni. Sono proprio cotta… Meno male che Sestriere alla fine arriva. Che bruttura, che orrore di posto. Mi sforzo di sorridere, rispondo alle domande incuriosite di chi ci vede arrivare alla fontana in centro del paese; un po’ mi lusinga l’espressione allibita di chi ascolta il nostro racconto… Ma so che per me tutto questo è in forse, rischia di finire molto presto, perché le forze ormai se ne stanno andando.

Vorrei arrivare al punto sonno di Barge, per poter riposare un po’ in condizioni civili… Ma, ora come ora, è un obiettivo lontanissimo, quasi irraggiungibile. Da qui a Pinerolo ci sono 50 km… Allucinante! Riparto quasi per inerzia, perché devo farlo; vado dietro ad Alan ma mi stacco continuamente, resto indietro. Il sonno più spietato che mai: non riesco a mettere a fuoco la strada; sbando più di una volta, le auto dietro che suonano e per fortuna mi riportano alla realtà, ma non c’è niente da fare, gli occhi vogliono chiudersi ancora. Sta facendo sera, sono sveglia da almeno 36 ore, è anche normale… Ma perché gli altri se la cavano così bene con il sonno, ed io no? In questa discesa, sono la disperazione di Alan. Già la strada del Sestriere è per me una delle più odiose; in più ci si mettono il traffico, la cotta, la prospettiva di altri interminabili km di pianura per arrivare da San Secondo a Barge. Sono stanca, stufa e scoraggiata.
Poi, a una decina di km da Pinerolo, ci sorpassa un ragazzo in MTB: affianca Alex, chiede lumi sulla nostra destinazione, resta molto ammirato quando scopre cosa stiamo combinando. Così, generosissimo, si offre di tirarci fino al bivio per San Secondo: si mette in testa e via, con quelle ruote spesse e rumorosissime, viaggia come una locomotiva, incredibile! Io ovviamente perdo mille volte la ruota, vuoi per il sonno, vuoi per la mia cronica incapacità di sfruttare la scia, vuoi perché quei due pazzi vanno come disperati ed io non reggo la loro andatura!
Al bivio, il ciclista in MTB si congeda: da una parte, peccato, perché anche lui è un gran bel vedere, biondo, occhi azzurri ed un bel fisico atletico – lo so lo so, non posso farci niente, sono sensibile su questo tema! -, dall’altra, però, meno male, altrimenti sarei stramazzata di fatica!

Alè Gian, l’ultimo sforzo. Ci sono 20 km o poco più, da qui a Barge. Tutti piatti o falsipiani, ok, ma ormai è sera, la calura feroce dovrebbe attenuarsi, vedrai che ce la fai. Alan rallenta il più possibile, mi incoraggia ancora e ancora, chiacchiera e mi fa chiacchierare. Si fa buio, accendiamo la luminaria; tra Bagnolo e Barge ci becchiamo anche il rimbrotto di una pattuglia di Carabinieri che ci intima di pedalare in fila e non affiancati… Mi trattengo a stento, ma ciò che penso in quell’istante non è cosa adatta ad essere riportata tra queste righe!

Troviamo a fatica il campo sportivo: cavoli, riusciamo a perderci anche in un mucchietto di case com’è l’abitato di Barge… Però alla fine ci arriviamo e scopriamo, con gran meraviglia, che accanto al palazzetto dello sport c’è anche un ristorante pizzeria, occupato per l’occasione da una mandria di ciclisti brutti, sporchi & cattivi ma soprattutto molto molto affamati!
Scendiamo nel locale dormitorio per farci timbrare la carta di viaggio. Si potrebbe anche fare una doccia: peccato che il locale docce sia monopolizzato dai maschietti e peccato che a me venga proibito l’accesso! Gli addetti all’assistenza si prodigano per prepararmi una branda: sono senza parole, tutte queste attenzioni sono eccezionali! Queste persone ci stanno mettendo anima e cuore, per la rando, per noi che ci sfiniamo sui pedali. Ma a me non serve nulla di particolare, dormirei anche sul pavimento!

Qui, la nota dolente, la sosta. Nei miei sogni, avrei voluto tentare di tirare dritto, non fermarmi a dormire nemmeno la seconda notte, arrivare a Cuneo prima della partenza della GF. Purtroppo, questi bei progetti sono già andati a rotoli, è evidente. Se non mi fermo qui, adesso, per un po’, sarò costretta a fermarmi tra poco, all’addiaccio, ed al sonno si aggiungerà la fame, la stanchezza, l’angoscia di una sistemazione precaria. Mi costa molto, ammettere di dovermi fermare, ma a questo punto è l’unica speranza che ho per tentare di arrivare alla fine della rando. Proprio l’unica. Devo fermarmi, mangiare con calma, dormire qualche ora. Due ore, penso io; tre o quattro, suggerisce Alan, tranquillo. Tre o quattro? Ma non saranno troppe? Ma poi ce la faccio ad arrivare a Cuneo nel tempo massimo? A questo mio dubbio, lui si fa una grassa risata… Ma io non sono così sicura.
Mentre ritiro il cartellino e sistemo alcune cose nello zaino, Alan riemerge dalla doccia: gulp… Cough cough… Per poco non mi soffoco! Mi compare davanti vestito solo della salopette da bici bianca, porca paletta che visione! Mi fa più o meno l’effetto che credo possa fare una flebo di epo nelle vene di un ciclista. Ecco: diciamo che, da questo momento, l’idea di prendermi una bella pausa e sedermi a tavola mi è molto più simpatica di prima.
Approfittiamo del ristorante: pizza per me, pasta & porcate varie per Alan. Si chiacchiera, si mangia: la pizza è pessima ma pazienza, con la fame che ho va bene tutto. Anche se, in generale, fatico a mangiare, come se avessi lo stomaco chiuso. Scambiamo qualche parola anche con i nostri vicini tedeschi, che scuotono la testa sconcertati all’idea che qualcuno possa tirare dritto senza nemmeno mangiare o riposare un po’! E’ vero, i primi saranno già sulla salita di Sampeyre a quest’ora, se non oltre… Beati loro!
Mentre sono a tavola, un altro mitico superciclista, Domenico, mi porge per ben due volte il suo cellulare: dall’altro capo ci sono prima Alfredo, poi Luca che mi chiedono notizie dell’avventura. In questo momento, guardate, sto proprio da Dio! E’ un momento particolare, condiviso con persone che stanno vivendo la mia stessa fatica; tra le persone che fanno assistenza alla corsa qui c’è anche un protagonista dell’Iron Bike dell’anno scorso… Che onore!
Mi alzo, entro un attimo nella sala interna del ristorante, attacco bottone con alcuni altri pedalatori, tra cui The Boss. E’ ora di nanna, son quasi le dieci. Sveglia alle due: mi congedo malvolentieri da quel portatore sano di sorriso da urlo e fisico statuario che è il mio compagno di viaggio e me ne vado in branda. Gian, piantala, non è il luogo né il momento, vedi di placare i bollenti spiriti. Zaino sotto i piedi per tenere alte le gambe, poi il buio. Coma profondo.
Mi risveglio ad un tratto sentendo trambusto: come un automa, mi affretto a mettere le mie cose nello zaino, affannatissima. Poi guardo la branda accanto, non è Alan che si sta muovendo: guardo il cellulare, ma porcaccia miseria, è solo mezzanotte, è qualcun altro che si sta avviando! No problem, ripiombo all’istante nel mio nulla eterno. Non credo d’aver mai avuto così disperatamente bisogno di dormire e di essermi mai goduta poche ore di sonno come in questa notte matta. Però alle due la sveglia è proprio la mia!

Cavoli… Ho già il soprassella in fiamme ancor prima di alzarmi. Mi sollevo a fatica, come se le ossa dovessero rompersi tutte da un attimo all’altro. Devo far piano, c’è gente che dorme qui intorno. Anche Alan schizza fuori: il ristorante sta chiudendo, le bici fuori sono rimaste poche. Eppure, ci dicono i responsabili del controllo, c’è ancora una quarantina di persone che mancano all’appello di Barge! Beh, meno male, mi consola, non sono proprio l’ultima.

Ci avviamo. La partenza per me è da incubo: come provo ad appoggiare il posteriore sulla sella, sono dolori da piangere. Male, bruciore, non riesco proprio a star seduta, ma nemmeno per idea! Ci provo, pianissimo, per gradi, mi rialzo, provo ancora… Faccio quasi tutta la Colletta di Paesana in fuorisella, ho quasi le lacrime agli occhi per il male. Ci passano un po’ di auto; qualcuno lancia invettive sguaiate, mi sa che son belli pieni questi qua! Speriamo bene… Seguo Alan ma sono persa nel mio sconforto: le gambe girano bene, sì, ma tutto il resto fa male, la schiena, il posteriore, le braccia, le mani. Da Paesana a Pagno non ci passa più, la strada è eterna, prima un po’ in discesa, poi tragicamente piatta; sto sempre peggio, continuo a rallentare, mi sforzo di pedalare di più ma continuo a staccarmi; Alan così è costretto anche lui alla mia stessa agonia. Mi dispiace, sono angosciata per me ma anche e soprattutto per lui, e poi questo buio, questa solitudine non aiutano, no. Passiamo Martiniana, passiamo Castellar, finalmente inizia la salita della Colletta di Isasca. Non mi sembra vero, la pianura fin qui mi ha prosciugato ogni forza. Confido che la salita mi aiuti a riprendermi, infatti un po’ è così: sono stanchissima, ma non salgo poi così malaccio, anzi. Questa è una strada con pendenze di tutto rispetto, cattive; c’è un’afa tremenda, benché siano da poco passate le tre di notte: un termometro luminoso segna 22°C. Il mio angelo custode sale come un camoscio, come se non avesse peso, sempre con quella sua serafica tranquillità… Io arranco con l’angoscia di quei venti km che a fondovalle mi separeranno da Sampeyre. Ci sono altri compagni di sventura qui con noi sul Brondello. La discesa è un calvario, per me: ancora sonno, maledetto sonno. Ho dormito, ma evidentemente non abbastanza; mi si chiudono gli occhi anche mentre procediamo in pianura. Sempre più profondo il mio scoramento mentre viaggiamo verso Brossasco, poi Melle, poi Frassino. Vado sempre più piano, piano, mi sto spegnendo lentamente. Ho sonno, ho male, sono sfinita, non ce la faccio proprio più. Ecco, lo sapevo, l’ennesimo fiasco, l’ennesimo fallimento, l’ennesimo passo più lungo della gamba.
Basta, non ne posso più. A Frassino, nella piazzetta centrale, sgancio i pedali, raggiungo una panca e mi ci sdraio. Intimo ad Alan di proseguire, perché tanto io voglio solo dormire un po’, poi mi ritiro, torno a casa, basta. Vai Alan, grazie di cuore, probabilmente non riesco nemmeno a dirtelo ma è quello che penso. Non c’è più niente da fare…
Dormo giusto un quarto d’ora, ho l’orologio del campanile sopra la testa. Sono lesei e un quarto; quasi non mi sono accorta che sia venuto giorno, e dire che è già chiaro da un po’! Poi mi siedo, mangio qualche boccone della pizza comprata ieri; intanto, arrivano lì altri due compagni che approfittano, pure loro, delle panche per dormire un po’. Mi rialzo intirizzita, prendo la bici, riparto come un automa: arriverò fino a Sampeyre, se riesco, poi mi ritiro. Non è umanamente possibile che io, in questo stato, riesca a salire i 1.300 m del Colle di Sampeyre. Non ho speranza. Guardo gli altri due, cerco di cogliere sui loro volti un segno di stanchezza, qualcosa che mi faccia pensare “Mal comune mezzo gaudio”, ma nulla, non vedo nulla. La cotta è mia, solo mia.

Mi avvio penosamente lungo il falsopiano. E’ ancora lunghissima, fino a Sampeyre, eterna. Ogni tanto sbando verso il centro strada, provo a rilanciare poi crollo pesantemente sulla sella; non ce la farò mai… Ecco, un’altra figuraccia, un’altra delusione, già mi immagino di dover raccontare che non ce l’ho fatta. Sto soffrendo da cani. Il guaio è che proprio, questa volta, non è solo il fisico a ribellarsi, è proprio la testa. Non ho più voglia, ecco, è questa l’espressione giusta: non ho più voglia di soffrire, di star male. Questo non è ciclismo, è massacro e basta, Gian, ma chi te lo fa fare?

Al bivio, giro per il colle. Non è che l’abbia deciso razionalmente; sono lì, semplicemente, devo andare. Riempo le borracce, mi avvio, con tutta la cautela possibile, su per la salita. Piano, pianissimo, in una logorante altalena di ottimismo e sconforto, sensazione di potercela fare e delusione per il ritmo che va calando. Però le curve passano, una via l’altra, arrivo al primo pianoro, al ristorante, poi ancora su, altre curve, potrei disegnarla ad occhi chiusi questa strada… Il vantaggio è che la pendenza è sempre molto regolare, mai eccessiva. Scruto il cielo, c’è nebbia sul colle, almeno così pare da qui sotto. Pare che voglia piovere… Però, man mano che scorrono i km, cresce la mia timida fiducia, cresce la voglia di farcela: a questo punto arriverò in cima comunque, con le unghie e con i denti, anche a piedi, se necessario! Salgo bene, persino mangiando gli ultimi due etti di pizza…

Incrocio le prime moto della Polizia e della sicurezza: stanno per arrivare, in senso contrario, i ciclisti della GF e MF Fausto Coppi. Già, purtroppo è previsto un incrocio di percorsi tra competizione e randonnée… Avanzo ancora alcuni km, mentre di tanto in tanto chiedo ai veicoli che incontro quanto manchi all’arrivo dei primi. Tengo occhi ed orecchie spalancatissimi: sono pronta a levarmi di mezzo quando scenderanno i primi missili, ma non ho nessuna intenzione di fermarmi, ci mancherebbe altro. L’unica cosa che voglio fortissimamente, adesso, è raggiungere la cima. Procedo guardinga più che mai: a circa 3 km dalla vetta, ecco arrivare giù i proiettili. Mamma mia che impressione, veder scendere chi sa scendere… Fenomenali, qualcosa che per me va oltre le leggi della fisica! C’è da dire che io di fisica non ho mai capito niente di niente, sarà per questo che non sono capace di andare in discesa… Passano i gruppi di testa, gli inseguitori, poi via via discesisti meno esasperati, volti e polpacci meno tirati, arrivano anche i kg di troppo, insomma, la corsa si sgrana. Intanto io vado su, un po’ in bici, nei tratti in cui sono certa che chi scende mi vede da lontano, un po’ a piedi con la bici per mano o in spalla, equilibrismo sui bordi dei ponticelli. La quantità di persone che mi saluta per nome, mi incoraggia, mi dà una voglia ed una forza che non speravo più di poter trovare oggi… L’urlo di entusiasmo di Lorenzo, in particolare, ha l’efftto di uno schiaffo violentissimo, mi mette il turbo: è proprio in quel momento lì che decido, “Oggi Gian ce la fai… Basta piagnistei, ce la fai!”. Infatti arrivo su, al ristoro, dove mi accolgono con entusiasmo commovente, sia i volontari, sia i granfondisti che vedono la mia targa, Super Randonnée; addirittura, mi fanno spazio perché possa avvicinarmi al tavolo prima degli altri! Sono felice, incredibilmente felice, una gioia direttamente proporzionale a quanto ho sofferto fino a poco fa. Caffè, Coca Cola, un po’ di frutta secca, poi via, in discesa, con somma cautela per evitare di scontrarmi con chi della corsa sta ancora salendo: anche qui, saluti, complimenti, scendo con un sorriso stampato in faccia che va da un orecchio all’altro!

Al rifugio La Sousto, altro controllo, poi giù verso Stroppo e la Valle Maira. Incontro gli ultimi della GF e MF, stravolti, stanchissimi, e provo un momento di solidarietà per quante volte anch’io mi sono trovata nella loro stessa condizione. Poi arrivo al fondovalle; mi impongo di affrontare con calma e serenità i 20 km che mi separano da Dronero e dall’ultima salita: c’è falsopiano , vento contro, la conosco bene questa valle ormai, mi fa sempre soffrire da cani quando scendo. Ma non oggi, oggi no. Siamo intorno a mezzogiorno, fa dannatamente caldo, ma ormai, Gian, è davvero fatta. Montemale è dura, certo, ma ti farai spaventare da quella, ora che hai quasi diecimila metri di dislivello da venerdì sera nelle gambe? No, certo che no.

Non ci avevo pensato: su per Montemale, incrocio un’altra volta il percorso della gara. Credo che queste siano le retrovie, a giudicare dal ritmo di salita. In preda all’entusiasmo, riesco addirittura a lasciare qualcuno indietro… Il sole picchia feroce, vado a zig zag in cerca dell’ombra degli alberi. Mi si affianca un ciclista, mi chiede “Sei un po’ cotta?”, rispondo “Eh sì un po’”… Lui guarda meglio il mio cartellino sul manubrio, ha un attacco di tosse, “Ritiro tutto, complimenti”… E’ severa, questa salita, ma non mi frega: la conosco troppo bene. Arrivare su è un attimo, forse non sull’orologio ma nella mia testa e nelle mie gambe sì. Altra pausa al ristoro, bevo Coca Cola, caffè, succo di frutta; riesco a mangiare solo un po’ di frutta secca, nonostante la fame boia, poi riparto, carica di complimenti ed incoraggiamenti. Ancora 2 km o poco più, poi la strada spiana, raggiunge le borgate, la chiesetta della Piatta. Gian, la fatica è finita, o quasi. Affronto a freni tirati la ripidissima discesa: a quanto pare, non sono l’unica che qui ha paura… Anche gli altri vanno pianissimo.

Ok Gian. Da adesso a Cuneo è un calvario, lo sai, ma hai ancora quattro ore. Prendila con calma, ormai è fatta davvero. Mi superano vari gruppi della corsa, mi invitano ad attaccarmi a ruota, ma io davvero non ne ho più la forza. Sto cercando di pedalare il più possibile in fuorisella, anche in pianura, perché il mio posteriore non ne può davvero più, è disfatto. Fa caldo, la strada scorre esasperatamente piano. Caraglio: da qui a Cuneo potrebbe essere breve… Invece no, il road book prevede un giro maledetto attraverso la pianura, Bernezzo, Cervasca, Vignolo, Borgo San Dalmazzo, lungo lo stesso itinerario della gara. Maledico in ogni lingua, tra me e me, colui che ha avuto questa pensata così sadica… Ma a che cavolo serve questo assurdo giro, cosa diamine aggiunge alla rando? Possibile che si debba essere sadici fino a questo punto? Non finisce più… Poi da Borgo tocca prendere la strada vecchia di Cuneo, ad un certo punto ho persino il dubbio di aver sbagliato strada… Poi l’interminabile viale degli Angeli, di cui non riesco proprio ad apprezzare la bellezza adesso, e infine… Piazza Galimberti. Non ci credo. Le forze mi bastano giusto per arrivare al tavolino del giudice: pochi minuti e mi ritrovo in mano la prestigiosissima maglia. Finisher. Una gioia da condividere con gli amici presenti: Luca e Matteo, che hanno corso la MF e che ho incrociato in discesa dal Sampeyre, e poi Claudio, eccezionale, che, alla sua prima esperienza di rando, ha concluso questa fatica indescrivibile nel tempo eccezionale di 33 ore, senza fermarsi a dormire, senza cedimenti, da vero grande ultraciclista. E che, poveretto, mi sta aspettando qui da stamattina alle sei!!!

L’avventura finisce con una doccia, un gelato… Ed il solo rammarico di non aver potuto più salutare e ringraziare Alan, Franco, Graziano e gli altri amici incontrati lungo la via.

Ho odiato questo percorso, ho sofferto l’impossibile, ho male ovunque ma… Mi prenoto fin da subito per l’edizione 2009!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!