Dalla pioggia al sole


Mi era balzata agli occhi un giorno dell’estate scorsa, sfogliando una rivista di ciclismo, forse Cicloturismo: Valcamonica Extreme. Uhm, interessante. Se c’è l’aggettivo Extreme, probabilmente si tratta di qualcosa che val la pena di provare. Non conoscevo le salite menzionate nell’articolo: Presolana, Crocedomini, sì, insomma, nomi non del tutto ignoti, ma la mia ignoranza di quella zona era totale. Però i numeri, quelli sì, m’erano rimasti nella mente: duecento e rotti km, 6.000 mt di dislivello. Seimila! Mica bau bau micio micio.

La rando che porta il nome di Valcamonica Extreme, programmata per settembre, viene annullata per un incidente occorso al suo creatore. Ma a me quel giro piace, lo voglio provare lo stesso. Pensa e ripensa, programma e rinvia, finalmente trovo il giorno ideale: è il venerdì dopo la Oetztaler Radmarathon. A dire il vero, nei giorni immediatamente precedenti, il meteo, proprio nella zona della Valcamonica, è tutto fuorché accomodante: nubifragi, allagamenti… Ma le ferie sono agli sgoccioli, ora o mai più. Alla sera del giovedì, mi metto in auto con bici, zaino, pappatoria e sacco a pelo. Viaggio tranquilla, mi fermo in un autogrill nei pressi di Brescia, srotolo il sacco a pelo e mi ci infilo, pronta per la nanna. Sveglia puntata alle cinque: da lì a Lovere, il paese che, sulla carta, mi pare un buon punto di partenza, c’è ancora un lungo tratto fuori autostrada, e vorrei essere in bici al massimo alle sei e mezza.

Non saprei dire quanto tempo dopo, nel dormiveglia, vedo qualche bagliore dai vetri dell’auto. Boh, sarà qualche camion che fa manovra… No: vengo subito rumorosamente smentita dai primi colpi di tuono. E poi acqua, tanta acqua. Uhm, cominciamo bene… Dopo una notte breve e quasi insonne per la preoccupazione della pioggia, mi rimetto in marcia che è ancora buio. Spazzolo un paio di Ritter prima di raggiungere Lovere. Il lago d’Iseo è grigio come tutto il resto, le montagne attorno, la nebbia, la luce. E ancora piove. Però, cavolo, ho fatto un sacco di strada in auto; non posso rinunciare così! Tornare a casa con le pive nel sacco… Non se ne parla proprio. Parto già vestita con gli abiti impermeabili. Direzione… Già, direzione!!! Io ce l’ho, più o meno, l’idea della strada da prendere; peccato che non mi fidi mai troppo del mio senso dell’orientamento. Chiedo ad uno dei pochissimi passanti che girano a quell’ora per il paese: mi indica, con somma sicurezza, la direzione esattamente opposta a quella giusta per il Passo della Presolana. Faccio un po’ di km, ma con il dubbio di avere il lago dal lato sbagliato. Mi fermo, chiedo ancora, mi rispediscono indietro; alla fine, il benzinaio mi dà le dritte giuste… E intanto ho già perso una buona mezz’ora. Pazienza, mi dico: tanto, con questo tempo non riuscirò a fare tutto il giro; vado finché resisto, poi amen, torno indietro.

Sarà lo sconforto, sarà la pioggia incessante, ma la salita della Presolana proprio non mi va giù. E’ uno stradone ampio, sembra un interminabile falsopiano, c’è traffico, insomma, una tragedia!!! Arrivare su in cima è quasi una liberazione. Scendo giù dall’altra parte: questa è andata; piove ancora ma non fa molto freddo; almeno il Vivione ci sta ancora, poi, mal che vada, si scende a Breno e si torna direttamente a Lovere.

La discesa, al contrario della salita, offre un paesaggio stupendo, ben più selvaggio. Quando arrivo all’incrocio con la strada che sale al Passo del Vivione, ha quasi smesso di piovere. Mi fermo, mi svesto, sistemo la giacca in modo che possa un po’ asciugare e mi rimetto in marcia, godendomi addirittura qualche raggio di sole. Attraverso Schilpario proprio nel pieno del mercato: quanti improperi rivolgo, solo nel pensiero, alle truppe di pedoni ed agli automobilisti che fanno il tappo! Poi però si apre una splendida pineta; la strada fa una serie di ampi tornanti, e sale ancora, infine in mezzo ai prati. Riprende a piovere, mi rivesto. Ci sono altri due ciclisti che salgono: uno mi supera, l’altro fatica un po’ di più. In cima, vedo che c’è un furgone ad attenderli: mi godo i loro sguardi allibiti quando, arrivata in cima, semplicemente chiudo la cerniera della giacca e mi “lancio” in discesa, mentre loro son lì a vestirsi di tutto punto, con molta cura. La discesa è talmente bella che è fortissima la tentazione di arrivare in fondo, girar la bici e tornare su per la stessa strada. Incrocio una marea di ciclisti impegnati, credo, in una cronoscalata, a giudicare dalla velocità motociclistica dei primi. Per fortuna c’è anche qualcuno con cui mi sentirei di competere…

Poco prima della fine, mi superano i due colleghi della salita ed il loro furgone. Da Cedegolo a Breno, lungo lo stradone di fondovalle, c’è da soffrire, un po’ per il traffico, un po’ per il falsopiano, a favore ma nemmeno troppo… Dopo aver anche rischiato un inopportuno ingresso in una superstrada, arrivo a Breno. Ormai non ho più dubbi: adesso c’è il sole e fa anche caldo! Si procede, via al Crocedomini. Qui soffro parecchio. Non capisco se sono completamente cotta, o se la pendenza della strada sia davvero sostenuta; comunque, devo aggrapparmi a tutto il mio orgoglio per non decidere di mollare. Detesto queste crisi, così, improvvise, che in un attimo mi buttano dall’entusiasmo allo stato larvale. Per fortuna fa caldo, il sole picchia adesso; man mano che si sale, i prati sono sempre più belli… Magari non c’entra un fico secco, ma quel verde morbido e rigoglioso mi ricorda un po’ le cime tonde dei Pirenei. Al rifugio sul passo decido di fare una sosta e prendo una bella cioccolata calda. Non lo posso negare, la curiosità degli altri avventori mi lusinga, e ancor più le loro espressioni di meraviglia quando spiego loro da dove arrivo e dove sto per andare…

E’ il momento di prendere una decisione cruciale. Sono le tre e mezza del pomeriggio, passate. Sono abbastanza stanca, mancano un centinaio di km e due salite, il Maniva ed il San Zeno. Che fare? Rinunciare a quelle due e tornare a Breno e di qui a Lovere, oppure procedere, anche se arriverò all’auto col buio? Ho la luce posteriore ed anche una lucina anteriore… Massì, ancora una volta decido di tirare dritto. Scollino e percorro una discesa con un asfalto tremendo, delle buche tali che, se ci finisco dentro, non mi troverà più nessuno! Stupidamente, ne centro una in pieno… Sento una botta tremenda, una specie di crack. Trattengo il fiato… Se ho rotto qualcosa, son panata!!! Ma mi sembra che la bici più o meno resti in strada, via, non pensiamoci, gambe in spalla che è tardi.

La salita del Maniva mi piace da matti. Splendida, solitaria, ripida, in mezzo al bosco. Gli ultimi km però mi riservano una sorpresa: c’è una nebbia fittissima, e fredda, che nasconde le ultime impietose rampe prima della cima. Miseriaccia, è più tosta del previsto, e mi porta via più tempo. Arrivo su infreddolita e un po’ stordita dall’inattesa fatica, ma devo sbrigarmi a scendere!!! La discesa mi sembra lunghissima, forse perché ho fretta…

A Collio mi fermo, chiedo per il San Zeno: mancano ancora 10 km all’attacco!!! Il gruppo di simpaticissimi avventori del bar, a cui chiedo l’informazione, è molto ottimista; sostengono che, con le gambe che mi ritrovo, arriverò al colle in fretta… Ma io non sono mica convinta!!! Pesto sui pedali come se avessi alle spalle una mandria di bufali inferociti; mi butto su per il San Zeno con tutta la foga che ancora riesco ad esprimere dopo una giornata del genere… Sta facendo buio, il cielo si tinge di rosso. Non so perché ho quest’ansia assurda addosso. Il San Zeno è impietoso: la strada, ad un certo punto, è tutta un saliscendi; non si capisce mai quanto manchi alla cima; sembra d’essere arrivati e invece no…

Alla fine, ecco chiaramente lo scollinamento. E’ quasi buio. La discesa su Pisogne è molto più lunga di quanto pensassi: poi ormai è buio pesto, e io non ho che la mia misera lucina ad illuminarmi la via… Nonostante questo, scendo a velocità del tutto insolita per me, e molto imprudente. Le luci del lago mi aprono il cuore: forse arrivo… Sto arrivando! Dal primo momento in cui le vedo, a quello in cui arrivo in fondo, passa un tempo incalcolabile. Ormai devo scendere a freni tirati, non vedo più nulla, posso accelerare solo per brevi tratti, sfruttando i fari di qualche auto che mi sorpassa. L’ultima immagine che ho è il lago nero punteggiato delle luci dei paesi. Salgo in auto, un po’ pesta ed assonnata; sgranocchio qualcosa dalle mie provviste, metto in moto: Valcamonica, arrivederci!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!