Citazioni da Stefan Glowacz, “On the rocks – Una vita sulla punta delle dita”

Non avrei potuto esprimerli con altrettanta efficacia, questi concetti… Ma sono senz’altro parte del mio modo di vedere le cose. Anche se io non solo non arrampico, ma ho il terrore anche solo di salire sulla sedia per cambiare una lampadina…

“Anche noi arrampicatori ci sforziamo al massimo per raggiungere la vetta, perché partiamo dal presuppposto che solo là in cima arriveremo alla tanto agognata realizzazione di noi stessi. In realtà, non si tratta di raggiungere un luogo, piuttosto uno stato d’animo, l’oggetto del nostro desiderio s’incontra già sulla via della vetta, la cui conquista in fin dei conti è del tutto irrilevante, dal momento che, appena l’abbiamo ottenuta, cominciamo subito a pensare ad una nuova meta”.

“Pater era ed è rimasto un visionario, un creatore, per meglio dire un trascinatore, uno che indica la via, ma che non vuole avere nulla a che fare con questioni banali e fastidiose, come verificare i freni, fare benzina, evitare gli ostacoli. Il suo unico problema era che per lungo tempo non fu capace di rendersene conto e quindi in molte situazioni preferì metaforicamente tirare dritto, benché la strada curvasse bruscamente”.

“Che i miei genitori, la mia famiglia e gli amici si agitino per me non mi influenza né nella scelta delle mete delle mie spedizioni né nelle mie scalate. Io non posso e non voglio tenerne conto. Altrimenti non sarei più padrone delle mie decisioni e mi porterei dietro solo un’inutile zavorra che alla fine potrebbe trasformarsi in un giogo psicologico che mi condurrebbe alla paralisi”.

“D’altra parte solo chi decide di abbandonare la ruota del criceto per cavalcare la tigre e osare l’impossibile viene ripagato con esperienze che è impossibile vivere nella quotidianità. Certo corre il rischio assai concreto di sbattere il muso e di esporsi alla derisione di quei simpatici individui che a posteriori sapevano già come sarebbe andata…”.

“Non è nemmeno pensabile che non si possa soccorrere un compagno di spedizione ferito, solo perché per un orgoglio sportivo mal riposto si è fatto a meno di alcune attrezzature assolutamente ragionevoli, tipo un telefono satellitare. Io la vedo così. I puristi sostengono dal canto loro che anche un cellulare rappresenta una contaminazione, perché confidando in quella che si ritiene un’ancora di salvezza ci si avventura in zone dove altrimenti non si oserebbe andare”.

“Personalmente non conosco moltissimi arrampicatori estremi, o persone che fanno della ricerca dell’avventura la loro vita, che abbiano una famiglia intera o almeno un rapporto affettivo solido. (…) Durante un giro di due settimane nelle gole del Verdon mi sentii come in paradiso. Arrampicavamo tutti i giorni, fino ad aver le dita tagliate. Di sera ci incontravamo con altri arrampicatori di tutto il mondo nell’osteria di La Palud, festeggiavamo i nostri successi, annegavamo gli insuccessi nel vino rosso e ci sentivamo come “i ragazzi di Torremolinos”. Ero libero. A casa mi aspettavano il tornio e la mia ragazza che non vedevano l’ora che io ritornassi. Questa nostalgia tuttavia era a senso unico. Io mi sentivo legato, vedevo minacciata la mia libertà, non volevo accettare compromessi. Per tutto il viaggio di ritorno pensai a come spiegarglielo, così invece di buttarmi fra le sue braccia troncai la relazione prima ancora di essere di nuovo a casa. Mi sentii subito alleggerito e liberato. La mia indipendenza valeva più di ogni altra cosa e smisi di preoccuparmi per i cuori infranti che mi lasciavo alle spalle”.

“Mi arrabbio sempre molto quando incontro individui che cercano ovunque tranne che in loro stessi le cause della loro insoddisfazione. Se per esempio qualcuno mi viene a raccontare che farebbe volentieri più sport, ma che la sua famiglia gli toglie ogni autonomia, la moglie è tanto gelosa, il lavoro poi non glielo consente assolutamente – allora mi si rizzano i capelli in testa.
Se non siamo soddisfatti della nostra vita, e tuttavia non riusciamo a modificare qualcosa – o perlomeno non tentiamo di farlo con tutte le nostre forze – allora non siamo noi stessi causa del nostro male? Dev’essere veramente demoralizzante trovarsi a fare un bilancio della propria esistenza e giungere alla conclusione di aver sbagliato ogni cosa. Spesso si sente dire “oggi mi comporterei in tutt’altro modo, ma quel che è stato è stato”. Se un giorno rifletterò sulla mia vita voglio poter dire: “Ben fatto Stefan, più o meno rifarei le stesse cose”.

“Nessuno può soffocare per sempre la sua vocazione, la sua vera passione, al massimo potrà sedarla per un po’. La negazione alla fine si rivela suicida. E’ importante sognare, vivere i propri sogni, altrimenti ci si perde nel cosiddetto labirinto del contingente. Sono disposto a salvaguardare con le unghie e con i denti la mia libertà, il mio modo di vivere. (…) Noi siamo individui, ognuno è artefice della propria fortuna, ognuno ha il proprio modo di organizzarsi la vita. Alla lunga il tentativo di adattarla troppo a qualcun altro non può durare”.

“Fin da bambino in tutto ciò che facevo mi opponevo ad un avversario immaginario. E’ molto radicata in me questa tendenza a misurarmi con gli altri. Durante le mie spedizioni però mi muovo generalmente su un terreno su cui non esiste la concorrenza. Non c’è avversario, sono solo con me stesso. Imparo così a trovare spunti e motivazioni in altri ambiti che non hanno nulla a che spartire con il concetto di concorrenza. Il mio traguardo personale è ciò che mi importa”.

“I colpi che la vita ci infligge possono essere a volte molto salutari. Il fatto che io oggi abbia un atteggiamento essenzialmente positivo lo devo anche alle esperienze negative che ho dovuto sopportare. Guardandomi indietro mi rendo conto che crisi, disfatte e momenti cupi erano stati tutti tappe intermedie e che possono aiutare ad andare avanti quanto i successi. A volte, quando avevo sbagliato la via, è stato giusto ed importante cadere, per poter imboccare una via nuova, quella percorribile”.

“Ogni cosa a tempo debito. Tutto scorre. Nulla resta com’è. Non bisogna quindi sempre essere preparati al peggio, a volte si può anche contare su un miracolo. L’importante è essere sulla strada giusta. Nel farlo, non è nemmeno così essenziale avere davanti agli occhi la meta finale, che rischia di mettere in ombra tutte le altre. Può infatti succedere che questo traguardo appaia così lontano ed irraggiungibile da farci perdere il coraggio e le forze. (…) Secondo me una filosofia dei piccoli passi è più aderente alla vita, e quindi più percorribile, che non la fissazione su una visione grandiosa. In questo senso pianifico un passo dopo l’altro , e al ritorno da una spedizione parto per la successiva”.

Stefan Glowacz, On the rocks – Una vita sulla punta delle dita

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!