Brevetto 4 Colli – La Fausto Coppi

Di cose strampalate in bici ne avevo già fatte parecchie… Ma partire alle nove di sera per fare trecento km e quattro colli alpini, quello no, non m’era ancora capitato. Ci ha pensato la mente diabolica di Ivano Vinai, che ha coniato l’idea del Brevetto 4 Colli, con partenza da Cuneo alle 21 di un sabato, l’ultimo fine settimana di giugno 2007.

Mi ero ripromessa di dormire un po’, durante il giorno, ma… Come si fa? Per giunta, con l’agitazione di una prova del genere da affrontare? Nisba… Al mattino presto ero già in circolazione.

Franco, Graziano, Marco ed io: un bel quartetto di matti. Il guaio è che loro hanno anche le gambe buone; io invece non riesco a costringere i garretti a stare al passo della mia follia ciclistica… Siamo in Piazza Galimberti, in attesa del via, tra un caffé, due chiacchiere, gli sguardi incuriositi dei ciclisti che domani prenderanno il via alla GF: ci guardano tutti con la stessa meraviglia con cui si guarda un animale raro allo zoo… E con un po’ di commiserazione, credo!

Pronti via, si parte, siamo già in marcia. Fino a Sampeyre, lo so già, per me sarà pura sofferenza. Prima pianura, poi falsopiano in salita, lì mi molleranno tutti e rimarrò già da sola. Vabbuò, pazienza, ci sono abituata.

Si procede, tutti insieme, al buio sempre più buio: abbiamo tutti i giacchini rifrangenti, le luci, c’è Graziano con un impianto di fari da stadio!!! Abbiamo ancora tanto fiato per chiacchierare: arriviamo al Passatore, poi a Piasco, Venasca, per fortuna si percorre la vecchia strada di fondovalle, che è un po’ meno noiosa. Poi Brossasco, Melle, Frassino, Sampeyre, uno via l’altro, è notte e procediamo tranquilli. Beh, tranquilli… Io faccio finta di non pensarci, ma già qui ho qualcosa che non va. Qualche problema che non è il caso di descrivere nel dettaglio: diciamo che, se ci fosse un autogrill, mi fermerei volentieri ai servizi… Stoicamente taccio e tiro dritto. Non benedirò mai abbastanza Franco che, a Pontechianale, propone una sosta per un caffé. Un po’ mi vergogno. Anzi, mi vergogno tanto: io che voglio sempre fare “il ciclista che non deve chiedere mai”, che non mi fermo mai ai bar per non perdere tempo, questa volta proprio non ne posso fare a meno. Dieci minuti, poi si riparte: ma continua a non andare bene, no no… Proprio per niente!!!

Pazienza, non tutti i giorni sono buoni; adesso sono qui, in ballo, e devo ballare. Cerco di godermi, per quanto possibile, il momento. Ormai un poco di esperienza di notti in bici ce l’ho; il buio ed il silenzio non fanno più paura, anzi. Sono una splendida compagnia. E poi ci sono tante lucine intorno, tanti fruscìi di ruote; ormai la salita è dura, non si chiacchiera più. Siamo alla sbarra di Chianale, mancano poco meno di dieci km, i più duri. Salgo assieme a Matteo, ciclista di Genova conosciuto proprio quella sera poco dopo la partenza: si vede, che anche lui ne ha ben più di me… In cima c’è una tenda con alcuni eroi – sì sì, sono proprio loro, gli eroi – che ci danno bevande calde e qualcosa di buono da mangiare. Qualcuno dice che ci siano quattro gradi. Sono contenta, è bellissimo lassù…

La discesa, però, è un calvario, almeno per me. Continuo a star male, a sentirmi fiacca, in più ci si mettono anche i colpi di sonno. Scendo con una lentezza estenuante e mi rendo conto di non essere affatto presente, anche se mi sforzo di scherzare e di sostenere una parvenza di conversazione con Franco e Matteo che mi stanno aspettando. Mamma mia che strazio… Il tratto tra Chateau Queyras e Guillestre è facile, ma anche lì mi stacco. Mi prende lo sconforto: se qui sono in questo stato, come cavolo posso pensare di finire il giro? E mi prende anche la rabbia… Sto rallentando Franco, sto rovinando il giro anche a lui! Poco prima di Guillestre devo cedere per forza. Scendo di bici, dormo qualche minuto, seduta su una roccia, contro la parete, un po’ riparata dal vento. Franco mi aspetta, ripartiamo insieme. Si sale al Vars. Le prime luci dell’alba: di colpo, il cielo si infiamma, è prestissimo, ma siamo nei giorni più lunghi dell’anno. Raggiungiamo un paio di colleghi durante la salita; ci fermiamo a prendere dell’acqua. A Vars Le Claux, sosta al ristoro nel locale riscaldato: anche se sto male, ho una fame da lupi; mangio un sacco di cose, dal dolce al salato e ancora al dolce e al salato, e bevo Coca Cola e caffè e succhi, insomma, non mi pare il caso né il momento di star lì a fare delle finezze. E’ ormai chiaro quando ripartiamo, con i raggi del sole che illuminano i laghetti appena sotto il colle.

La discesa è un altro calvario: prima un’altra improrogabile sosta “tecnica”, poi il sonno che mi costringe, proprio senza possibilità di scelta, a buttarmi per terra a lato strada e chiudere gli occhi. Quando riesco a risvegliarmi, ho addosso solo tanta rabbia e voglia di piangere… Dannazione, sto rovinando tutto, TUTTO!!!

Adesso basta, scendo, raggiungo Franco che di sicuro mi ha aspettata, gli dico di andare. Io non ce la faccio, io torno dalla Maddalena e al diavolo il brevetto. Non ce la posso proprio fare!!! Sono uno straccio, fisicamente e nell’umore… L’aiuto di Franco però arriva, prezioso e provvidenziale come sempre. Arriviamo a Jausiers, ci fermiamo un quarto d’ora nel parco. C’è il mercato: compriamo un po’ di formaggio, del pane, ci buttiamo sulle panche, dormiamo un po’. C’è anche Graziano. Poi un cappuccino, e via ancora, destinazione la Bonette. Una fatica ignobile, come mai ho fatto su quella salita. Ancora soste “tecniche”, porca miseria, l’anno prossimo giuro che parto solo se ho un camion di Imodium al seguito… Eh lo so, fa ridere, ma anche di questi momenti drammatici è fatto il ciclismo!!!

Nonostante tutto, è sempre una salita che adoro. Però, stavolta, son più felice del solito, quando scollino e mi vesto per scendere… Altra piccola sosta a Camp de Fourche, tra i muri in pietra delle baracche. Ne approfitto per qualche minuto ancora di nanna. La discesa è ancora lunga; il sonno si farà sentire. E’ difficile, tremendamente difficile concentrarsi sulla direzione della bici, quando l’attenzione se ne va e non c’è modo per costringersi a fissare la strada.

Giù a St Etienne, altra sosta. Sarà che ormai vedo la fine, sarà che m’è passata la cotta, ma adesso ho solo voglia di filare via in fretta. Voglio arrivare a Isola, alla Lombarda, basta. L’ultima salita passa in fretta: a me piace tanto, anche quella, soprattutto quei sei km di rampe iniziali. Intanto il tempo sembra voler peggiorare: nuvoloni neri in cielo, si chiude. Un po’ mi preoccupa l’idea di arrivare su in mezzo ai fulmini: ma non c’è niente da fare, se non pedalare. A Isola 2000, ancora una breve sosta ed un attimo di nanna: pochi minuti, ma non ne posso fare a meno. Il cielo è sempre più cupo. Franco, Graziano ed io ci affrettiamo a salire: in cima c’è ancora un piccolo, provvidenziale ristoro. Un grazie anche ai volontari che ci hanno attesi!!! Ecco che attacca a piovere. Devo sbrigarmi, scendere il più in fretta possibile: già non sono proprio un fulmine in discesa; figuriamoci poi con la pioggia!!!

Prendo un po’ di vantaggio su Franco e Graziano; tanto, non tarderanno a raggiungermi. Per i primi km, piove forte, ma già dopo il bivio per il Santuario di S. Anna, scendo all’asciutto. L’euforia mi prende… Non avrei mai pensato di potercela fare, no, davvero. Mai. E invece eccomi qui.

L’ultimo tratto di pianura, tra Vinadio e Cuneo, è una sofferenza tremenda, per il caldo ed il traffico e la pianura. Oltretutto, per colpa di una mia informazione falsa e tendenziosa – e ne ero pure convinta!!! – la strada da fare è circa 10 km più lunga delle mie previsioni… Eppure in auto m’è sempre parsa più breve!!! Ma l’arrivo in Piazza Galimberti è una gioia tale che, credo, i miei colleghi di sventura mi avranno perdonata. Un immenso grazie a Franco e Graziano… Tra sei mesi avremo un’altra avventura da vivere così!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!