Alpenbrevet 2005

Questa sera torno un po’ indietro con le memorie ciclistiche. Sarà che, nei giorni scorsi, ho pedalato con la compagnia di un gran freddo, anche se per oggi non mi posso lamentare: m’è tornata in mente l’avventura del mio primo Alpenbrevet, una delle prime granfondo che sia riuscita a portare a termine nonostante il tempo da lupi.
Eh sì… Ci sono voluti anni di bici da corsa, per ficcarmi nel testone la consapevolezza che il freddo e la pioggia ok, sono sgradevoli, complicano parecchio la vita del ciclista, ma difficilmente uccidono! In particolare, la pioggia. Mi viene ancor la rabbia adesso, se penso a quanti bei giri e a quante granfondo ho letteralmente buttato via per colpa della pioggia. Anzi no, non per colpa della pioggia, ma per colpa della mia insensata paura! Di cosa, poi? Devo ancora capirlo adesso. Fa freddo, è vero, ma vabbè, si tratta di sopportare un po’. E’ impresa ardua frenare in discesa, vero, ma in fondo basta un po’ di cautela. E poi, una buona giacca impermeabile, e via!

Ero già ad Andermatt da una decina di giorni, insieme al mio (oggi ex) fidanzato: infausta idea, la mia, di andare da quelle parti in tenda… Per chi non lo sapesse, la condizione meteo tipica della zona di Andermatt è la pioggia. Oltre ad un freddo boia a cui è difficile, per noi che ad agosto abbiamo come minimo trenta gradi, adattarsi… Per la notte pre-gara, ho ceduto alle insistenze (sagge, col senno di poi) del mio ex di abbandonare la tenda e rifugiarsi in un albergo, onde evitare di presentarsi al via già stravolti.
L’Alpenbrevet prevede tre partenze scaglionate a seconda del percorso che si intende portare a termine: il Challenge (passi Susten – Grimsel – Nufenen – Lukmanier – Oberalp), il Classic (passi Susten – Grimsel – Nufenen – Gottardo), il Junior(passi Susten – Grimsel). Com’è ovvio, la mia ambizione è tentare il Challenge; quindi, metto il naso fuori dell’albergo quando ancora è buio. Anche troppo buio! Non si vedono nemmeno le stelle! In compenso, si sentono tante fastidiose goccioline sulla faccia… Andiamo bene! Già non ho alcuna speranza di riuscire a completare l’impresa, perché, ad Airolo, alla fine della discesa del Nufenen, bisogna arrivare entro un’ora tale che a me, per rispettare i tempi, servirebbe una moto (se si arriva troppo tardi, si viene dirottati sul percorso Classic e si sale al Gottardo). Dicevo, già è dura così. Figuriamoci poi se piove, al Challenge posso rinunciare in partenza!
Così rimuginando, dal paesino dove sono alloggiata, mi trasferisco ad Andermatt ed alla zona di partenza. Toh, che situazione insolita: fa un freddo boia e piove. Per fortuna, viste le premesse dei giorni precedenti, mi sono premunita; pantaloni lunghi invernali, giacca impermeabile, più bagaglio vario nello zaino.

La partenza di questa corsa, pure molto popolare, ha ben poco a che vedere con il via delle granfondo italiane. I ciclisti si mettono in griglia, tranquilli, aspettando senza esasperazioni, senza sgomitare per guadagnare un metro, senza tirarsela in modo esagerato, anzi. Molti hanno un aspetto che è tutto fuorché “semiprofessionistico”. Continua a piovere; il cielo è appena un po’ meno nero, ma è gonfio di nuvole che sembrano così pesanti da dover cadere su noi poveri pedalatori da un attimo all’altro. Sono preoccupata… Ahimè, lo so bene, come va a finire, di solito, in questi casi, per me! Ho già freddo freddo adesso… Mi guardo intorno, vedo volti per lo più sereni, rilassati come se nulla fosse: mamma mia, che fortuna, ci sono atleti che sembrano non aver paura di nulla! In effetti, non è che ci sia molto da temere, se non il freddo. E poi, non ho più tempo di pensarci: pronti, via, lo sparo dello starter, si passa sotto l’arco verde e si va all’avventura.

I primi lunghissimi km sono in discesa: ci si butta giù verso l’attacco della prima salita; sarà un salto di almeno cinquecento metri, da fare già con il freddo addosso, in gruppo. Per me è un calvario: frenare sotto la pioggia è difficile; dalle aperture dei paravalanghe, vedo giù il fondo di questa vallata stretta e profonda, impressionante; mi sforzo di non guardare, ma serve a poco. Son già tutti avanti, gli altri; in pratica, dietro a me restano quelli che han bucato e quelli che si fermano a far pipì. Vabbè dài Gian, recupererai in salita…

Per fortuna, ma sempre troppo tardi, il bivio arriva e, con esso, l’inizio della salita al Sustenpass. Piove, ma no? Tengo la giacca impermeabile: suderò parecchio, è vero, ma almeno eviterò di sentire l’acqua fredda direttamente addosso. La prima salita non è mai dura, anzi; sale in modo regolare per una ventina di km. Purtroppo, ha pochissimi tornanti: quindi, almeno per me, è difficile “di testa”, quando vedo davanti a me la strada dritta e sento la fatica senza però percepire il dislivello fatto, come invece potrei fare salendo di tornante in tornante.
Si sale nella nebbia, al freddo; la strada è bagnata, gli altri ciclisti sono sempre più silenziosi, ma credo stiano soffrendo come e più di me. Il freddo si fa sempre più pungente. Man mano che mi avvicino alla vetta, noto che le cime intorno sono imbiancate: allora, più su, nevica…

Infatti, lo scenario che si presenta sulla cima è apocalittico. Nevica; la galleria che c’è proprio sul passo serve da rifugio per chi deve vestirsi o semplicemente cerca un attimo di tregua dal maltempo. Appena fuori della galleria, sul piazzale a destra, il ristoro è preso d’assalto: non invidio quei poveretti dei volontari che stanno lì, fermi, da ore, al gelo! Non ci penso nemmeno, a fermarmi… Niente piede a terra, si va vanti, subito in discesa. Brivido… Fa un freddo tremendo, le mani e le dita si irrigidiscono nei guanti ormai fradici. I pattini dei freni scivolano inutilmente sul cerchio bagnato; stringo le leve con tutta la forza che posso metterci. La discesa, in queste condizioni, mi manda nel panico. Non ha nessun senso, ma mi sento come se, da un momento all’altro, non dovessi più riuscire a fermare la corsa della bici; continuo ad aggrapparmi ai freni fino ad avere male alle dita, alle mani, persino ai polsi, mentre mi sfrecciano accanto un sacco di persone. E in più, vedo poco o nulla, con l’acqua che mi bagna le lenti degli occhiali e la nebbiolina fitta che poi non è altro che pioggia. Impiego un tempo interminabile ad arrivare giù, al bivio per il Grimsel…

Il mio morale, però, si risolleva un pochino, man mano che mi avvicino al fondovalle. La pioggia sembra placarsi, addirittura pare che, attraverso le nuvole, spunti qualche raggio di sole, timido. Ormai, non ho più speranza di arrivare ad Airolo in tempo per poter completare il percorso “super”, il Challenge. Ho ancora due lunghe salite davanti a me, ed ho perso un’infinità di tempo. Vabbè, non importa, tiriamo avanti. Imbocco la salita del Grimsel, che inizia blanda e dritta; intanto, mi scaldo un po’ prima di fermarmi e levarmi la giacca impermeabile. Mentre sono lì ferma a bordo strada, mi passa un missile e mi saluta: é Omar, alias Camoscio delle Dolomiti del forum BDC. Un fenomeno… E’ partito un’ora dopo di me ed è già qui; scoprirò poi, alla fine, che il suo è il miglior tempo sul percorso Classic. Che fenomeno! Me la ricorderò a vita, quella scena!

Riparto, ben più modestamente, per conto mio. Sfrecciano gli altri fenomeni del Classic, mentre io riacchiappo qualcuno di quelli che son partiti con me e patiscono già un poco la stanchezza. Il Grimsel, da questo lato, è una salita che mi piace tantissimo, soprattutto gli ultimi 10 e rotti km, con i tornanti che si arrampicano su per le pareti rocciose con rampe impietose, e con le dighe ed i laghi che, in questa giornata così grigia, sembrano pieni di melma grigia, anziché acqua. Il colore è proprio quello!!!

Al passo Grimsel, mi fermo un attimo a bere qualcosa di caldo al ristoro, poi via, giù per la velocissima (persino per me!!!) discesa fino ad Ulrichen. E’ quasi un’autostrada; persino io posso lasciare andare un po’ la bici. Ormai ha smesso di piovere, anzi, sta spuntando quasi un po’ di sole.

Altra salita, il Nufenen: anche questa è stupenda, ad eccezione di un lungo tratto centrale, dritto drittissimo, che sembra non salire, ma in realtà sale parecchio e, in genere, viene affrontato controvento. Che incubo! Però la vallata è ampia, verde di prati, stupenda; poi, dopo il “drittone”, c’è una splendida serie di ampi tornanti. In cima fa freddo, siamo a 2.400 mt, se non ricordo male; il vento è teso e gelido. Altro ristoro e via: la discesa sarebbe, anche qui, comoda, se non fosse per il vento, che mi dà la sensazione di sbandare e mi costringe, immancabilmente, a tirare i freni. In più, la strada è fatta di blocchi di – non vorrei dire una boiata, ma a me pare così – cemento, con fessure tra un blocco e l’altro, che fanno continuamente saltare la bici.

Finalmente, Airolo… Avvicinandomi al punto X, la biforcazione tra gli itinerari Classic e Challenge, vedo ciclisti che rifiatano, seduti, al sole: mi dicono che ormai è tardi… Lo so, ma la speranza è l’ultima a morire, ci provo lo stesso. Tentativo, ovviamente, vano: gli addetti alla sicurezza mi dirottano verso il San Gottardo. E vabbuò Gian, che ci vuoi fare? E poi, onestamente, ce l’avresti fatta a sciropparti l’intero percorso “super”, quando già qui sei cotta, con tutte le difficoltà che hai già avuto oggi? Mah. Mi rassegno, in fondo sono “solo” 40 minuti in ritardo; mi avvio verso il San Gottardo.

Salita amata e odiata per il pavè: la temevo parecchio; invece, scopro che, oltre ad essere molto suggestiva per la bellezza dell’ambiente, è anche divertente per questa superficie “insolita” su cui mi trovo a pedalare. Ovviamente, si passa per la vecchia strada, una marea di tornanti uno sopra l’altro; sembrano accatastati, guardandoli da sopra. Complici l’entusiasmo di “fine corsa” ed un violento vento contrario che mette in difficoltà molti dei miei compagni di sventura ancora in viaggio, recupero un bel po’ di posizioni, che mi verranno poi irrimediabilmente rubate in discesa. La mia eterna condanna! Dopo un bel po’ di tremolio, arrivo in cima, dove ci sono i laghi e quella specie di orrendo “svincolo autostradale” che è stato costruito lassù. Finalmente, prima volta nella giornata, posso dire d’aver sudato: ora che è uscito il sole, nei miei pantaloni spessi invernali, faccio la sauna…

Poco male, ormai è fatta. Non mi metto nemmeno più il giacchino, sfido l’aria ancora fredda e via, verso Andermatt. La discesa è velocissima, io ovviamente tiro i freni e mi faccio riacchiappare da chiunque; per fortuna, il tratto è breve, si arriva ad Andrematt in fretta. Ultimo brivido, attraversare la ferrovia cento metri prima dell’arrivo! Se deve passare il treno, non c’è santo che tenga, tocca aspettare! Però, stavolta son fortunata e filo dritto. S’è appena conclusa la corsa che diventerà un altro dei miei classici!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!