9 settembre 2012 – ADDIO TOR DES GEANTS

Gli strizzacervelli sostengono che “esternare” sia un valido aiuto per elaborare un lutto. A me, il verbo “esternare” fa orrore; proporrei piuttosto di internare chi l’ha coniato. Tuttavia, a parte la forma, sono d’accordo sulla sostanza: parlarne, a voce o per iscritto, attenua il dolore. Ergo, eccomi qui, reduce da un breve giro in mountain bike fino alle prime propaggini di collina, in quel di Ceresole d’Alba e dintorni. Come ieri sera. Due tramonti molto diversi, entrambi stupendi. Tormentato di nuvoloni neri dai contorni incandescenti, incastonati su un cielo di metallo, quello di ieri, e coronato da un arcobaleno intero, da terra a terra. Limpidissimo, la luce di un incendio attraverso l’aria spazzata dal vento, una brezza che sembrava il mare d’inverno, stasera. La corona delle cime nettissima tutt’intorno; spiccava la guglia del Cervino, bellissimo, anche da qui, anche se forse proprio oggi avrei dovuto essergli ben più vicina, se tutto fosse andato come speravo. Ma è da un po’ di tempo che nulla va come io spero…

“Deve rassegnarsi, signorina” commenta il medico, mentre armeggia con provette e lacci emostatici. “Non ha più vent’anni”. Con il braccio sul tavolo del prelievo ed il viso girato da tutt’altra parte, per limitare il rischio che il terrore mi faccia crollare a terra come una pera matura, sono troppo avvilita per rispondere come dovrei. E poi non posso reagire, la mia vena è alla sua mercè… Se sono qui, è solo perché mi sento proprio con le spalle al muro. Altrimenti, mai e poi mai mi sarei rassegnata alla trafila della sala d’attesa, della ricetta medica, delle analisi. Il fatto è che, così, non posso più andare avanti, proprio nel senso letterale dell’espressione. Tutto ciò che desidero è tornare a correre come prima.

Tutto sembrava andare per il meglio, domenica mattina. Nove ore di sonno profondissimo, nel minialloggio che Matteo e la mamma hanno preso in affitto per la settimana della gara; colazione pantagruelica, bagaglio organizzato, una volta tanto, nei minimi dettagli. Ultime ore di vigilia di un appuntamento sognato per un anno intero, notte dopo notte e giorno dopo giorno, fin dal primo istante successivo al traguardo dell’edizione 2011; immaginato, rivisto, pensato, raccontato, vissuto tra me e me in ogni attimo possibile, in coda agli sportelli di qualche ufficio pubblico, nella quiete di un lungo viaggio in autostrada negli allenamenti quotidiani, persino nella concitazione di altre corse. Il cuore sempre, sempre lì. Ad un’ora e mezza dalla partenza, non sto più nella pelle: seguo i preparativi di Matteo, i suoi gesti lenti e studiati, con crescente esasperazione. Non è umanamente possibile che si possa impiegare tanto tempo per indossare un paio di calze o per legarsi le scarpe… Io son pronta già da un’eternità! Sembra che lo faccia apposta, il marrano; sento le mie pupille restringersi a capocchia di spillo. Quando finalmente il sacro rito della vestizione sembra volgere all’agognato termine, il maledetto produce un’idea geniale: “Ah già, devo ancora preparare il the per la borraccia!”. In un sovrumano sforzo di autocontrollo, in omaggio alla presenza della mamma, riesco ad evitare di commettere un omicidio con l’aggravante della crudeltà, ma non ho intenzione di aspettare un attimo di più: anche se la partenza è a un solo km di qui, prendo la porta e me ne vado.

Cielo terso, non fa nemmeno così freddo. Sotto l’effetto dell’ipnosi, mi avvio verso il centro di Courmayeur, con il battito del cuore che accelera all’unisono con il crescere del brusio. Un cagnone nero, a pelo lungo, gironzola da solo lungo il viale e mi concede di fargli qualche coccola; altri cani portano a spasso padroni dagli occhi ancora appiccicati di sonno, benché siano ormai quasi le nove. Corridori spuntano da ogni dove, dalle viuzze laterali, dai bar, soli o in gruppetti o accompagnati dalle famiglie. Spero di non rimediare troppe brutte figure… So già che l’agitazione mi impedirà di vedere e riconoscere i volti noti; passerò, come minimo, per maleducata. Conosco ormai Courmayeur come le mie tasche, neanche ci abitassi da una vita: i suoi negozi, le vetrine, i bar. E la piazza in cui, stamattina, campeggia la griglia di partenza del mio terzo Tor des Geants. L’emozione è pari al primo, anzi peggio, se possibile… Perché la prima edizione è stata una scoperta, la seconda mi ha regalato un risultato per me lusinghiero… La terza, è inevitabile, porta con sé la speranza di riuscire ancora meglio. So benissimo che un Tor des Geants, 330 km per 24.000 m di dislivello, non si potrebbe mai dare per scontato, nemmeno dopo averne concluse dieci edizioni di fila, perché troppe sono le variabili in gioco, molte di carattere personale, ma molte altre, troppe, del tutto indipendenti dalla volontà e dalle possibilità dell’atleta. Allenarmi e saper dosare le forze dipende da me… Incappare in una settimana di tempo splendido o di tregenda no, com’è ovvio, ed è cosa che può cambiare radicalmente le sorti della prova.
Già, il meteo. A quanto sembra, non sarà favorevole come gli anni scorsi. Non ci sarà risparmiata qualche solenne lavata. Del resto, in alta montagna, il sole e le notti stellate non sono affatto la norma; sono solo uno dei tanti scenari possibili. Seduta sul bordo del marciapiede, scruto quel minuscolo spicchio di cielo che s’insinua tra i tetti della via: se non altro, la partenza sarà calda ed asciutta. Così piazzata, all’altezza dei miei occhi vedo sfilare mani che stringono bastoncini e mani che armeggiano con macchine fotografiche di ogni genere, dal giocattolo al marchingegno professionale. E cagnoni di ogni taglia, foggia, mantello, razza o non razza, tutti convenuti a salutare i loro amici umani un po’ suonati. Penso ai miei tesori pelosi: mai e poi mai li vorrei al via di una corsa… Sarebbe troppo doloroso, benché momentaneo, il distacco, forse più per me che per loro.

Il brusio aumenta, un microfono gracchia, Matteo non si vede ancora. Ma che fine ha fatto? Voleva prepararsi il the o piuttosto la ribollita? Mi procuro un torcicollo per cercare di scorgere, tra la folla di polpacci e ginocchia che vedo da quaggiù, la sua sagoma… Niente. Amen, io non resisto più; mi alzo, malferma sulle gambe per l’emozione, e raccolgo obbediente l’invito della voce del microfono: gli atleti alla punzonatura. Faccio un po’ fatica a riconoscermi nella definizione di atleta, ma, se son qui agghindata in questo modo, significa che, almeno formalmente, faccio parte della categoria. Con il mio numero di pettorale, 99, ben esposto sulla pancia, mi avvicino al gazebo, il braccialetto già orgogliosamente esposto al polso destro, più prezioso per me di mille gioielli. Per la terza volta, in un tempo che sembra volato, e che spero invece, di tutto cuore, si fermi in questi giorni che mi attendono, diventi lunghissimo, lentissimo, quasi eterno. E’ proprio come se l’avessi corsa solo ieri, questa gara. Le immagini, i paesaggi, le sensazioni, le voci, tutto è vivo, nitido nella memoria. Mi fermo lungo il corridoio di passaggio, un po’ più sollevata dopo aver fatto il mio dovere di registrazione; ma innumerevoli sono ancora i volti che scorrono lenti ed ordinati, prima che compaia quello di Matteo.
Un ronzio insistente ci fa voltare tutti con il naso all’insù: un aggeggio che mai avevo visto in vita mia sta volando sopra le teste dei corridori; è una minuscola telecamera, appesa ad una struttura a croce con quattro eliche, una per ogni estremità, un aggeggio radiocomandato che si aggira per la piazza, a svariati metri d’altezza. In me si risveglia all’istante l’antica passione per le macchine radiocomandate: all’epoca in cui, nei pomeriggi liberi della scuola elementare, facevo correre una bellissima Chevrolet Corvette in miniatura su e giù per l’orto della nonna, con rovinose derapate tra le file d’insalata e passaggi assassini in mezzo alle piante di pomodoro, coltivavo il sogno segreto di poter tenere tra le mani il telecomando di un modellino d’aereo, di quelli alimentati a cherosene, da far volare sopra i tetti di Carmagnola… Un desiderio che già allora mi pareva talmente esagerato da non aver mai nemmeno osato esprimerlo a mamma. Per un oggetto come quello che ora mi volteggia sulla capoccia, avrei fatto follie…

Quando ormai mi rassegno all’idea che abbia cambiato programma, ecco arrivare anche Matteo, con l’espressione in viso del bovino condotto al macello. Mi vien da ridere, perché oggi per me su tutto domina un’euforia incontenibile… Sciagurata incoscienza! Il microfono scandisce i minuti che mancano alla partenza, le ultime raccomandazioni a cui nessuno presta più attenzione. Alla prima telecamera volante se ne aggiunge un’altra, sorretta questa da una struttura a forma di asterisco, con otto eliche che producono uno spostamento d’aria impressionante. Il cielo, stamattina affollatissimo, ospita anche alcuni parapendio a motore; il massiccio del Bianco, immobile, osserva tutto questo sgambettare ai suoi piedi e, ne sono certa, sorride divertito… Ciascuno dei minuscoli bipedi brulicanti alle pendici del monte è lì con un suo motivo, un obiettivo, addirittura una vocazione. Per me il Tor è tutto, non saprei dire altro, è quanto di più straordinario la vita mi abbia regalato: no, non esagero, è proprio così. Forse il buonsenso suggerirebbe di dare più importanza ad altri aspetti, alla salute, al lavoro, ecc. ecc.; tuttavia, è risaputo che, quando il buonsenso veniva distribuito, io ho dimenticato di mettermi in fila. Al cuore non si comanda…
Occhi bassi che fissano le scarpe, proprie ed altrui; ce ne sarebbe per fare un sondaggio commerciale su marche, tipi, preferenze… Gambe scolpite, gambe tatuate, gambe prigioniere in quelle ridicole calze multicolori che saranno indubbiamente utilissime per la circolazione, ma così brutte… Ma non è più tempo di badare all’estetica. Inizia il conto alla rovescia e via. Si parte, mi sembra di scoppiare di gioia; mentre passo sotto l’arco, penso che non c’è nulla al mondo che possa darmi un’emozione paragonabile anche solo ad un centesimo di questa. Si comincia al passo, mentre la folla di corridori davanti sfila nella strettoia; poi di corsa lenta, ma solo per far figura davanti al pubblico che festeggia, solo fino al ponte sulla Dora, perché c’è discesa. Le telecamerine volanti non ci mollano un attimo; i bambini che fanno il tifo picchiando le pentole sono forse gli stessi degli anni scorsi, e chissà se, tra molte edizioni del Tor, li si rivedrà ancora, ormai universitari, a picchiare le pentole…

La salita al Col d’Arp comincia in coda, sul sentiero ripido e stretto. Come in tangenziale di primo mattino nei giorni di lavoro, si procede a strappi. Matteo è ancora qui alle spalle, tesissimo al suo debutto, ma si vede lontano un miglio che frigge. Un po’ l’ingorgo infastidisce anche me, che amo prendere il mio passo e portarlo avanti sempre uguale, ma è questione di poco. La colonna pian piano si sgrana, il passo si allunga, nel fitto del bosco; il calpestio di rami e foglie si sente lontano, a riprova di quant’è lunga la fila di persone. 650 gli atleti al via, pare. I numeri non sono il mio forte; mi pare che i metri di dislivello, per cominciare, siano circa 1.300 o poco più. E dire che conosco questa salita meglio delle mie tasche!
Il chiacchiericcio si allenta; qualcuno già cerca di passare avanti. Matteo per primo, ma lui può… Io resto a ruota; mi permetto il sorpasso solo quando è strettamente necessario per evitare il “tappo”. il primo strappo molto ripido, appena usciti dal bosco, calma i bollenti spiriti; anche lungo la successiva strada sterrata, nessuno si lancia a correre. L’elicottero ci segue da vicino, fa la spola tra noi della coda ed il gruppo di testa, che a quest’ora sarà già oltre il colle. Non vedo cavalli qui nei paraggi, ma dovrebbero esserci; si percepisce forte l’odore. Si torna sul sentiero, in mezzo all’erba, accanto ai ruderi delle baite ed al solito tubo che da anni convoglia l’acqua e da anni in questo punto perde, sempre con lo stesso ronzio. Piano, un passo dopo l’altro, anche se l’entusiasmo suggerisce tutt’altro. Mi sento abbastanza bene, ma… C’è un “ma”, non ben definito. Speriamo sia solo colpa della colazione abbondante, o della mia solita avversione ai primi venti km di qualsiasi corsa. Per prudenza, meglio restar tranquilla.
Il vallone si apre in vista del colle; da rettilineo, il sentiero diventa man mano più tortuoso, una serpentina sempre più stretta e ripida. Cerco silenzio e concentrazione. C’è qualcosa che mi tormenta, ma non capisco cosa. Non ancora. Scollino ed attacco la discesa di corsa, ma solo in quei brevi tratti in cui il fondo è sabbioso, morbido e tuttavia sicuro. Una corsetta blanda, poco più di una marcia, con i bastoncini pizzicati sotto le ascelle e le mani sulle borracce, sistemate sugli spallacci. Niente da fare, non ho ancora trovato un sistema davvero comodo per portarmi appresso da bere. La borraccia nello zaino è scomoda, devi levarlo ogni volta che vuoi bere. Nelle tasche laterali, quand’è piena, pesa ed aumenta l’oscillazione dello zaino in corsa, per quanto si voglia stringere la fascia a vita. Sugli spallacci sarebbe perfetta, se solo stesse ferma durante la corsa… Neanche a parlarne. Lasciamo poi perdere le varie sacche idriche, scomodissime da sistemare nello zaino.
Con questo incedere oscillante, tipo il leggiadro volteggiare di un rinoceronte, attraverso il lungo pendio tra i pascoli. Non sono tanti, i corridori che mi sorpassano, per il semplice fatto che dietro di me resta ben poca gente. Quattro chiacchiere qua e là; al ristoro, la prima agognata dose di Coca Cola, un po’ di zucchero, cioccolato, limone e via. Qualcuno già domanda di un massaggiatore: cominciamo bene…

Riprendo la discesa, sempre la stessa corsa molto regolare e lenta, giù per la strada a tratti sterrata, a tratti asfaltata, tranne un tratto su sentiero ripidissimo per tagliare un tornante. Sulle cime spuntano fiocchi di nuvole: il meteo, per questa sera, ha annunciato possibilità di temporali. Continuo a corricchiare lungo la strada, appena appena, fino al bivio con il sentiero che conduce a La Thuile. A fondovalle, il rumore sordo delle auto che passano sotto i paravalanghe.
Brevissima risalita in compagnia di due fanciulle ed una pessima sensazione. Improvviso e penetrante il mal di testa. Poche ciance, sono appena all’inizio, passerà… Non è il caso che mi spaventi, né tantomeno che mi affretti. Va benissimo procedere con calma. Il sentiero torna a scendere, attraversa il corso secco e pietroso di due ruscelletti, per poi attraversare un tratto di bosco profumatissimo e raggiungere, infine, La Thuile. Anche qui ci attende un folto pubblico festante. Attraversiamo alcune viuzze secondarie, per restare lontano dal traffico e raggiungere il punto di ristoro al palazzetto. La mia sosta è brevissima, giusto il tempo di riempire le borracce e mangiare un po’ di zucchero ed un po’ di formaggio. Uno sguardo alla sala gremita di atleti che se la prendono molto più comoda di me… Il mio cruccio, adesso, è raggiungere almeno il prossimo colle prima che cominci a piovere; a giudicare dalle previsioni, e soprattutto dai nuvoloni che si rincorrono in cielo, direi che non c’è tempo da perdere. Mi fiondo fuori dal palazzetto, con la tazza colma di pezzi di cioccolato e di fontina, un connubio agghiacciante.
Concluso il tratto di asfalto, si passa sul sentiero dietro il campo sportivo. Brevissima ma secca risalita ed io, ancora una volta, storco il naso, ma taccio, anche e soprattutto a me stessa. Attraversiamo l’ormai nota via di mezzo tra zona industriale e parco, con alcuni stabilimenti circondati dagli alberi. Per la prima volta noto un impianto che ha tutta l’aria di essere quello del teleriscaldamento: e chi l’avrebbe mai detto, che si potesse avere anche in montagna?

Altra breve risalita interlocutoria, qualche centinaio di metri in lunghezza, su sterrato, per tagliare le curve della strada. La fatica che sento ogni volta che devo riprendere a salire è quantomeno anormale… Ancora un po’ di asfalto in leggera discesa, uno di quei tratti in cui mi ero ripromessa di provare almeno a corricchiare. Ma non ne ho le forze. Gian, cavolo, vuoi stare calma? E’ solo l’inizio, avrai più o meno 20 km alle spalle, te ne toccano ancora 310. Cosa vuoi che cambino, nella realtà dei fatti, i tuoi due passi di corsa?
Il sentiero sulla sinistra, che imbocco tra gli incoraggiamenti della piccola folla qui assiepata, segna l’inizio della seconda salita, il Passo Alto, nomen omen, oltre quota 2.800. Tappa intermedia, il Rifugio Deffeyes. Oltre il primo tratto pianeggiante, il sentiero sale subito, aspro ed irregolare, tra i roccioni, nel bosco. Le quattro parole che tento di spendere qua e là mi rendono evidente, se ne avessi avuto bisogno, che in salita sto sprecando troppa fatica e che mi manca il fiato. Quel che è peggio, il risultato di questo gran dispendio di energie è quasi nullo. Tanti, troppi concorrenti mi sorpassano in salita: non è un rammarico di carattere agonistico, il mio; il guaio è che, in condizioni normali, non accade… Insomma, la salita è uno dei miei pochissimi punti di forza. Oggi, tutte queste grosse pietre, queste radici costringono a sollevare molto i piedi, a spingere molto sui bastoncini, ed ogni volta è un respiro profondo, troppo.
Nei tratti in cui le fronde degli alberi lasciano spazio al cielo, quel che vedo non è incoraggiante; una cappa scura, pulmbea, minacciosa. Qualche goccia, qua e là, cade; s’è alzato un leggero vento che sa di pioggia. Dannazione… Quest’anno ho messo nella mia dotazione anche il poncho, ma per la prima tappa ho pensato bene di lasciarlo nel borsone al seguito. Vuoi vedere che adesso mi servirà? Calma Gian, calma… Hai comunque la giacca impermeabile. E poi, i pensieri negativi assorbono energie preziose. L’unica speranza è che una fettina di cielo sembra ancora sgombra; con un po’ di fortuna, è proprio nella direzione in cui andrà la corsa.
In un tratto ripido tra gli alberi, il compagno d’avventura che mi segue esclama: “Dai, facci ridere un po’!”. Riemergo dal profondo delle mie cupe elucubrazioni: ma che stai addì? Alzo la testa e capisco: “Capperi! Non è un’allucinazione da fatica! E’ proprio lui!”. Giovanni, del trio “Aldo Giovanni e Giacomo”, che scende in senso contrario alla gara. Appassionato pure lui di corsa in montagna, sarà venuto a vederci!
Ormai conosco bene il tratto aspro, impegnativo, tutto a scalini di questa salita. Stavolta però ho la sensazione che qualcuno ne abbia aggiunto un pezzo. Un po’ aiutano gli incoraggiamenti degli innumerevoli turisti che oggi affollano questo sentiero – e quanti splendidi cani! – ma la fatica che provo non si cancella. Finalmente il breve tratto sul pianoro, con vista sui laghetti ed un cielo che fa paura. Urla e schiamazzi dai nugoli di tifosi che hanno scelto questo tratto “comodo” per osservare la nostra marcia. Poi si torna a salire, ma su un sentiero con fondo più praticabile. Qualche tornante e siamo in vista dei cartelli gialli segnaletici, su in alto. Dal bivio, faticosissima conquista, pochi minuti ed ecco il ristoro al Rifugio Deffeyes.
Faccio il pieno di Coca Cola e polenta, meravigliosamente disposta a fette su un vassoio. E’ vero, la polenta riempe la pancia dando però ben poco nutrimento. Ma è troppo buona… Un po’ di cioccolato, il pieno alla borraccia e via, si riparte, mentre molti – più assennati di me – si riposano ai tavoli del rifugio. Breve tratto in piano, una pietraia attraversata da rigagnoli d’acqua limpidissima, e si torna a salire. Non appena la pendenza torna positiva, sento il battito del cuore quasi impazzire: un fiatone esagerato, una sensazione di malessere in tutto il corpo. E non siamo ancora, credo, al trentesimo km di corsa! Mi raggiungono altri corridori, sento il loro fiato sul collo, mi faccio da parte per lasciarli passare… E il mio morale scivola verso il grigio pesante del cielo ed il nero minaccioso della sconfinata pietraia tutt’attorno. Quel che è peggio, questo tratto di salita, fino al Passo Alto, è irregolare, a strappi. Accolgo le ultime rampe come una liberazione, e non mi conforta affatto vedere che c’è chi soffia più di me…
La discesa, impegnativa e tecnica, per un po’ mi distrae dalle fosche riflessioni. E’ una distesa di pietre, richiede un equilibrio che certo io non ho, un lavoro certosino di occhi e bastoncini, anche se in alcuni tratti è stata ben sistemata con le rocce piazzate a scalini; manca un bel corrimano e poi è perfetta! Con mia gran sorpresa, noto che, nonostante tutto, qui me la cavo meglio di altri, che rimangono indietro. Sarà che le gambe sono ancora agili e sciolte. Trovo anche da chiacchierare, mentre l’elicottero è tornato a volteggiarci sulla testa. Un collega d’avventura, al primo Tor, mi chiede notizie, s’informa sui miei programmi , in particolare sull’argomento “sonno”. Mah… Difficile fare progetti precisi; tuttavia, se riesco, alla prima base vita farò una breve sosta per darmi una rassettata e mangiare una sorta di cena; a Cogne, seconda base vita, dovrei arrivare nel pomeriggio, quindi mi limiterò ad una doccia, per non perdere ore preziose di luce, ed andrò a dormire un paio d’ore al Rifugio Sogno, lungo la successiva salita. Mi rendo conto che si tratta di una tabella di marcia ambiziosa, ma, con un po’ di fortuna, dovrei riuscire a rispettarla.
Dall’ultimo tratto di discesa, con i primi alberi a far da contorno al sentiero, si può osservare la serpentina di corridori appesi alla parete della montagna, sulla prossima, temibile salita. Se non altro, fin qui non ha piovuto… Ed al punto di ristoro dell’alpeggio Promoud c’è dinuovo la polenta. Oltre alla provvidenziale toilette.
Dovrei mangiare un po’ di più, ma ho paura del peso sullo stomaco sulla prossima salita. Ormai ho un’età, non posso più sostenere di digerire anche i sassi come una volta, perlomeno sotto sforzo. Riparto, non prima di aver coperto di coccole un bellissimo cane, tipo Border Collie, legato ad una recinzione in attesa del padrone. La bestiola è talmente esuberante da saltarmi letteralmente in testa, tutta scodinzolante ed uggiolante…
Attacco la salita con il morale un po’ meno cupo e, mi sembra, le forze rinfrancate. Uso tutta la prudenza di cui son capace, però. Il primo tratto di salita nel bosco è ripido, a strappi; qui sono sola, mi sento bene e ritrovo entusiasmo. Dai Gian. Va tutto bene. Il sentiero prende poi una pendenza regolare, non eccessiva. Scruto le nuvole: non si può dire che la serata si annunci serena e stellata… Ma qualche sprazzo di azzurro si salva ancora. Vuoi vedere che, dopo due anni di fulmini & saette, al Col de la Crosatie stavolta si arriva asciutti? Non tira neppure vento; l’aria è quasi immobile. Ormai si fa sera; per quanto la coltre di nubi e le mie lenti ancora scure – ho notato che gli occhiali fotocromatici, con il freddo, impiegano più tempo a recepire le variazioni di luce e di conseguenza a schiarirsi – mi facciano sembrare la sera più buia di quel che è in realtà, devo comunque considerare che la notte mi coglierà nella prossima discesa. Tutto sta a vedere a che punto del sentiero.
Mi raggiungono due atleti: il primo, un francese, passa avanti; il secondo preferisce restare a ruota, apprezzando il mio passo lento ma regolare. I tornanti si susseguono, sempre più stretti, fino a ridursi a pochissimi metri tra una curva e l’altra. Penso con timore al tratto che ci attende tra pochissimo: tutta roccia aspra, a scalini, con passaggi molto esposti, l’ideale per chi, come me, ha poco equilibrio ed il terrore del vuoto. Se non altro, stasera non ci sono fulmini che schioccano nei timpani, né roccia bagnata e scivolosa. Quindi, affronto con rassegnazione le corde, gli scalini, i tratti da superare con il paraocchi per non guardare giù. Carpisco un frammento di discorso alle mie spalle: qualcuno afferma che, nonostante la fatica e la stanchezza, non vorrebbe trovarsi su una spiaggia di Rimini nemmeno a pagamento… Purtroppo non ho il fiato per manifestare la mia approvazione!
Il suono di un flauto sconcerta le orecchie dei presenti. Un flauto? Qui? Fenomeno di allucinazione collettiva? Eppure non è ancora trascorsa una notte… No no, il flautista c’è davvero, seduto su una pietra, a pochi metri dal colle. Al cippo, il collega che mi ha seguita per buona parte della salita mi fa i complimenti: “Bel passo, ragazza”. Parole che su di me hanno l’effetto del turbo… Mi lancio a capofitto, per quanto mi è possibile, giù per la discesa. Per fortuna, sia il fondo che la pendenza sono tollerabili per le mie scarse capacità. Vorrei macinare più strada possibile, prima che il buio renda indispensabile la pila frontale. Raggiungo il primo lago e la mia Petzl è ancora nel marsupio: un rapido calcolo mentale mi porta a pensare di avere un po’ di vantaggio rispetto all’anno scorso; quando son passata qui, dodici mesi fa, era già buio pesto. C’è anche da dire che pioveva. Questa sera, un paio di colpi di tuono ce li siamo concessi, ma nulla più, almeno finora. La discesa è lunghissima, quasi eterna; le luci del paese, sempre giù in fondo… Ma non ci si arriva mai. Con sorpresa, l’ultimo tratto di un paio di km si corre su asfalto. A Planaval, il punto di ristoro, a cinque km circa dalla prima base vita di Valgrisenche. Mi fermo qualche istante per indossare la giacca, mangiucchio e riparto. Quasi subito, la marcia mi riporta a quella strana sensazione: passo un po’ impastato, fiato un po’ corto. Strano, considerato il tratto di pianura e poi la salita finale, davvero blanda. Forse è colpa dell’abbigliamento sbagliato; temevo di patire il freddo, ma mi sono coperta un po’ troppo. Almeno, cerco di convincermene… Nei brevi tratti di discesa, provo a correre, ma le gambe rifiutano. Non le forzo. A Valgrisenche accendo il telefono quei pochi istanti che bastano per chiamare mammà, anche se sono le dieci e quaranta; “Sei già lì? – risponde, con la voce un po’ melmosa per il sonno – “Allora quest’anno lo fai due volte il giro!”. Se solo immaginasse, se solo immaginassi…

Alla base vita di Valgrisenche trovo, puntualissimo, il borsone giallo e conquisto la prima spillina. Un’ondata di felicità mi travolge: e una… Scortata da uno degli instancabili volontari, scendo nel locale dedicato a chi vuol darsi una sistemata, senza però far la doccia. Stendo qualche istante maglia e canotta ad asciugare; mi ripulisco alla bell’e meglio con i fazzolettini bagnati; stendo un nuovo strato di Pasta di Fissan sui piedi; metto nello zaino il poncho. Tappa toilette con tanto di lavaggio denti: sì, prima di andare a mangiare, è vero, ma non ha molta importanza; tanto, in questa corsa si mangia in continuazione… Trovo diversi volti amici, sia nello spogliatoio che a tavola. Un piatto di pasta, un uovo, due pezzi di crostata, due lattine di Red Bull che tracanno un po’ nella speranza di un aiuto per la notte, un po’ per golosità smodata nei confronti di questa bibita. E un po’ di cioccolato in tasca, da sgranocchiare salendo.
Dovrei concedermi più tempo, più pause, lo so, ma non ce la faccio. Un attimo dopo sono già fuori. Mi avvio verso la terza salita, il Col Fenetre. Una voce nella notte: mi raggiunge Ernesto, l’angelo custode che l’anno scorso mi ha trascinata lungo l’ultima salita e fino a Courmayeur a velocità per me fantascientifica. Attacchiamo la salita ridendo e scherzando, in compagnia di un terzo elemento che insegue la moglie in fuga. Lunga e ripida salita nel fitto del bosco. Gocce mi colpiscono la gamba sinistra: che piova? Eppure è strano… Cadono sempre lì? Probabilmente è colpa della borraccia sistemata sullo spallaccio sinistro. Sarà bucata. Meno male!
Un tratto della salita taglia in verticale un pendio erboso. Vedo salire i fari di un auto… Ma guarda tu, non mi ero mai accorta che qui passasse una strada. Alzo gli occhi al cielo; un bellissimo firmamento di stelle… Esulto. Ancora bosco e poi un tratto di salita irregolare, sotto il cielo aperto. Il Rifugio nonché punto di ristoro spunta all’improvviso dietro una spalla erbosa. L’intenzione è di fermarsi lo stretto necessario per bere qualcosa di caldo, poi ripartire subito, per non rabbrividire. In effetti, trangugio volentieri una tazza di the… Ma non tocco quasi nulla di solido, non ne ho voglia. E non è un buon segno.

Mi rimetto in cammino un attimo prima di Ernesto, che mi raggiunge. Breve tratto di strada sterrata, un paio di curve, poi la salita riprende. Il mio compagno di viaggio è perplesso: ma non si doveva scendere, adesso? No, niente affatto, c’è ancora un bel tratto di salita. Solo che nemmeno io lo immaginavo così lungo e così duro. Contro il cielo nero s’intravede appena la sagoma della montagna, il contorno lo disegnano le stelle. Il passo è all’incirca lassù… Ma è un “lassù” che non arriva mai. Nel giro di pochi minuti, il mio passo diventa estremamente pesante, lento, impastato; il fiato sembra non giungere più ai polmoni, per quanto io sbuffi come una ciminiera. Le gambe non vogliono più scorrere una davanti all’altra; ogni minimo muscolo è pervaso da un senso di fiacca impressionante. I metri diventano chilometri, altri corridori mi sorpassano; solo Ernesto rimane alle spalle, forse non s’è ancora accorto di nulla, forse ha pietà di me. Il panico mi travolge. La fila delle lucine è lontanissima, là in alto… Come ci arrivo, io, lassù? Pianto i bastoncini con rabbia, ce la metto tutta, ma l’andatura è sempre più goffa, il respiro sempre più affannoso. Mal di testa improvviso e penetrante, un senso di nausea altrettanto violento; qui va a finire che tra poco svengo…
Mi sembra siano passate ore di tormento, quando finalmente la frontale illumina l’ultimo tornante. La discesa non aiuta: un lungo tratto corre su un sentierino che ha sì un buon fondo, ma una pendenza severa e, quel che è peggio, il baratro al fianco. Ho il terrore di scivolare, soprattutto in questo stato, con le gambe malferme ed i capogiri. Ma mi spiace rallentare Ernesto; faccio del mio meglio per scendere. Ma non c’è verso, la stanchezza non mi molla; inaudita tribolazione giù per questa discesa infernale, che ad un certo punto diventa tutta pietroni, sconnessa, ostica, odiosa. E non finisce mai… Non finisce mai, anche se Rhemes sembra lì sotto ad un tiro di schioppo. Nausea, brividi. Mi costano tanta fatica persino quelle poche centinaia di metri in pianura, su asfalto, per arrivare al ristoro.
Ernesto patisce il sonno, decide di fermarsi qui a dormire un po’. Io vado a caccia di caffé, una tazzona colma e con tanto zucchero; la bevo d’in piedi, in un misto di confusione, smarrimento, preoccupazione. “Non ho più forze”, rispondo a chi mi chiede come va… E non lo dico così, tanto per dire. Provo a mangiar qualcosa, ma la nausea me lo impedisce. Riempo di cioccolato e biscotti vari il sacchettino che porto appeso alla cintura dello zaino, nella speranza di approfittarne quando starò un po’ meglio, ma… Quando?
Ho fretta, ho paura. Mi tuffo fuori, nella notte, verso la quarta salita, ma non mi ci vuole molto per capire che sarà dura. Durissima. Bastano i primi metri di sentiero. Portare avanti i piedi è uno strazio. Calma Gian… Calma. Sali piano, piano quanto basta. Annaspo, proprio come i pesci cavati via dall’acqua, eppure sembra che l’aria si fermi in gola. Il battito del cuore, per un nulla, impazzisce, la gola brucia. Il Col Entrelor non è tenero, sono d’accordo, ma a me sembra di affrontare la Nord dell’Eiger… Rallento a dismisura, medito i passi, salgo al buio e non so dove sono, né quanto manca. Sembro il classico assetato che striscia nel deserto. Tanta, troppa gente mi raggiunge e passa oltre. E lo sfinimento gonfia i pensieri negativi a dismisura. Calma, calma, calma, più calma di così… Dentro il bosco, fuori del bosco, passata quota duemila metri. Un cielo stellato meraviglioso suona quasi come una beffa. Qualcuno s’accoda; ormai non mi sposto nemmeno più per lasciarmi superare; ogni minima variazione di questo ritmo penoso mi costa un dispendio di energie eccessivo. Passeranno se e quando potranno… Due compagni di avventure restano dietro: così facendo, buttano benzina sul fuoco della mia inquietudine, anche se, poveretti, non lo possono sapere… Mi affanno ancor più per non rallentarli, ma rischio davvero che il mio respiro diventi un rantolo. Il sentiero è sempre più ripido, sempre più ripido, non ce la faccio più… Le lacrime ormai annebbiano quel poco di vista notturna che ho. Uno dei due corridori passa avanti; provo a seguirlo, ci riesco per un po’, ma a prezzo di una fatica distruttiva. Mi incoraggia, dice che mancano meno di seicento metri di dislivello: in queste condizioni, per me, un abisso… Dai Gian, devi stargli dietro, devi. La puntura nel petto, sul fianco, tra le costole, si fa sentire perentoria, mi toglie quel poco di fiato. La voce squillante di Ernesto, che mi ha già raggiunta, è il colpo di grazia al mio morale già sottoterra…
Ormai non posso più nascondere a me stessa la verità. Quel che mi sta succedendo è lo stesso malanno che mi ha colta alla “24h del Parco Sempione”, a Milano, a giugno, e poche settimane dopo all’Ultrabalaton; finite entrambe in ambulanza, alla diciassettesima ora di gara ed al centesimo km rispettivamente. E poi, a fine luglio, all’Ultra Tour du Beaufortain, dove non ho avuto bisogno di soccorso solo perché, dopo cinquanta km di fatica e di pena, sono stata fermata per aver oltrepassato il cancello orario… Ma speravo, dopo un mese e mezzo di cura con un buon integratore e, sì, anche un po’ di riposo, di esserne fuori. Ad agosto, le due maratone a Foglizzo, il giro del Monte Bianco, la Susa Susa in bici, il giro del Monviso, ancora domenica scorsa i cinquanta km in Roero, e stavo bene… Invece no, non ne sono fuori affatto. Non abbastanza, perlomeno.

La situazione precipita nell’ultimo tratto di salita. Sono costretta ad alternare il passo alle soste, mi sento soffocare, sempre che prima non mi scoppi la testa. E non riesco a fare a meno di piangere… Ernesto dev’essersi reso conto di ciò che sto vivendo, perché non cerca nemmeno più di incoraggiarmi. Prego lui e gli altri che mi seguono di andare, di non preoccuparsi, vorrei dire di levarmi almeno dalle spalle il patema di causare loro un ritardo… Le ultime decine di metri di dislivello, quassù, sono una coltellata. Infiniti scalini ed io non ho la forza di sollevarmi, non ce l’ho nelle gambe né nelle braccia. Il cielo sta schiarendo, l’anno scorso l’alba mi aveva colta più in basso, maledizione, sarei in vantaggio e invece guarda che disastro… Gian, piantala, il cronometro è l’ultimo dei tuoi problemi adesso. Devo trascinarmi fino in punta ed ho l’impressione che non ci arriverò mai…
Ci arrivo, invece, ma distrutta, sfinita. Ernesto passa oltre, vuol prendere vantaggio per poter dormire un po’ a Cogne; lo saluto con rammarico, chissà se ci arrivo, io, a Cogne… Per mia fortuna, questa discesa non si può certo dire pericolosa. Sono così malferma sulle gambe che, se accanto a me ci fosse un baratro, ci finirei dentro di sicuro. Sento la testa, le orecchie, il palato, persino i denti pulsare. Cammino piano, passi stentati, brividi di freddo continui; il sole illumina appena le cime, ma ci vorrà un’eternità perché arrivi a me. Mi sforzo di dare un tono allegro a quelle poche parole che scambio con altri corridori, ma provo una tristezza infinita. Anche scendere, pure su un sentiero comodissimo, è dura da morire. Un paio di volte barcollo, mi fermo, mi siedo, ma congelo. Ancora in marcia: i laghetti, l’alpeggio, l’altro alpeggio. Una ragazza sembra patire quanto me; ha avuto una congestione, prova nausea e mal di stomaco. Purtroppo, nella mia scorta di farmaci, non c’è nulla che possa aiutarla, anzi…
Oltre il secondo alpeggio, il sentiero si rituffa nel bosco. E’ ancora lunga, tanto, troppo lunga. Sono un sacco vuoto, e moralmente a pezzi. Io ci provo ancora, ce la metto tutta, ma ormai è finita… A meno di un miracolo, ma i miracoli non esistono.
Eaux Rousses, finalmente il ristoro. Benedetto chi ha inventato il wc chimico, trovo un po’ di sollievo per il mio pancino sconvolto, ma non riesco a mangiare quasi nulla. Ormai sono digiuna da troppe ore. Trangugio bibite dolci, le uniche che io riesca a mandar giù volentieri, ma nient’altro, grazie alla nausea che non mi dà tregua. Mi accascio qualche minuto sulla panca, sfinita. Che fare adesso? Beh, dubbi non ce ne sono. Devo ripartire, questo è certo. Il Col Loson, la Cima Coppi del Tor; tremilatrecento metri di quota, duemila metri di dislivello di qui a lassù. Un’impresa disperata…
Riparto tra i singhiozzi; ormai non mi curo nemmeno più della brutta figura. Ormai so che è tutto finito, che il mio sogno straordinario sta scorrendo via dalle mie dita come sabbia finissima. Non so che ora sia, potrebbero essere all’incirca le otto; i raggi del sole non sono ancora arrivati quaggiù. Levo la giacca, guardo il sentiero. Forza Gian. Attacco la salita con una lentezza degna del peggiore dei merenderos da montagna domenicali. Un passo, un altro passo, lentissimi; un bastoncino, l’altro bastoncino. Il cuore non tollera, batte all’impazzata; il mal di testa, sopito per qualche momento, torna a tormentarmi. Il Col Loson è un’ascesa molto lunga, ma mai terribile, salvo forse negli ultimi trecento metri di dislivello. Ma per me, adesso, è drammatica. Un passo, un altro passo, annaspo, un passo, ancora un passo, corridori che salgono sciolti, mi superano, se ne vanno. In questo istante, se mi guardassi, mi farei pena. Piede destro avanti, piede sinistro avanti, ci devo pensare bene, per muoverli. Sono disperata… Perché? Perché a me, perché oggi, perché qui? Perché, dopo un anno di sogni ad occhi chiusi ma soprattutto ad occhi aperti? Perché?
Raggiungere la baita dei guardiacaccia mi costa un tempo infinito. Alcuni colleghi sono fermi nei pressi del laghetto, chiacchierano tranquilli, beati loro… Passo oltre senza nemmeno salutare, non ne ho cuore. Ora il sentiero spiana, diventa quasi una strada sterrata, comoda ed agevole, ma nemmeno questo mi aiuta. Non vedo più nessuno davanti, nessuno alle spalle, non riesco a procedere, sono sfinita. Sta nascendo una meravigliosa giornata di sole ed io vorrei sparire… La salita riprende e, con essa, il peggio delle mie tribolazioni. Mi muovo al rallentatore. Raggiungo il ponte, seguo il sentiero che tutto si può dire fuorché ripido, proseguo piano, ma non basta più. Pochi passi e mi mancano le forze; mi siedo, la testa che scoppia. Atleti sfilano e proseguono. Mi rialzo a fatica, riparto, percorro un po’ di strada, ma devo ancora sedermi. E ancora, ed i tratti di camminata sono sempre più brevi, ed il colle è lassù, ad anni luce di distanza. Male al petto, mal di testa, vampate di calore e poi brividi. Mi sdraio un paio di volte, riparto, soffoco, mi appoggio ai bastoncini; le pause sempre più lunghe e penose. Conto dieci passi ed una pausa, dieci passi ed una pausa. Ma ho ancora troppe centinaia di metri sopra la testa…

Luciano mi raggiunge nel momento di peggiore sconforto. Mi sprona, perentorio, quasi mi ordina di seguirlo, ed io ci provo, per l’ammirazione che ho verso di lui che non molla mai, per la vergogna della brutta figura, sentimento che mi coglie di fronte a ben poche persone al mondo. Ma lo spazio tra me e lui diventa sempre più ampio, non ce la faccio più a colmarlo. Ed ho paura di dargli fastidio con la mia lentezza. Approfitto di una sua pausa per fermarmi anch’io ed abbattermi su una pietra… Ma, quando riparte, non sono più in grado di seguirlo. Resto lì, a vedermi passar davanti agli occhi gambe e ginocchia altrui, a singhiozzare con la testa dolorante tra le mani, a farmi pena e rabbia per lo straccio che sono diventata. Non so che fare: forse dovrei tornare giù a Eaux Rousses… Sarebbe la scelta più saggia, ma non ce la faccio ad incrociare quel serpentone di corridori che sale. No, morirei di pena. Ma come ci arrivo, al colle? E’ l’ultimo obiettivo, almeno il colle… Poi basta, poi per me è finita, inutile, questa non è la crisi che va e viene.
Qualche volto noto mi sorpassa, mi chiede cosa succede, mi incoraggia, ma ogni volta per me è una coltellata. La distanza che mi separa dal colle è infinita. Devo tornare giù… No Gian, non puoi tornare indietro. Non hai scelta, sali. Il vento quassù è gelido, ho i brividi, la nausea. La pietraia… Guardo in su, quei trecento metri che negli anni scorsi, sia in gara che in vacanza, ho percorso con presuntuoso entusiasmo. Sono un abisso. Non ce la farò mai… I passi tra una pausa e l’altra si riducono, non più dieci, molto meno; salgo quasi a forza di braccia, le gambe non rispondono più, ma rantolo, niente più aria nei polmoni. E la sella del colle sembra allontanarsi… Capogiro, voci che sembrano lontanissime, che rimbombano nella scatola cranica. La fitta nel petto non mi dà tregua. E’ finita, quest’anno è finita… Un passo, un tornante, una fitta, una pausa, un altro passo, due, tre, penosi. I gruppi che mi precedono segnano il tracciato del sentiero… Non ci arriverò mai, io, lassù.

All’improvviso, due mani mi afferrano quasi con rabbia, la stessa rabbia nella voce: “Dammi lo zaino”, ripete. Mi vien quasi da ridere, un riso isterico, toh, guarda chi si vede… Ma riesco solo a piangere. E’ Giorgio: sapevo che sarebbe venuto a vedere il passaggio della gara, lui che quest’anno non si è iscritto, e sapevo che oggi sarebbe stato a Cogne… Ma non mi aspettavo di trovarlo quassù. Rifiuto di cedere lo zaino; è leggerissimo, non cambierebbe nulla, e poi non se ne parla; o ci arrivo con le mie forze, lassù, o non ci arrivo proprio. Lo seguo, perché devo, ma non è facile; le mie forze sono davvero al lumicino. Il mio calvario si attenua al colle, tra le lacrime, ma non finisce… Protesto, vorrei che Giorgio se ne andasse per la sua strada, che evitasse di perdere tutto questo tempo per me. E non voglio sentire i suoi incoraggiamenti. Per me è finita, vorrei solo arrivare a Cogne, ma è finita. Sei ore per salire al Col Loson, quando di norma impiego meno della metà del tempo… Non ha alcun senso. Non è la crisi di un momento. E’ dalla scorsa notte che vado avanti così. La discesa calma un po’ i nervi, ma prolunga lo strazio; cammino piano, a fatica, ascolto il mio cuore che sembra una mandria di cavalli al galoppo. Le ceneri del mio sogno più bello. Mi sforzo di chiacchierare, chiedo notizie di Matteo che per fortuna procede bene, almeno lui, ma nell’animo ho già indossato il braccialetto nero a lutto. Tutto quel che ho sognato, sperato, visto come se fosse vero davanti ai miei occhi, per dodici mesi infiniti… Tutto quel che contava per me, finito, demolito. Come se qualcuno mi avesse levato la terra da sotto i piedi… Qualcuno mi dica che è un incubo, per favore. Qualcuno mi svegli…

Impiego un’eternità a raggiungere il Rifugio Sella. Giorgio continua a ripetere che non mi ritirerò, che devo solo riposarmi e ripartire. Io penso alle sei ore dell’ultima salita, penso alle forze che non ho più. Penso al tempo che ho perso, a quello che perderei, al fatto che sarei poi costretta a viaggiare quasi senza più margine rispetto ai cancelli orari… Penso che mi troverei per forza a ripartire di notte, che affronterei un’altra salita con la stessa pena di quella appena superata, che non potrei fare a meno di fermarmi mille volte, ma nel freddo della notte. E che magari finirei per costringere i soccorsi a venirmi a raccattare… No, non ha alcun senso.

Una processione di dolore fino al Rifugio Sella. Il percorso è di una facilità disarmante, almeno fin qui, eppure io procedo come un infortunato reduce da mesi di gambe ingessate. E il bello, ironia della sorte, è che non ho dolori muscolari, non sento le gambe stanche in quel senso. Sono un’automobile in condizioni perfette, a cui manca la benzina.
Al Sella, i volontari ed il pubblico salutano ed incoraggiano. Possibile che nessuno capisca come sto? Perché non tengono le bocche chiuse? Anche qui, al punto di ristoro quasi non riesco ad inghiottire nulla. Due metri di risalita mi massacrano, ancora una volta, il cuore, per non parlare della discesa da qui in poi: interminabile e rognosissima, tutta su pietre e ciottoloni disposti male, infidi, scivolosi, una disperazione. Più volte chiedo a Giorgio di andarsene, ma non molla. Ha deciso di scortarmi fino a Cogne…
Troppe volte mi inciampo e scivolo; studio con pena i passi per non finire a gambe all’aria. Ci mancherebbe solo una visita al Traumatologico… Ancora pietroni, ancora e ancora. Voglio solo arrivare a Cogne, il Tor non esiste più. Quest’anno è andato tutto storto, quasi tutti gli appuntamenti a cui tenevo, sprecati così, rubati da non so cosa. Qualcuno sostiene che il mio corpo non regga più la mole di km che gli infliggo; può darsi, ma io so solo che, l’anno scorso, per diversi mesi ho partecipato a prove di corsa di oltre cento km tutte le settimane, senza contare le uscite per conto mio, e stavo benissimo… Dall’autunno scorso, purtroppo, ho dovuto rinunciare a molto, non certo per scelta ma per necessità; è stato un anno brutto, penoso, pesante su troppi fronti… E questo è il risultato. Altro che eccesso di allenamento.
La luce gialla del tardo pomeriggio illumina l’abitato di Valnontey. Se non altro, la discesa da tregenda è alle spalle. Ancora qualche breve tratto di saliscendi e poi, alle porte di Cogne, troviamo Enrica, la compagna di Giorgio. Poche centinaia di metri e ci separiamo: loro sono giunti all’albergo; continueranno, nei prossimi giorni, a girare in montagna ed a seguire la corsa. Io entro in paese, con le lacrime che vorrebbero schizzar fuori quando gli spettatori da ogni angolo applaudono con fragore ed io so che quegli applausi non sono più per me… Il tempo di entrare nel locale docce e non riesco più a trattenermi. Sfogo tutta la mia tristezza in un pianto dirotto che non è, purtroppo, liberatorio. Una volontaria, persona stupenda, si ferma a parlarmi, fa di tutto per aiutarmi. Devi mangiare, devi dormire qualche ora, poi decidi… No, io non ce la faccio più. Lo so, nessuno può capire perché nessuno è nei miei panni, ma questa volta, se decido di proseguire, rischio grosso. E non è per me la preoccupazione, quanto per chi dovesse partire in mio soccorso. Un conto è l’incidente imprevisto, un conto è proprio andarsele a cercare, le grane… Faccio la doccia, trangugio un piatto di pasta. Con il mio borsone, preparato con tanta cura, e con lo zainetto miseramente abbandonato a terra, mi siedo su una panca, sotto il tendone del punto di ristoro, in attesa della navetta. Osservo i corridori che arrivano, quelli che partono, con uno strazio infinito. Se potessi scavare una buca e sparire… Tanti mi salutano, a tutti ripeto la stessa nenia: “Non ho più forze. Non ce la faccio più”. A casa l’ho già comunicato, con un dispiacere senza fine. Questa corsa per me era tutto. Sarò esagerata, può darsi, sarò frivola… Ma io credo che tutti più o meno abbiano un obiettivo, un sogno da inseguire con anima e corpo, e non credo che, per tutti, si tratti di trovare la cura universale per il cancro o portare la pace nel mondo. Il Tor des Geants, da quando esiste, per me è diventata la madre di tutte le passioni. E qui, dopo nemmeno un giorno e mezzo di gara, su questa panca è finito tutto. Crollato, come il vetro di una finestra sfondato da una pietra, con lo stesso fragore. Lo ammetto, non ero preparata, anche se l’avrò ripetuto chissà quante volte, che una corsa così non si può mai dare per scontata. Non ero pronta a fallire. Posso piangere, ma non serve, eppure che sforzo devo fare per sorridere a chi mi si avvicina. Atleti che girano con il piatto in mano e le ciabatte, atleti che si fanno tagliuzzare e sforacchiare dagli infermieri, atleti stravolti e chini sui tavoli. Altri atleti che si fermano, come me, ma siamo in pochi.

La navetta, il ritorno, Courmayeur. Il punto di sbarco è a poco più di un km dalla mia auto; mi carico il borsone in spalla, mi avvio, ma a pena di una fatica enorme e di innumerevoli pause. Come al Col Loson. Come a Milano, alla 24h abortita; che fatica mostruosa il ritorno alla Stazione Centrale, alle cinque di mattina in una città orrenda e deserta, e gelida, benché fosse giugno, ma forse era solo colpa del mio stato larvale… Sono sfinita, ma non voglio restare qui un minuto di più. Mi fermerò lungo il viaggio, se necessario. Sono quasi le undici di sera, accendo il motore, riparto. Ci vorrebbero i tergicristallo anche per gli occhi. Seguo la strada statale fino a Quincinetto; mi fermo a dormire, non so bene dove; viaggio a velocità di lumaca, per il resto. Verso le quattro sono a casa, mi assalgono i miei adorati pelosi, che nulla sanno della mia tristezza e sono solo felici di rivedermi. Il mattino dopo, in ufficio. Senza più voglia di nulla…

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Sono trascorsi alcuni giorni ormai. Oggi, a Courmayeur, dovrebbe aver avuto luogo la cerimonia di premiazione del Tor, quella a cui mia mamma già pensava da tempo: “Poi la domenica andiamo su a prendere il premio”… Ovviamente non m’è passato per l’anticamera del cervello di partecipare. Lo so, non è affatto sportivo da parte mia, ma, dopo il mio ritiro, non ho più voluto sapere nulla di nulla, né via internet, né dai giornali, ed ho proibito a chiunque di nominare in mia presenza qualsiasi cosa che avesse a che fare con il Tor des Geants. Disfare il borsone giallo, ripensando a tutto quel che avrei voluto utilizzare, dove e come, è stato uno strazio; via le maglie, i pantaloni, le calze, via il fischietto, la benda, le borracce, via tutto, tornato nel buio di armadi e cassetti senza aver potuto vivere, nemmeno per un po’. Non era una gara qualsiasi, non era solo una gara. Ora, nei giorni grigi d’ufficio, nei momenti bui, non ho più il mio sogno. Il Tor des Geants, non mi vergogno a dirlo, è stato per me fonte della più grande gioia e della più profonda delusione che nulla potrà lenire. Mi dicono “Ti rifarai l’anno prossimo”, certo, come se altri dodici mesi d’attesa fossero bazzecole; mi dicono “Pensa che hai tante persone che ti vogliono bene”, io penso, senza falsa ipocrisia, che nessun affetto umano può colmare la perdita del “mio” Tor, e quelle persone che mi vogliono bene lo sanno, e della mia ipocrisia non saprebbero che farsene. Penso che non ho più voglia di correre altre gare, e del resto in questo stato non potrei, perché, a distanza di alcuni giorni, la mia condizione fisica non è purtroppo migliorata ed anche le scale di casa sono una via di settimo grado. Penso che ho fatto le analisi del sangue ed attendo i risultati, ma che in fondo non m’interessa sapere perché, se non riesco più a correre come voglio. Penso che ieri sono andata a scarpinare ai piedi del Monviso, pur con una fatica inaudita, penso che un po’ il sole e le pietre ed i rifugi mi hanno fatto sentire meglio anche se alla sera non stavo più in piedi dalla nausea, ma penso che nulla sia più come prima. Perché il Tor è come il grande amore della letteratura e dei film, ti sconvolge la vita, se ce la fai. Ma, se non ce la fai, se prima lo conquisti e poi lo perdi così, senza poterci fare proprio nulla, allora la vita te la distrugge…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!