7 novembre 2009 – Ultramaratona degli Etruschi: 100 volte Finisher!

Luci rosse che si ramificano sul parabrezza, spazzate via con ritmo vorticoso dai tergicristallo che lavorano alla massima velocità; luci che si attenuano e poi rinforzano, riflessi che abbagliano, nuvole di polvere e nebbia che salgono dagli spazi tra le auto; buio. Rumori della pioggia, dei motori, lontani. Isacco, accanto a me, alla guida da un disastro di ore e di chilometri, non ne può più; manifesta propositi suicidi… Io no. In questo momento, in coda sull’autostrada che attraversa Genova, in un punto non meglio definito nel buio, su un corridoio d’asfalto e pozzanghere, inscatolata in una gabbia di metallo in mezzo ad innumerevoli altre gabbie e sguardi esasperati e tubi di scappamento che sbuffano, con tutti i muscoli che intonano in coro un unico, straziante lamento, con le ossa peste e la testa stretta in una morsa impietosa, quasi un cappio alle tempie, ecco, io qui mi sento pressappoco in paradiso. Non ho fretta, né voglia di arrivare a casa, non ho fame, non ho sonno, non ho freddo né caldo, non penso a cosa farò domani, non m’interessa quel che accadrà da qui all’eternità. Solo quieta, perfetta, pienissima felicità. Ci sono tanti modi di raggiungere la beatitudine; chi la conquista con la meditazione, chi si attacca al collo di una bottiglia. Io ci sono arrivata in cento chilometri.

Lascio il buon Isacco al parcheggio dei bus, a Tarquinia. Questa mattana l’avevo pensata per conto mio: il viaggio verso la Tuscia, la gara, il rientro a casa, li avevo già immaginati come una lunga galoppata in compagnia tutt’al più della radio e dei miei mille pensieri contorti. Non sarebbe stato un problema: ormai ci sono abituata, e poi a me piace, per quanto possa sembrare strano, mettermi al volante della vecchia carretta bianca e partire, via, per ore, vedere scorrere paesaggi e guard rail, montagne e pianure e mare, magari uno dopo l’altro. Però, quando Isacco ha lanciato l’idea di aggregarsi ed approfittare della trasferta per godersi un giro in bici in Lazio, non ho faticato a cambiare idea: un viaggio in auto con lui è garanzia di sghignazzate assicurate! Spero che oggi riesca a godersi una bella pedalata: ha intenti combattivi!
Davanti al bus si è già radunata una piccola folla, atleti in assetto di guerra ed accompagnatori dall’aria assonnata e, soprattutto rassegnata. La loro giornata sarà molto, molto più pesante di quella che attende i corridori. Sono le sette e mezza: parte il primo pullman che ci condurrà alla partenza della corsa, a Tuscania. La quarta edizione della 100 km di corsa a piedi, Ultramaratona degli Etruschi. Appoggio la fronte al finestrino, cullata dalla vibrazione del motore già acceso, mentre i posti a sedere si riempono, uno ad uno. Mi sono iscritta due o tre giorni dopo la fortunatissima avventura della 100 km Torino Saint Vincent, travolta dalla voglia di provare ancora una volta l’ebbrezza del massacro: era l’ultimo giorno utile… Adesso, eccomi qui, a due ore e mezza dal via. La giornata si annuncia luminosa; cielo terso, nuvole lontane, all’orizzonte. Accanto a me prende posto John, un podista americano trapiantato a Milano, appassionato triathleta: è simpatico, chiacchiera volentieri, mi racconta di sé, dei suoi allenamenti, del triathlon concluso da poco, con buon successo; della bici che ha comprato negli Stati Uniti e delle ruote a razze che ci ha appena aggiunto… A sentir di cotanto orrore, mi vengono i brividi: “Ma sei un tamarro!”, lo rimprovero. Tanti anni trascorsi in Italia gli permettono di capirmi al volo; scoppia a ridere anche lui ed ammette che sì, in effetti ho ragione… Ma vuoi mettere il fruscìo del vento sulle razze?
Collinone dalle pendenze dolcissime e, a tratti, nebbia pesante ci accompagnano fino all’arrivo, nel parcheggio di Tuscania. Arrivo per il bus, ma partenza per noi che ci stiamo sopra. Mancano poco meno di due ore al via: giusto il tempo per compiere quelle poche indispensabili operazioni, ritirare il numero di gara, scovare una panetteria e procurarmi un ettaro cubico di focaccia. Vado, letteralmente, a naso: ho captato un intenso effluvio di pane fresco; lo seguo, supero una scalinata, svolto nella via e mi trovo di fronte ad una vetrina, piccola ma invitante, tutta appannata, a proteggere un bancone stracolmo di ogni leccornia. Mi ci tuffo, a mò di coccodrillo; riemergo dal negozio brandendo un’abbondante porzione di focaccia al pomodoro, unta, bisunta, disgustosamente buona. Si può dire che, con questo, io abbia completato l’ideale percorso di avvicinamento all’Ultramaratona, iniziato ieri con sei ore di convegno sullo scudo fiscale, pranzo e cena raffazzonati alla meno peggio, sette ore di viaggio in auto e poche ore di nanna, sempre in auto, nel parcheggio della stazione di Tarquinia, sepolta nel sacco a pelo. Con gran gioia del mio compagno di viaggio, a cui è toccato lo stesso ingrato destino.

Solo a pochi minuti dal via, trovo un angolino di sole ed il coraggio di togliermi la giacca. Sono l’unica che correrà con lo zainetto, a quanto pare. Ma lo zainetto è la mia coperta di Linus, non posso farne a meno. C’è dentro l’essenziale: la giacca da pioggia, perché oggi nel pomeriggio è previsto un peggioramento meteo; il mezzo rotolo di papiro egizio per le emergenze; il portafoglio, il telefonino, qualche barretta, nonché l’immancabile scorta di farmacia varia. Natalina, altra irriducibile delle grandi sfaticate a piedi, mi prende in giro: “Ma ci sono i ristori!”. Lo so… Ma è più forte di me, io devo viaggiare con la mia piccola scorta di tranquillità appresso. E poi questo zainetto non dà alcun fastidio; è leggerissimo, fissato con i cinghietti, non si muove.
Il gruppone dei corridori, o per meglio dire degli aspiranti suicidi, si riunisce nel viale appena fuori le mura. Qualche volto noto senza nome, qualche nome noto; c’è anche un curioso personaggio, non proprio filiforme, con una folta barba grigia, una parrucca blu elettrico ed un gonnellino rosso. Saremo un centinaio di persone, più o meno. Mi avvicino alla partenza con la stessa calma olimpica che mi ha accompagnata nei giorni scorsi. Ancora stamattina, riemergendo dal sacco a pelo, Isacco mi ha chiesto se fossi nervosa: no… Proprio no, per niente. Non sono preoccupata, né agitata, nulla di tutto ciò. So solo che sarà una fatica lunga, lunghissima, e non è detto che vada a buon fine. Una 100 km non si può dare per scontata. E’ vero, tre settimane fa ho concluso la Torino Saint Vincent, ma questo non significa nulla; so bene di non essere preparata per questo tipo di gara, so di essere troppo pesante, troppo disordinata nell’alimentazione ed in generale nella vita di ogni giorno, e poi so di non poter contare troppo sulla mia testaccia ballerina. Certo che, se riuscissi a finire…

Breve intervista a Giorgio Calcaterra e Monica Casiraghi, i vincitori delle scorse edizioni: poi, senza troppi fronzoli, il conto alla rovescia. Via, in un attimo mi ritrovo a correre: parto, trascinata dalla piccola folla; asfalto e poi un po’ di pavè, per il breve anello turistico entro le mura di Tuscania, a disperdere la colonia di gatti di ogni età e colore che poco prima avevo incontrato passeggiando nell’attesa; poi un altro arco in pietra e siamo fuori; asfalto, la strada, il viale. L’avventura comincia qui, con il tifo di pochi curiosi usciti fuori dai negozi, dalle officine, addirittura dalle scuole. Un’intera fila di bambini in grembiulino azzurro e rosa.
Il lungo viale rettilineo lascia correre i pensieri. Non saranno più cento i km che mi attendono; saranno novantanove, novantotto. Un’enormità. Già, ora le gambe girano fresche, riposate, pimpanti; posso permettermi di guardarmi intorno, godermi il sole. Un panorama insolito, questo di colline tutte uguali, tonde, deserte di case e di vegetazione; la terra scura è il colore che domina, oltre all’azzurro immenso del cielo. E già inizia la litania: piano, Gian, per favore, vai piano. Son pochi, quelli già fuggiti via e scomparsi alla vista. Tanti corrono con un ritmo molto simile al mio; manteniamo più o meno la stessa posizione reciproca. Tuscania alle spalle, viaggiamo scortati dalle moto e dalle auto dell’organizzazione, che talvolta riescono a fatica ad ottenere il rispetto della chiusura della strada. Agli incroci, Carabinieri e Vigili Urbani, oltre a sentinelle volontarie, vegliano sul nostro passaggio. Primo ristoro, bicchiere di acqua e sali e qualche passo di camminata per trangugiarne il contenuto: lo ha detto anche Calcaterra poco fa; mai saltare i ristori. Non ci penso nemmeno; la strada è molto, molto lunga.
Il primo tratto di strada, diciamo per i primi trenta km, è tutto fuorché pianeggiante; la strada sale dolcemente ed altrettanto dolcemente scende, forma ondulazioni continue, che, se da una parte sono un vero sollievo perché spezzano il ritmo, dall’altra ingannano, spingono a correre laddove ci vorrebbe un po’ di cautela. Infatti a me sembra di star bene; sento lo sforzo dei muscoli, ma non rallento, non ora, perché, come sempre, la salita mi avvicina un po’ ai fuggitivi, mi dà fiducia, e pazienza se poi la discesa ristabilisce gli equilibri. Il sole oggi concede un meraviglioso tepore, tanto che i guanti e la fascia in pile per le orecchie finiscono quasi subito nello zaino.
Ho già individuato qualche punto di riferimento tra i colleghi; qualcuno che, più o meno, ritrovo sempre nei paraggi e che controllo con un occhio, l’altro distratto ad ammirare i bellissimi casali in cima ai mammelloni, le chiazze bianche di greggi di pecore, le insegne di innumerevoli affittacamere appese a cancellate che racchiudono veri e propri gioielli di giardini. Penso all’ambiente delle Langhe, quello che ormai conosco come le mie tasche; colline anche quelle, ma più popolate, sfruttate, e più aspre, ripide, irregolari. Qua si vedono spazi immensi, aperti, deserti. Secondo ristoro: il cartellone del km 10, più alto di me. Da un ristoro all’altro, Gian. Ancora novanta km: no, in realtà ancora cinque, fino al prossimo ristoro, e poi ancora il prossimo, e quello dopo.

Corro da un po’ accanto ad un podista con la maglia verde ed i pantaloni ¾, come i miei. Non mi spiacerebbe scambiare quattro chiacchiere, ma non oso disturbarlo; ha le cuffiette nelle orecchie. Curioso: si corre l’uno accanto all’altro e nemmeno ci si guarda in faccia, ciascuno perso nell’immaginare la propria avventura, ciascuno concentrato sulla propria fatica. Gli altri sono un contorno, come gli alberi, come i campi, nulla più. Ma il ghiaccio alla fine si rompe: galeotto il profumo di braciolata che fugge dal giardino di una bella casa. “Io sono vegetariana, ma questo mi fa venire una gran fame”… “Sono vegetariano anch’io!”. E così scopro di avere per compagno di viaggio un vero appassionato di cani, al punto da averne raccolti venticinque, più altrettanti gatti, quasi tutti trovatelli malconci e bisognosi di cure. Cani di tutte le taglie, le età, le condizioni, perché “è incredibile quel che ti danno quando ti guardano negli occhi”… E’ vero, penso ai miei due patatoni pelosi a casa e so che il mio collega podista ha ragione da vendere. Resto a bocca aperta e lo tempesto di domande, tanto che un po’ di chilometri se ne vanno senza che io me ne accorga. Il primo quarto di gara: ancora tre volte quel che abbiamo già alle spalle… Tarquinia è lassù, proprio davanti a noi; infatti, poco oltre il km 25, c’è la prima divisione dei percorsi; gli atleti che corrono la gara da 30 km, abbinata all’ultramaratona, tirano dritto. Per loro la sfacchinata è bell’e finita. Noi della 100 km svoltiamo invece a destra. Puntiamo al mare.

Qui mi ritrovo, per un po’, sola. La strada s’appiattisce. Mi rendo conto di aver commesso il solito, stupido errore: sono partita troppo forte. Anzi, troppo veloce: se mi sentisse Isacco, mi correggerebbe, perché “la forza si misura in Newton ed è…”, insomma, è un’altra roba rispetto alla velocità. Agli ordini. Troppo veloce. Trenta km in poco più di tre ore, almeno, questa è l’informazione che ha incontrato per caso il mio orecchio al tavolino del solito ristoro. Avrei fatto volentieri a meno di saperlo. Troppo veloce: non è solo questione di matematica; è che le gambe sono già indurite, i doloretti al torace sono sempre più insistenti. E’ il petto che fa male, quella solita sensazione di peso sul cuore, di torace che sembra costretto in una fasciatura. Continuo a correre, ma riduco la falcata, mi sforzo di rallentare un po’. E’ un combattimento: 15 ore di tempo massimo, ce la farò, se dovessi rallentare? E se dovessi mettermi a camminare? No, camminare no, non avrebbe senso. Se anche ce la facessi, formalmente, entro il tempo limite, impiegherei un’eternità. Settanta km in queste condizioni. Settanta, ancora; due volte e mezzo quel che ho corso sinora. Non ci devo pensare. Devo pensare ad altro. Il panorama qui non aiuta; meglio pensare a stasera, quando ce l’avro fatta, quando tutto sarà finito. Oppure no, perché non sono affatto certa che ce la farò, e allora non devo pensare all’arrivo, non devo illudermi. Scavo alla ricerca di qualcos’altro nella mente; il lavoro, persino il convegno di ieri, lo scudo fiscale, la regolarizzazione, il rimpatrio, la dichiarazione riservata; il relatore che parlava a braccio, con marcato divertente accento romanesco, e la gente intorno a me in platea, pochi, tutti professionisti, tutti troppo eleganti, lontani mille miglia da me. Hanno proposto e discusso problemi che io nemmeno pensavo potessero esistere… Ed io non ho osato partecipare al rinfresco di pranzo, perché lì in mezzo mi sentivo proprio un pesce fuor d’acqua, e mi sono ritirata nella quiete della mia Opel, a sbafare pane ed Asiago ed a pensare al viaggio. Già, il viaggio, lo scambio di messaggi, la fuga dall’Auditorium della BCC di Roreto, l’appuntamento con Isacco a Cuneo, appena oltre il ponte basso; la sua sorpresa nel vedermi scendere in tenuta da convegno, “Ma come cacchio ti sei conciata?”, il primo autogrill per far sparire i tacchi e mettere su le scarpe comode, le vecchie scarpe da corsa in montagna, quelle che ormai perdono la suola per strada, ma sono tanto tanto comode. Respirare è difficile; le mani, le labbra formicolano, mi manca l’aria. Marca male questa volta, Gian.

Una breve risalita apre alla vista un panorama stupendo sulle colline che digradano verso il mare: già, quello scintillìo laggiù è il mare, davvero! E il promontorio sulla destra? Forse l’Argentario? I miei vicini di corsa parlano della Spartathlon, altra follia podistica ben più folle, la corsa da Sparta ad Atene, una sorta di mito per gli amanti dell’Ultra; duecento e rotti km. Io vorrei provare la Nove Colli Running prima o poi… Ma non siamo nemmeno al km 35 ed io sto male. Troppo male.

Altro punto di ristoro, si svolta a sinistra. Questo dev’essere l’inizio del famigerato circuito. Già, perché i primi 35 km sono in linea; poi la corsa s’infila in un circuito da 14 km da ripetere per ben quattro volte. Una sorta di triangolo ideale, con gli estremi rappresentati da tre punti di ristoro; il conteggio dei giri, però, inizia al ristoro poco oltre il km 40, cosicché c’è un tratto, quello che percorro per la prima volta tra il km 35 ed il 40 appunto, che dovrò sciropparmi per ben cinque volte. E già di per sé il circuito è una vera tortura per la psiche, se non si ha l’attitudine del criceto a correre nella ruota. Figuriamoci poi se tocca sorbirsi i cartelli chilometrici di tutti i giri: ho passato da poco il km 35 e vedo, poco dopo, il km 94, e poi il km 80… Già, proprio perché di qui si deve passare più volte. Terribile. Mi si para davanti la consapevolezza che avevo finora respinto; c’è ancora una dannata quantità allucinante di chilometri! Un cavalcavia ripido sul serio: eh no, qui meglio non fare fesserie. Salgo al passo; riprendo a correre una volta in cima; scendo, raggiungo finalmente l’agognata meta intermedia del km 40. E continuo a non stare affatto bene. Al successivo punto di ristoro, i volontari mi comunicano che sono quarta. Ma non ha alcuna importanza, Gian. Devi ficcarti in quella testaccia che la classifica non esiste, gli altri non esistono. Hai ancora davanti a te una volta e mezza la distanza macinata finora e sei parecchio stracciforme. Non puoi pensare, a meno d’essere impazzita completamente, di mantenere fino alla fine l’andatura che hai adesso, non puoi pensare di difendere una posizione. Tu devi solo arrivare. Chiaro? Arrivare alla fine, punto e basta.

Le gambe sono dure come i chiodi, nonostante abbia già ceduto ad una pastiglia di Muscoril. Non posso dire che la situazione sia migliorata, forse perché questa volta il dolore è di natura diversa, forse perché pago ancora le conseguenze di Torino. Dolori ai fianchi, sia a destra che a sinistra, appena sotto la cassa toracica; un dolore, in più, a sinistra, in basso, quello che di solito si chiama “male alla milza”. Forti, fastidiosi, anche se non ancora tali da rallentare l’andatura. Ho il terrore che la situazione peggiori. Il primo giro è lungo, interminabile, un calvario, prima leggerissima impercettibile salita, con vista sulle ciminiere e sui nuvoloni neri minacciosi che si addensano all’orizzonte; poi impercettibile discesa. Km 45, circa, il secondo punto di ristoro del circuito. Mi consolo con Coca Cola e crostata all’albicocca, le uniche cose che sia riuscita ad ingurgitare finora. Mi raggiunge la quinta donna, pimpante ed entusiasta: Silvia, si chiama. Mi domanda, “Tu sei quarta, io quinta?”. No, la correggo: lei è quarta… Infatti ingrana la marcia e se ne va; mi esorta a seguirla, correrle insieme, ma io non posso, non adesso. Sono nel pieno di una profondissima crisi, fisica e morale. Cammino qualche decina di metri, mentre mangio e bevo con un minimo di calma; la guardo allontanarsi, un po’ mi dispiace, ma non sono nella posizione di poter dare battaglia. Mancano cinquantacinque km ed io ho forze residue per molto meno.

Il sole è sparito dietro la coltre delle nuvole. Soffia un vento incattivito e freddo. Vuoi vedere che le previsioni meteo avevano ragione? Nel tardo pomeriggio potrebbe piovere… Il fischio del treno, lungo, una frustata alle orecchie. Corro, recupero qualche avversario. Noto che il divieto di assistenza personale è stato, come al solito, allegramente calpestato: chi si fa seguire dall’auto, chi spudoratamente si fa accompagnare dalla bici. Anche alcune delle mie colleghe godono dell’aiuto di parenti ed amici. Mah. A me lo zaino non dà fastidio; se non altro, sono indipendente e non devo preoccuparmi del fatto che qualcuno stia facendo esercizio di pazienza e rassegnazione per i miei comodi. Chiudo la zip del giacchino, medito sull’opportunità di indossare guanti e fascia per le orecchie. Ma no… E’ ancora presto. Due leggere risalite, lungo il tratto del circuito su strada un po’ più trafficata: è sorprendente vedere come ogni incrocio sia presidiato da un sacco di persone in divisa; a momenti manca solo l’esercito e poi ci son tutti! E la circolazione delle auto, pur non essendo ferma, è sorvegliatissima: ai posti di blocco si formano piccole colonne di veicoli che poi vengono fatti partire e scortati dalle motorette dell’organizzazione, a passo d’uomo o quasi, perché possano sfilare accanto ai corridori senza alcun pericolo. Tutt’intorno, piatto, ma il mare non si vede più. Chissà dov’è…

Il km 50. Metà gara, me l’hanno anche scritto sul cartellone. Il km 50 è un attimo di profondissima euforia; l’aspettavo con ansia… Significa che, da qui, ogni passo sarà più vicino alla meta, che non alla partenza. Un incoraggiamento effimero, però, perché il dolore fortissimo alle cosce, i dolori acuti all’addome ed al torace, il cuore che sembra far fatica a battere, e far male, sono lì a ricordarmi che questa volta forse ho fatto, è il caso di dirlo, il passo più lungo della gamba. Breve pausa di camminata al ristoro, secondo passaggio sul cavalcavia e conclusione del primo giro, nei pressi del km 55. Alcuni volontari, seduti sul cassone di un camioncino che procede lentissimo, stanno lanciando oggetti a bordo strada: sembrano piatti di alluminio da forno… Guardo meglio: sono sì piatti di alluminio, ma contengono candele. Vuoi vedere che, appena sarà buio, queste candele serviranno ad illuminarci il percorso?

Ristoro e km 55. Dai Gian. Sono 45, sono ancora tanti, ma immagina di dover fare una maratona: immagina di essere al via, solo un po’ stanca, ti è già successo, no? Pian pianino, ce la fai, con calma. Cedo alla tentazione della mezza bustina di antiinfiammatorio: pian piano, riesco a ridurre le dosi… L’accompagno con una fetta di crostata e poi riprendo a correre. Ancora una volta il lungo rettilineo con asfalto sconnesso, la ciminiera con le lucine rosse sullo sfondo, le nuvole: il sole è già basso, nascosto dai cumuli grigi che però, adesso, sembrano più sparsi e frastagliati. Il vento è calato, forse ci si salva? Ombre lunghe alle mie spalle, cani che abbaiano. Un momento di puro, intenso, profondissimo benessere: sarà la mezza bustina, sarà l’effetto placebo, ma i dolori all’addome in pochi minuti – minuti, ore, eternità, chi lo sa – scompaiono. Per qualche momento, mi sembra di respirare un po’ meglio, anche se, per quanto io inspiri, ho la sensazione di non riuscire a riempire i polmoni. E le gambe, anche quelle per un po’ sembrano penare meno. Piano Gian, niente illusioni. Ancora due giri e mezzo. No, non pensarla in termini di giri; pensa che mancano quaranta km. Ecco, quaranta. Un attimo fa ne avevi alle spalle quaranta e te ne toccavano ancora sessanta; adesso i numeri si sono invertiti. Ce la puoi fare, forse. Ristoro, passaggio sotto l’arco della ferrovia. I due saliscendi, tanta gente intorno, anche se non è facile capire chi sia al primo giro, chi al secondo, chi oltre. Mi torturano i cartelli che non mi competono, quelli che, dal km 90 in poi, campeggiano ad ogni km; non si può nemmeno evitare di guardarli… Sono giganti! Ristoro, un paio di km, cavalcavia, un paio di km, altro ristoro. Vivo da un ristoro all’altro… E mi chiedo se mai io sia capace di correre una gara del genere, ma in autonomia, o anche semplicemente con meno punti di assistenza. No, non ne sarei capace. L’appoggio psicologico dei punti di ristoro è importantissimo, non tanto per il cibo, quanto per il senso di salvezza, anche solo momentanea; un salvagente a cui aggrapparsi per riprendere fiato e ripartire.

Non c’è nulla di piacevole in quel che sto facendo. Sto male, sto faticando come un asino da soma, soffro, e non posso nemmeno prendermela con qualcuno; è tutta farina del mio sacco. Sto male, quasi a sentire nausea. Inizia il terzo giro e sono disfatta; ancora troppi i km davanti a me, per cantare vittoria. Ma non posso mollare, no, non fino a che avrò un filo di fiato. Non posso mollare, perché, se mollo, butto all’aria mille chilometri di viaggio, e non potrò dire di avercela fatta, non potrò dirlo ad Isacco che mi aspetta all’arrivo, a Matteo che fa il tifo per me a distanza, che mi manda messaggi che non ho ancora letto ma so essere suoi. Soprattutto, non potrò più inseguire con la stessa convinzione le altre mattane che ho già in mente per il futuro. No no Gian. Pensa ad altro, a quello che vuoi, ma non alla corsa, non alla resa.

Scende il buio, ma non riesco a capire che ora possa essere. E’ buio per via delle nuvole, perché il disco del sole sembra ancora un po’ più su della linea dell’orizzonte. Al ristoro si distribuiscono persino le lucine: ma a me non servono, ho la mia. Incontro per la seconda volta una signora che attende a bordo strada, coperta da un telo termico: era già qui, quando son passata nel giro precedente. Mi incoraggia; la saluto: “Certo che Lei ha una gran pazienza! Dovrebbero farLa santa…”. Scoppia a ridere, sembra lieta che qualcuno finalmente riconosca anche la sua fatica: “E’ vero! Lo suggerirò a chi di dovere…”.
Sembra già notte fonda, ma è colpa dei giorni che a novembre sono cortissimi. Eccoli, i lumini: ora sono accesi… Una lunghissima fila di fiaccole poggiate a terra, l’unica traccia al passaggio degli atleti. Percorro i primi cinque km del giro senza accendere la mia luce frontale: nonostante l’irregolarità del fondo di questo tratto di strada, corro senza problemi, a passi corti e misurati. Corro nel buio, verso il buio; intuisco altre lucine davanti a me, seguo la direzione della linea luminosa. Km 70, quindi ancora trenta. Ancora tanti, Gian, troppi per cantare vittoria. Però, il ristoro all’altezza del km 74 arriva, questa volta, rapidissimo. Che sia il fresco della notte che ringalluzzisce anima e corpo? Chiedo a gran voce la Coca Cola; “Guarda che al prossimo giro non ce sta più, l’avemo finita”… “Eh no – rispondo indignata – se non c’è più la Coca Cola, allora io mi ritiro qui!”. “No no, c’iaavemo ‘a Coca, nun te ritirà”… Doppio saliscendi, ormai potrei davvero procedere ad occhi chiusi. Al successivo ristoro, qualcuno esclama il mio nome… Mi volto di scatto: è Isacco! Cavoli, se solo potesse immaginare quanto io sia felice di vederlo qui. Un viso amico, quando stai sprofondando nel più buio dei baratri, è preziosissimo… Forse non ti salva, ma ti addolcisce l’agonia! Scambio con lui qualche parola, mentre mangio e percorro qualche metro al passo, e scopro con sorpresa che la voce che esce dalla mia gola non ha niente a che vedere con il colore cupo dei miei pensieri. Isacco mi incoraggia, “Se continui così arrivi prima delle dieci… Ci vediamo là!”. Ed io rispondo con il più convinto ed accorato dei miei “Sì”! Forse adesso, per la prima volta, penso che sia davvero fatta… Forse adesso so che non mi fermerà più nessuno. Poi il km 80, altro cavalcavia, altro ristoro. Mi sembra di impazzire… Ancora un giro, Gian. Meno male che ogni tanto si possono scambiare quattro chiacchiere. Un giro, uno solo. Al mio passaggio al punto di controllo, sento menzionare di sfuggita “Due giri”… E salto su come un sol’uomo: “Se mi dite che devo ancora fare due giri, vi ammazzo!”. Ma forse quel “due” è stato una mia allucinazione… Sguardo di terrore negli occhi dei giudici; forse perché gli occhi iniettati di sangue io li ho davvero. Brevissima ma ahimé inevitabile pausa in bagno, poi riparto, a mo’ di caterpiller. E’ finita, Gian; da qui saranno circa diciassette maledettissimi km. Meno del tuo giro delle domeniche pigre di brutto tempo. Non c’è più alternativa, adesso ce la fai.

Alzo gli occhi, il cielo ora è sereno; un firmamento di stelle, fittissimo, ed una stella sola che schizza attraverso la volta e si spegne più avanti, più in giù. Mi torna in mente la stella cadente vista ieri sera, mentre viaggiavamo in auto verso Tarquinia; e con questa fanno due… Le stelle sulla capoccia, gli aloni di luce fioca che oscillano ritmici davanti a me. Raggiungo una signora con cui avevo già scambiato qualche parola; raggiungo un altro podista, accompagnato da un amico in bici: che forte, questo assistente; una parola di coraggio dietro l’altra, deciso, sicuro. La frontale di chi mi segue proietta la mia ombra sulla giacca rossa del corridore che mi precede, disegnando una figura netta, quasi inquietante; ma ormai è la testa che viaggia per conto suo. Ora è fatta, è fatta… Il km 90, proprio lì dove me lo aspettavo, dove già l’ho visto per tre volte nei giri precedenti. Novanta. Solo più dieci, dieci cavoli di insulsi chilometri. Mi si affollano in mente le espressioni di gioia più scurrili e colorite…

Ritrovo il podista toscano, di Prato, conosciuto alla partenza; mi annuncia che sono la sesta donna e che la quinta è a 133 m davanti a me… Che precisione! La mia risposta, effettivamente, non è delle più educate: “Chissenefrega! Io voglio solo arrivare”… Ora sì, è una lotta estenuante tra la voglia di partire, dare tutto quel che ho, e la prudenza che ancora dice di frenare. I dolori all’addome sono tornati, più vivi che mai; i muscoli delle gambe sono sull’orlo dei crampi. Dieci km sono più che sufficienti a saltare ed a perdere un sacco di tempo camminando… Io non voglio camminare, voglio solo raggiungere Tarquinia, mettere fine a questa interminabile agonia. Voglio arrivare laggiù, sapere che c’è Isacco che mi aspetta e che sarà felice, davvero, anche lui, per me; ci sono poche persone alla cui stima tengo tantissimo, e lui è uno di quelle. Voglio arrivare per prendere il telefonino, chiamare mamma, chiamare Matteo e dire loro che anche stavolta ce l’ho fatta!

In una sorta di stato euforico, a metà tra la gioia e la voglia di piangere per il male, passo il ristoro poco oltre il km 93. Mi precede di poco un gruppo di podisti che procedono al passo: tra loro c’è la quinta donna. Li sorpasso, scambiamo qualche battuta; mordo ancora il freno ma corro via, senza più voltarmi. Cerco lontano la scia delle fiaccole; il cavalcavia, ancora, le voci alle mie spalle; il ristoro, forza Gian, ancora un km ed ancora qualche metro di pausa; la Coca Cola, l’ultima dose… E poi via, via, adesso senza più risparmio, succeda quel che vuole. Negli ultimi due km e mezzo si sale, dolcemente ma si sale; ho una motoretta alle spalle che scorta nientemeno che me, apposta, al buio. Km 98: solo qui, solo adesso, posso dire di essere davvero felice. Sento il sorriso che si allarga da un orecchio all’altro, frusto le gambe,non ho più male, non sento più nulla. Una rotonda, i Carabinieri ancora lì; Tarquinia, le sue torri, ora le ho proprio sopra la testa. Seguo la moto ed il percorso segnato; l’ultimo, ultimissimo chilometro: qui si sale sul serio, la strada impenna; mi raggiunge un podista, non mi volto, non lo guardo neppure… La tensione è massima, i muscoli sembrano volersi strappare; mi scappa un’imprecazione, “Ma quando c… finisce ‘sto ultimo chilometro?”. Il podista accanto a me, “How long to the end?”. Oh cavoli… Un minimo di ossigeno rianima il neurone, quel tanto che basta ad elaborare una rapida risposta adeguata… “Three hundred meters I think… I hope!”. Ci ho azzeccato: l’ultima rotonda, poi l’arco che appare poco più avanti, l’ultimo scatto; il collega ed io sembriamo due indemoniati, ci precipitiamo come pazzi. Un attimo dopo mi ritrovo un telo termico intorno al corpo, una scatoletta blu in mano con la medaglia di Finisher, il flash della macchina fotografica di Isacco sparato negli occhi, una gioia che potrei far esplodere con più violenza di un’eruzione vulcanica.
Ci sarebbe la pasta… Ma non mi interessa, non ho fame. Via Isacco, andiamo via, subito… Una felicità incontenibile, 11h 39′, non sarà un gran tempo ma io l’ho davvero sofferto questa volta, minuto per minuto; mai e poi mai me lo sarei aspettato. Le telefonate, come promesso, i messaggini, con gran gioia della Vodafone, i saluti a chi sta ancora arrivando, la Opel, la borsa, la cameretta d’albergo, la doccia. Ebbene sì, ho ceduto all’albergo. Aveva ragione Isacco: “Sono venuto fin qui soprattutto per impedirti di farti del male…”. Senza di lui, probabilmente avrei fatto la doccia, sarei saltata in auto e via, a guidare fino a crollare dal sonno, e poi a dormire nel sacco a pelo, parcheggiata nel primo autogrill a disposizione. Mi conosco… E mi conosce anche lui!
E pazienza se la notte successiva è una tortura, se passo di continuo dalla doppia coperta al solo lenzuolo, dai brividi alle caldane, pazienza se sono costretta a cambiare posizione ogni pochi minuti per il male a tutto. Nel silenzio insonne, sento solo il respiro del mio compagno di viaggio, che dorme beato e soddisfatto dei suoi 170 km in bici tra i monti della Tolfa ed il Lago di Bracciano, e tra me e me ringrazio che ci sia, perché sarebbe stata molto, molto più dura senza il suo aiuto. Ascolto la pioggia crepitare sul tetto e penso che da qui alla Nove Colli Running ce n’è ancora tanta, ma tanta, di strada da fare. E non solo metaforica! Però chissà: comincio quasi quasi a credere che nulla sia davvero impossibile…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!