UN MOMENTO COSI’

Erano anni che non scrivevo sul blog, per i più vari motivi. Tanti cambiamenti, poco tempo, soprattutto mancanza di ispirazione. Ci ritorno ora con un racconto di fantasia, che nulla ha a che vedere con il passato di questo blog, scritto già parecchio tempo fa, in un momento “così” che speravo fosse ormai alle spalle. Ma ci sono fantasmi che non si lasciano cacciar via così facilmente. Buona lettura.
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“Diametro due centimetri, va bene?”
Anita esitò. Si rivide sulla porta di casa, armata di righello: aveva pensato, sì, che per fare un bel lavoro sarebbe stato opportuno prendere la misura… Ma all’ultimo aveva prevalso il timore che qualcuno potesse scorgere i suoi movimenti e capire. L’avrebbero vista, certo: nel piccolo borgo in cui viveva, l’apparente assoluta immobile quiete che regnava dall’alba al tramonto e poi dal tramonto all’alba nascondeva occhi ed orecchie mimetizzati tra le pieghe della corteccia dei tronchi e tra le crepe dei mattoni sbrecciati delle vecchie case, sotto le tegole o dentro i comignoli. Non si spiegava altrimenti la velocità con cui le notizie, anche le più minute, vere o meno, si propagavano da un angolo all’altro, concentrandosi poi, come attratte da una sorta di forza di gravità, al centro anziani sulla piazza ed al minuscolo negozio di alimentari. Non che Anita se ne crucciasse, anzi: non aveva mai dato peso a ciò che il resto del mondo potesse dire, narrare o pensare di lei. Si era trasferita in paese da poco più di un anno, una donna sola, sulla trentina e con la passione per la
o sport, in un luogo che dalla media umanità cittadina potrebbe essere preso in considerazione solo per l’eterno riposo: era naturale che la sua presenza suscitasse una certa curiosità.
L’avrebbero vista di certo… E forse avrebbero capito. Forse. Di questo non era affatto sicura, ma aveva preferito non rischiare. Prendere quella decisione aveva richiesto tanto sforzo, una fatica immensa, sia pur tutta concentrata e nascosta nella sua scatola cranica. Se qualcuno avesse capito, avrebbe potuto tentare di metterle i bastoni tra le ruote… Per carità.
Neppure la frettolosa commessa del negozio di ferramenta sembrò sfiorata da alcun dubbio. A fine giornata, di certo attendeva l’ora di chiusura; chissà, forse era ansiosa di raggiungere a cena la famiglia, forse di cambiar l’ora sul disco orario nell’auto parcheggiata malamente davanti al negozio. La fronte aggrottata era comunque segno di un pensiero altrove. Pose con mala grazia un cumulo di monetine sul bancone, il resto; rivolse un saluto meccanico e con lo stesso tono assente servì il cliente successivo.
Anita mise in una borsa di plastica il lungo pezzo di tubo di plastica arrotolato ed il nastro adesivo nero. Lanciò uno sguardo di sottecchi alla fila di persone in attesa: elettricisti, idraulici, artigiani di vario genere, a giudicare dai brandelli di conversazione che aveva udito mentre aspettava il suo turno. Tutte persone che avevano imparato un mestiere, un lavoro vero di quelli che si fanno con le mani, e che di quel mestiere vivevano. Con una certa soddisfazione, anche: non le pareva possibile che un lavoro fatto con le mani non dovesse dare soddisfazione. Provò, ancora una volta, vergogna. Le sembrava che tutte quelle persone la osservassero con un ghigno canzonatorio, carico di disprezzo. Neppure uno di loro l’aveva notata, probabilmente, ma di questo Anita non poteva più rendersi conto. Lei era “dottoressa”: avrebbe voluto stracciare quel pezzo di carta e tutti quelli che, successivi, avevano certificato per lei un avvenire da professionista in un ufficio. Certo, era stata una studentessa brillante, senza dubbio, adagiata nelle comodità della famiglia che l’aveva spinta verso quella strada: “Fai la professione – le dicevano – lavorerai quanto vorrai, guadagnerai quanto vorrai”. Ma non poteva certo prendersela con chi, in perfetta buona fede, aveva fatto l’impossibile per spianarle la strada davanti. L’errore madornale era stato suo e solo suo: si era adeguata passivamente a studiare qualcosa di cui non le importava nulla, si era avviata ad un lavoro che di certo non l’appassionava più di una macchia di muffa sul muro, in nome della comodità e del quieto vivere. Tutto bene, finché la campana di vetro che proteggeva la sua esistenza aveva resistito. Ma prima o poi tocca prendere il posto di guida… E lì erano cominciati i guai.
Anita guidò fino alla piazza del paese senza quasi rendersene conto. Era buio pesto ormai. La mamma, avvertita per telefono, era già in attesa accanto al monumento ai Caduti; le parve di vederle sul volto un’ombra di stanchezza più marcata del solito. Era abitudine che Anita parcheggiasse la vecchia auto lì, dopo il lavoro – quando ce l’aveva, un lavoro – per poi raggiungere casa a piedi in compagnia della madre. Cinquecento metri che d’inverno, data l’ora, percorrevano sotto un bel cielo stellato, luminoso come solo si può vedere lontano dalle luci delle città. Tutt’intorno, il silenzio umano e qualche fruscio di piante, spesso il grido stridulo del barbagianni. Un luogo meraviglioso, il più bello del mondo. Anita, quella sera più che altre, aveva un groppo in gola, un profondo rimorso verso questa mamma che aveva per lei un’adorazione smisurata… E che continuava a farsi in quattro per la figlia, con l’aiuto materiale in casa e con l’aiuto economico, senza mai farlo pesare. La spesa, il frigo sempre pieno, tanti altri acquisti piccoli e grandi, con la scusa che “tu lavori, sei già sempre impegnata, posso andare io che non ho nulla da fare”. Anita non poteva negare che tutto questo fosse, per lei, prezioso ed indispensabile come l’ossigeno, per vivere. Sì, aveva qualcosa da parte, quel che i nonni le avevano lasciato sul tradizionale “libretto”. Ma non aveva un lavoro degno di questo nome, non era stata in grado di tenersene uno. Quello che avrebbe dovuto essere il suo lavoro, il suo percorso, non le entrava in testa né per dritto né per traverso, neppure a costo dei più caparbi sforzi: pativa la vita sedentaria dell’ufficio, la reclusione tra quattro mura per tante ore; non era in grado di concentrarsi, di lavorare di cervello, di prestare attenzione e conciliare più variabili. Per quanto si sforzasse, finiva sempre per tralasciare qualche particolare di fondamentale importanza e, per giunta, ovvio, evidentissimo, impossibile da ignorare. E, peggio che mai, era drammaticamente negata per le relazioni con i suoi simili. Ci aveva provato più e più volte, ricominciando ogni volta da capo con un nuovo ufficio, un nuovo titolare, talvolta provando a lanciarsi per conto proprio. Il risultato, sempre il medesimo: una scia di pasticci, un’inadeguatezza che non poteva essere nascosta, un fallimento dietro l’altro. E certo nessun attestato di stima da parte di chi si fosse trovato a lavorare con lei.
Mentre camminavano verso casa, la madre ragguagliava Anita sugli accadimenti del pomeriggio. In una casa popolata da otto cani, non passava giorno senza qualche avvenimento, talvolta comico, spesso disastroso. L’allegra leggerezza della chiacchiera era qualcosa di cui ciascuna avrebbe voluto convincere l’altra, ma Anita non poteva scrollarsi di dosso il peso di quella vergogna. Era il suo unico pensiero, giorno dopo giorno più assiduo e martellante. Aveva avuto la strada spianata, da subito, dal primo giorno di vita… Ma non aveva saputo combinare nulla di buono. Non si era fatta una posizione, non era in grado di guadagnarsi da vivere, non aveva una prospettiva per il futuro. Nemmeno per il futuro più vicino, per il domani. Il lavoro, la sicurezza economica, i punti di riferimento con cui era cresciuta: beh, nel suo caso, un disastro su tutta la linea, una biografia più o meno simile a quella del Titanic.
La madre non gliene aveva mai fatta una colpa: mai o quasi. Solo in qualche rara occasione, nei dei rarissimi alterchi tra loro, l’aveva accusata di non preoccuparsi abbastanza del lavoro, di avere la testa altrove, di essere, in parole povere, una pelandrona. E Anita non aveva potuto replicare: sapeva di essere in torto. Era certa che il lavoro per lei esistesse: qualcosa che le permettesse di vivere all’aria aperta, di sfruttare i muscoli più del cervello, di muoversi. Ma chi l’avrebbe mai voluta, una manovale donna e per giunta oltre i trent’anni? Idee, ne aveva tante, le più disparate, qualcuna anche valida, forse. Ma dal dire al fare le pareva ci fosse sempre una voragine che lei proprio non aveva neanche idea di come poter attraversare. Avrebbe dovuto chiedere aiuto, ma chiedere come, a chi? Proprio lei che ogni giorno di più si allontanava da qualsiasi forma di vita sociale. Non le interessava apparire, non era in grado di millantare capacità che sapeva di non avere, non era in grado di mentire neanche passabilmente, tant’è che persino uno dei suoi ex datori di lavoro, un po’ più paterno degli altri, l’aveva rimproverata: “Insomma, Anita, se proprio non vuoi saperne di raccontare qualche bugia, almeno cerca di non spiattellare sempre tutta la verità…”. Vedeva intorno a sé un brulicare di persone che si lanciavano in ogni genere di iniziativa, spesso sostenute da allegra assoluta incoscienza. Incoscienza? “La vera incosciente sono stata io – si crucciava – a seguire la strada che sembrava più comoda e logica”. Adesso era in panne… E nessun carro attrezzi all’orizzonte.
La casetta in collina era stata la più bella conquista della sua vita: conquista per modo di dire, perché, anche lì, mai avrebbe potuto comprarla, se non fosse stato per il lascito dei nonni. Loro, sì, avevano lavorato una vita senza far della filosofia, avevano guadagnato con infinita fatica il benessere per i figli. Chissà come avrebbero giudicato un simile fallimento di nipote. La “plandrasa”, quella che vuol tutto e subito senza sacrifici. Aveva pensato di poter cambiare vita, di trovare una strada, partendo dalla casa nuova. Eppure, adesso, anche i muri le ricordavano di non essere davvero suoi. Persino le riviste, sul tavolo della cena. L’articolo che magnificava le luminose carriere di dieci trentenni di successo in giro per il mondo. Sembrava che tutti avessero fatto fortuna, che l’unica fallita fosse lei. E l’unica certezza che le era rimasta era questa: nessuna via d’uscita. Prima o poi avrebbe dovuto ammetterlo a se stessa, alla madre, al resto del mondo. Intanto, non rispondeva più al cellulare ed ai messaggi di posta elettronica, per paura dell’ennesima lamentela contro di lei. Alcuni ex clienti erano stati davvero poco teneri…
Cenò con appetito, con le melanzane grigliate ad opera della mamma che sedeva al tavolo. Riuscì a comportarsi come sempre, almeno così le parve: ormai sapeva indossare la maschera più o meno con tutti, sempre. Tempo prima, le riusciva di indossarla anche con se stessa, ma ormai non era più possibile. Leggeva sul volto della mamma i segni di una vecchiaia troppo marcata per la sua età. Ne aveva passate tante… Ed Anita non la stava certo aiutando. Troppe rughe, su quel viso, erano opera della sua penna. Sapeva che la madre non sarebbe sopravvissuta. Aveva pensato di parlargliene, avrebbero potuto andare insieme, forse. Ma era troppo vigliacca… Anche per questo.
La madre, come sempre, andò a letto abbastanza presto. Anita finse di trattenersi al computer, per qualche lavoro da finire. Lasciò sul tavolo, in bella vista, un foglio bianco, poche righe, un grazie. Aveva riempito fogli e fogli di carta, li aveva strappati e ne aveva riempiti altri, ma non le sarebbero bastati cento anni per tradurre in parole il suo perché. Accarezzò a lungo ciascuno dei suoi adorati cani. Con loro, sì, aveva un legame profondo, viscerale. A loro parlava e ne comprendeva le risposte, nei loro sguardi trovava corrispondenza perfetta, che mai avrebbe potuto intuire in alcun paio di occhi umani. Sapeva che le amate belve sarebbero state in buone mani, aveva già disposto per loro. Si infilò il giaccone pesante, la sciarpa, il berretto: la notte in montagna sarebbe stata gelida, ben più che tra le morbide colline. Aprì silenziosamente la porta ed uscì nel buio. I cani, abituati a vederla andare e venire da casa ad ogni ora del giorno e soprattutto della notte, non fiatarono.
Riprese il cammino a ritroso, verso l’auto, con la calma inattaccabile di chi ha deciso. Avrebbe ancora potuto cambiare idea. Ma per cosa? Per andare dove? Avesse avuto anche solo una vaga alternativa. Per trascinare altri giorni senza volontà, senza prospettiva, senza entusiasmo. Certo, un’infinità di persone sarebbe stata felice di vivere al posto suo. Ma forse quelle persone avrebbero saputo fare onore alle eccezionali carte che il destino aveva messo loro in mano. Lei, le carte, le aveva sprecate tutte, dalla prima all’ultima. Chi ha il pane non ha i denti, chi ha i denti non ha il pane, recita un proverbio, azzeccatissimo nel suo caso. Non poteva certo sperare nell’ennesima possibilità. Ne aveva già avute più di quante ne avesse mai meritate.
Uno sguardo abbracciò i tetti della borgata, appena accennati alla luce della luna. La neve azzurrognola e le linee scure, nette, delle costruzioni e dei rami nudi. Il motore, un po’ offeso per il freddo, sbottò un paio di volte e poi partì.
Aveva tempo da vendere. Nessuno sapeva dove fosse diretta e nessuno avrebbe potuto rintracciarla sul cellulare, spento. Non sapeva se davvero fosse possibile localizzare un telefonino, come si legge nei romanzi polizieschi, e se l’operazione richiedesse poco o molto tempo, ma… Non si sa mai.
Lenta, sotto un bellissimo cielo stellato, l’auto si lasciò dietro le colline, attraversò la pianura, giunse alle pendici del Monviso. La radio suonava, Anita di tanto in tanto l’accompagnava con i suoi stonatissimi vocalizzi. Non era del tutto consapevole di ciò che stava per fare e tuttavia era certa di doverlo fare. Non incrociò anima viva sulle curve per Paesana, né più avanti, risalendo la Valle Po. Le sagome delle montagne si stagliavano nette nel buio del cielo. Amava la montagna, senza compromessi, le strade asfaltate da percorrere in bici, i sentieri per arrancare faticosamente a piedi. Amava soprattutto il Monviso, in fondo la montagna di casa, anche se ora, dalla piazza del paese in collina, poteva scorgere il Rocciamelone, il Cervino, il Monte Rosa, ma per il Monviso doveva spostarsi un po’, salire ancora, per superare con lo sguardo la cornice delle Rocche del Roero.
Curva dopo curva, raggiunse il bivio per Ostana. Qui la pendenza della strada si impenna: sperò che gli spazzaneve avessero prestato, anche qui, la loro opera. Per quanto di neve non se ne fosse vista molta, quell’inverno, neppure in montagna. Avanzò con prudenza, sorridendo a se stessa per il paradosso: “E che mi può capitare? Alla peggio, se esco di strada, mi ammazzo…”
Curva dopo curva fino ad Ostana e oltre, con la strada sempre più stretta ed i tornanti sempre più ripidi. Sperò di riuscire, tra una buca e l’altra, un sasso ed un cumulo di neve rotolato sul suo percorso, ad arrivare fin su, dove finisce l’asfalto. In altre circostanze, sarebbe inorridita all’idea di salire quella strada con un mezzo a motore: guai, si sale a piedi o in bici, da che mondo è mondo. Ma quella notte l’auto era indispensabile.
Chissà se qualcuno abitava quelle case nella brutta stagione. Chissà che stupore avrebbe destato il rumore di un’auto, al buio, lungo una strada che non porta a nulla.
Arrivò a destinazione, con fatica. La discesa non sarebbe poi stata un problema… Lo sarebbe stato, anzi, per altri, non più per lei.
Parcheggiò sullo spiazzo, in faccia al Monviso. Scese dall’auto: l’aria era appena mossa, gelida, ma lo spettacolo era incantevole. Era quasi certa che il posto fosse quello, un luogo che conosceva bene per esserci salita più volte in bici. Lo stesso luogo in cui, qualche anno prima, una coppia di conoscenti, marito e moglie, si era tolta la vita. Li avevano ritrovati nell’auto, l’abitacolo ben sigillato e saturo di gas di scarico. La notizia aveva turbato Anita nel profondo e, di tanto in tanto, tornava a galla nella memoria. Ovviamente, poi, intorno all’evento erano fiorite le più articolate supposizioni; avevano problemi economici, uno di loro era malato, erano malati entrambi, chissà. Anita aveva conosciuto quelle due persone solo di sfuggita, in particolare il marito, un omone dall’aspetto gioviale e buono; non aveva idea di quale fosse stata la ragione del gesto. Ma spesso si era scoperta ad immaginarli seduti in auto, l’uno accanto all’altro, le portiere appena chiuse, la consapevolezza che ci sarebbe ancora stata, per qualche minuto, forse più, la possibilità di tornare indietro, buttarsi fuori, salvarsi… E d’altro canto la determinazione incrollabile, doppia, tale da annientare persino l’ultimo barlume di istinto di sopravvivenza. Erano rimasti lì entrambi, decisi, ciascuno per se stesso e per l’altro. Chissà qual’era stata l’ultima espressione sui loro visi, una lacrima o un sorriso.
Rimase un poco a pensare, in faccia al Monviso, con il naso congelato e le mani in tasca. Poi diede un calcio ad una pietra, tornò all’auto, aprì il bagagliaio. Ne estrasse il tubo di plastica ed il rotolo di nastro adesivo nero. Quando aveva preso una decisione, Anita non era tipo da tergiversare. Pur con le dita intirizzite, sistemò il tubo incastrandovi l’estremità della marmitta e sigillò tutto nel modo più accurato possibile, con il nastro. Non aveva fatto alcuna prova, ma poté verificare in quel momento che il tubo era lungo abbastanza per entrare nell’abitacolo. Lo sistemò attraverso il finestrino, lato passeggero, e chiuse la fessura con una vecchia edizione de La Stampa ed una generosa dose di nastro.
Le dita delle mani erano ormai quasi insensibili per il contatto con i vetri gelidi. Il più, comunque, era fatto. Risalì in auto, frugò nello zaino, ne trasse una busta con un biglietto, poche righe per chi avesse avuto il fastidio di trovarla l’indomani. Lo pose sul cruscotto, come il tagliandino del parcheggio.
Avviò il motore. Aveva sempre detestato l’odore del gas di scarico. Soprattutto, sapeva di non essere coraggiosa a sufficienza. Un’ansia improvvisa l’aveva assalita in quell’istante. Convulsamente frugò in un’altra tasca dello zaino, prima che la situazione le sfuggisse di mano. Trovò una piccola scatola, ne ingoiò il contenuto. Erano pastiglie di un blando sonnifero che però, in quella dose e su una persona come lei che mai ne aveva fatto uso, certo avrebbe svolto il suo servizio. Nell’aria già irrespirabile dell’abitacolo, reclinò il sedile ed accese la radio, a basso volume, sufficiente però per udirla. Non aveva mai potuto soffrire di avere nelle vicinanze una radio spenta. “Chissà cosa si dirà di me, dopo”, pensava. “Aveva problemi economici, era malata, aveva combinato qualcosa di losco”. Non si riteneva tanto importante da poter vantare dei nemici, ma certo qualcuno avrebbe accolto la notizia con un po’ di soddisfazione “e questo – concluse – è un vero peccato”. Sapeva per certo che una sola persona non si sarebbe mai consolata e questo le rendeva penoso l’addio. Ma di tutto il resto che tanto l’aveva tormentata non vide più nulla. Ebbe davanti agli occhi i panorami in bici ed in montagna, i cani, tutti i suoi affetti, sempre più confusi in un’unica immagine… E poi il buio. Alla radio, in quell’istante, giungeva agli ultimi versi una bella canzone di Guccini: “Ed il ritmo del tuo respirare / che pian piano si ferma / e scompare”.

 

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!