5 ottobre 2012 – PUNT DEL DIAU ULTRATRAIL

A pochi giorni dal via della gara, risultano in elenco, occhio e croce, trentacinque iscritti. Chissà perché, mi domando. Forse perché a questa manifestazione non è stato dato alcun risalto pubblicitario, forse perché ad ottobre sono pochi i corridori che hanno voglia di cimentarsi su settanta km di corsa ed oltre tremila metri di dislivello. Un’occhiata ai dati dell’anno scorso rivela più o meno lo stesso numero di iscritti, ma una quindicina scarsa di persone giunte al traguardo.
Ammetto di essere un po’ preoccupata. Percorso molto selettivo? Maltempo che ha scoraggiato i partecipanti? Mah. Anche Matteo non è così fiducioso…
A Lanzo, alle cinque e mezza, siamo quattro gatti bardati da corsa, sulla piazza centrale del paese. La distribuzione dei pacchi gara dovrebbe aver luogo qui nei paraggi… Ma per ora non ce n’è traccia. Fa freddo, ma non troppo: il cielo è nuvoloso; per oggi si prevede acqua a catinelle. E di certo il mio umore non ha tratto beneficio da questa informazione. Una decina di minuti e, nel buio, si materializza uno dei componenti dell’organizzazione: il piccolo drappello di corridori lo segue in un edificio proprio accanto alla piazza. Siamo pochi intimi: ciascuno ritira il proprio pettorale di gara; poi, ci si riunisce in una saletta per il riepilogo delle informazioni essenziali sulla gara.
Il road book che ci è stato consegnato è molto minuzioso, ma chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la montagna sa che, al limite, per orientarsi servono bussola e cartina, se non un GPS… A patto, ovviamente, di conoscere la propria destinazione. Spero vivamente che, come in tutti i trail degni di questo nome, il tracciato di gara sia segnalato, ma non mi sento affatto tranquilla in proposito. La sensazione è che ci sia una buona dose di approssimazione dietro a tutto ciò…
La partenza è sulla piazza, accanto all’ala in pietra. Il tempo di alcune foto e poi via, lo sparo. Saremo, alla fine, meno di trenta persone, occhio e croce. Partono tutti come saette dietro ai due ciclisti in MTB che ci guideranno nel tratto in città, fino all’attacco del primo sentiero. Manco fosse la partenza di una gara di cento metri piani… Sputo l’anima per non restare distaccata; qui, di segnaletica, nemmeno l’ombra. Devo mantenere almeno il contatto visivo con chi mi precede.
Buio pesto e qualcuno è senza pila frontale: vero che il regolamento specificava che sarebbe stato bene portarla se si fosse previsto di arrivare al traguardo all’imbrunire… Ma non ci vuole un fisico nucleare per capire che, se si parte alle sei e mezza ad ottobre, per giunta con le nuvole, non ci si vede un tubo! Corro a perifiato, prima tra le case di Lanzo, poi in un parco lungo il fiume, poi ancora un ponte. Quando mi trovo a pestare il primo sentiero, comincio a realizzare il dramma.
Dietro di me ci sono altri tre corridori. Io sono in testa, con la pila frontale ed il fascio luminoso che si infrange senza misericordia contro la nebbia fitta e torna indietro. Bosco e prato; il sentiero è una traccia nell’erba, appena accennata. Primo errore sull’itinerario, sia pure di pochi metri, richiamati dalla voce del volontario di guardia. Comincia un pellegrinaggio che ha il sapore di un’odissea… Siamo in quattro, in fila, e chi c’è in testa a battere la traccia? Proprio io, che già in condizioni meteo eccellenti sono cieca come una talpa… Tra la nebbia e gli occhiali bagnati, ogni tre passi son ferma a cercare di capire dove passi il sentiero. Chiamarlo “sentiero”, poi, è un complimento del tutto immeritato. Spesso si riduce davvero ad una vaga idea.
All’inizio, individuiamo qualche freccia segnavia blu. Ma dico io… Chi è il genio che ha avuto l’idea di usare il blu? Come può venirti in mente, con la partenza notturna ed il rischio di pioggia, di scegliere per i segnavia il colore blu? Non si vede un accidente! Poi più nulla, solo le tacche di vernice bianche e rosse. Ma i sentieri CAI sono segnati tutti con tacche bianche e rosse, che io sappia. Quindi, in sostanza, potremmo essere su un sentiero qualunque. In effetti, a furia di addentrarci nel bosco, di passaggi malagevoli, di rami in faccia, di fango, giungiamo tutti alla conclusione di essere completamente fuori strada. Qualcuno ha la sensazione di udire delle voci, ma forse sono solo versi di animali… O gli echi degli ululati di Belzebù. Un barlume di luce filtra e ci permette di spegnere le frontali: nebbia, foglie umide e pietre scivolosissime. Un affascinante quadretto autunnale, non fosse che non abbiamo idea di dove ci troviamo. Boh, una traccia di sentiero c’è… Andiamo a vedere dove finisce; alla peggio, ci saremo fatti una gita.
Uomini e donne di poca fede: all’improvviso, la selva oscura ci rigurgita su una strada asfaltata. Miracolo, riappaiono le frecce azzurre! Anzi, qui ce n’è talmente tante, dappertutto, che se non fai attenzione te ne ritrovi una conficcata in luogo indicibile… Diligentemente seguiamo le istruzioni: ripidissima salita verso sinistra. I miei colleghi camminano svelti, tanto che io non riesco a star loro dietro pur corricchiando. Raggiungiamo un abitato; da lì, altro tratto di sentiero, passando accanto ad un obbrobrio architettonico che pare essere un centro benessere o qualcosa del genere. Una SPA per me rimane una Società Per Azioni, ma a quanto pare sono retrograda.
Graditissimo il conforto del primo punto di ristoro: crostata, the caldissimo e qualche lamentela sulla tracciatura del percorso. I tre colleghi prendono il volo, approfittando del mio momento di debolezza: sto combattendo contro i torcetti di cui mi son riempita le mani al ristoro. Il passaggio sul ponte in legno scivolosissimo e la successiva discesa su sentiero lastricato di pietre liscie ed umide fanno il resto: non c’è verso di trovare un appoggio stabile… Cammino come se fossi sulle uova. Nemmeno le efficientissime La Sportiva Raptor, in questo caso, bastano a far presa. Comincia qui la mia lunga galoppata solitaria, sognando la salita e masticando invece infiniti saliscendi nel bosco fitto. Complice anche la giornata nebbiosa, qui di panorama si vede ben poco. Funghi, gocce che piombano in testa e sugli occhiali dalle foglie, la nebbia che sfuma i contorni dei tronchi lisci dei faggi. La salita “vera” arriva molto più avanti ed è davvero impegnativa, grazie anche al fango, che fa sì che si faccia un passo avanti e due indietro. Capita ogni tanto di doversi fermare a controllare la direzione: qui i segnali latitano dinuovo. Ormai so che mi devo aspettare poco aiuto dalle indicazioni dell’organizzazione; quindi, non mi preoccupo se per diverse centinaia di metri non vedo nulla che mi faccia capire che sono sulla strada giusta.
D’un tratto, il bosco intorno a me sparisce: spunto in una radura; una figura umana si muove: “Sta arrivando uno degli ultimi tre!”, annuncia a gran voce. “Grazie per l’incoraggiamento”, sibilo. Ancora un po’ di salita e mi ritrovo sotto la tettoia di un rifugio, ad un punto di ristoro. Qui dovremmo essere a circa 1.600 m di quota e dovremmo andare a 2.000: tuttavia, mi annuncia il responsabile del ristoro, si è deciso di deviarci lungo una strada più o meno in piano, perché “su al lago si son persi tutti”, commenta sconsolato. Tra me e me, non fatico a crederlo: se le indicazioni lungo il percorso sono dello stesso tenore di quelle che ho trovato io finora, con questa nebbia campa cavallo! Pare che la vernice usata per tracciare la retta via dieci giorni fa sia stata lavata via dalla pioggia caduta in abbondanza in settimana: ma… Possibile che nessuno abbia controllato ieri o ieri l’altro? E, se qualcuno invece ha controllato, possibile che si sia deciso di mandare su gli atleti lo stesso, con le previsioni meteo che annunciavano per oggi tregenda? I miei sospetti circa il numero esiguo di iscritti si concretizzano…
Al volo, il responsabile del ristoro mi spiega dove devo andare, mentre accarezzo uno dei cani del rifugio. Seguire la strada… In effetti, c’è una bella strada sterrata, molto comoda, in leggera salita. Qui non c’è proprio nemmeno un barlume di indicazione; per quel che ho capito, però, il tracciato di gara originale dovrebbe andare a passare su un colle più avanti, a cui anche questa strada dovrebbe arrivare. Quindi, ai bivi, decido di tener la destra e continuare a salire. In un tratto pianeggiante, mi metto a correre: la decisione non piace ai tre maremmani a guardia di una mandria, nel pascolo alla mia destra ma ben più in alto di me. I tre cagnoni si lanciano ventre a terra verso di me, incuranti dei richiami dei pastori: li vedo venir giù dal pendio erboso come una valanga… Mi immobilizzo: i tre arrivano al limitare della strada, inchiodano interdetti, mi si avvicinano con circospezione. Mi annusano le mani abbandonate lungo i fianchi; riesco persino ad azzardare una carezza. Soddisfatti, tornano sui loro passi… Ed io sui miei. Di lì a poco, un bivio, un altro chilometro di leggera salita ed il colle. Presumo, almeno, che sia questo il colle che devo raggiungere.
Un gruppo di volontarie di guardia resta interdetto: “Hai tagliato il percorso? Gli altri sono arrivati tutti di là”, mi fanno. Ehi, un momento, che taglio e taglio… Me l’ha detto il responsabile al rifugio, di passar di qua! OK, aggiudicato… Via di corsa in discesa. Di qui è tutto un susseguirsi di tratti nel bosco e passaggi in borgate e paesini: ancora una volta, una caccia al tesoro. Ormai abituata alla solitudine, quasi mi preoccupo quando sento delle voci alle mie spalle: una coppia di corridori mi sorpassa in discesa. Ma, meno di un’ora più tardi, li vedo nuovamente alle mie spalle: “Abbiamo sbagliato strada…”. E chissà come mai.
Approfitto di una delle tante, brevi risalite per controllare il telefonino. Un messaggio di Matteo mi annuncia che la sua gara è già conclusa: era quarto in compagnia di Franco Collè, il terzo classificato al Tor des Geants 2013… Ma si sono persi nella nebbia e, dopo lunghissima peregrinazione, sono tornati al ristoro del km 20, dove hanno dovuto ritirarsi perché già al di fuori del cancello orario in quel punto. Tutto ciò mi sembra davvero fantozziano… Matteo annuncia che tornerà all’auto a piedi, tanto per aggiungere una ventina di km ai quaranta già percorsi. A questo punto, a me non resta che sperare di trovare il traguardo, prima o poi!
Raggiungo un altro punto di ristoro nei pressi di una chiesetta: occhio e croce, dovrebbero mancare circa 25 km… Me lo confermano i volontari. Via ancora, sempre nel bosco, interminabili saliscendi con strappi talvolta anche severi. La nebbia s’è diradata; addirittura sembra comparire qualche sprazzo di cielo. Nei rari tratti in cui la vegetazione si dirada, finalmente si può ammirare un po’ di panorama nei colori dell’autunno.
Arrivo, senza saperlo, al ristoro prima dell’ultima salita. Sono convinta di essere ultima, ma non è così: dietro di me ci sono ancora alcuni dei malcapitati, magari anche forti, che però hanno sbagliato strada… L’ultima salita è una strada sterrata, troppo ripida per correre e troppo poco per procedere di passo con una velocità soddisfacente. Per la verità, nel primo tratto di salita io seguo il sentiero attraverso il bosco: ripidissimo, ostico, spaccagambe… Ma le tacche bianche e rosse sono qui! Mi tocca pure attraversare, vicino ad alcuni ruderi di baite, la ragnatela di proprietà di un bestio orrendo e grosso… Glielo faccio presente, al bestio; quello, giustamente, replica: “Ma ti sei guardata allo specchio?”. Poi sbuco nuovamente sulla sterrata e cammino, cammino, cammino… In preda ad una profondissima fiacca esistenziale ed al freddo che torna a farsi pungente, insieme alla nebbia, afferro un Mars. Non tanto per l’energia che ne posso ricavare, quanto per il conforto psicologico che deriva da simili maialate alimentari. Invio una caterva di improperi all’indirizzo di chi ha piazzato nel percorso questo tratto… Finalmente, si scollina in un romantico panorama di antenne. Purtroppo, la discesa, se possibile, è anche più odiosa. Un disastro di pietre scivolose, una discesa rognosa che più non si può: sarà la stanchezza, saranno i mille dubbi circa il tracciato, ma sto perdendo la pazienza… Man mano che perdo quota, la nebbia si dirada, ma la luce del giorno si sta ormai affievolendo. Mi assale la paura: e se il buio mi sorprendesse qui? Tra la foschia, gli occhiali bagnati e gli occhi inutili, mi troverei in un bel guaio… Cerco di accelerare, ma più ci provo e più mi inciampo. Occhio Gian, non puoi proprio permetterti di sinistrarti le gambe. Non finisce più questa discesa…
Finalmente, un essere umano, che annuncia il mio arrivo cantando a squarciagola. Ancora qualche centinaio di metri ed incontro l’ultimo banchetto del ristoro: ancora dieci km ed una salita, durissima ma molto corta… Uhm. Lo sapevo che non sarebbe mancata la carognata finale. Sono pronta a scommettere che la salita non sarà l’unica e non sarà nemmeno così breve. Via di corsa: strada sterrata, deviazione, sentiero, deviazione… Su, in verticale. Non c’è che dire, ripida è ripida… Mi arrampico con le unghie e con i denti in mezzo alla vegetazione. Ho il sospetto che questo passaggio sia stato creato per noi, per puro sadismo. Un bel salto di dislivello, per arrivare su una strada sterrata e da qui, di corsa, fino ad un paese. All’uscita dall’abitato, un dubbio: le frecce bianche per terra sembrano indicare una svolta a destra… Per mia fortuna, alle mie spalle arriva un altro concorrente, spuntato dal nulla. Un capannello di madame sulla strada ci indica di proseguire lungo la via maestra. Il collega di sventura è parecchio arrabbiato: era nel gruppo di testa ed è stato uno dei tanti che, a quota duemila nei paraggi di un lago, ha sbagliato strada e macinato un’infinità di km nella direzione farlocca… Ammirevole, da parte sua, la scelta di continuare comunque con le sue gambe fino al traguardo. D’altro canto, a me non può che far piacere l’improvvisa ed inattesa comparsa di un simile gnoccolone, biondo, capelli lunghi, occhi azzurrissimi, alto e con un bel fisicone robusto. Evidentemente il malcapitato riesce a percepire, in qualche modo, il tenore dei miei pensieri… Perché, di lì a poco, evidentemente terrorizzato, mette il turbo e se ne va di corsa. Io, su falsopiano in salita, non posso che lasciarlo andar via. Scoprirò poi, leggendo varie testimonianze su Internet, che dietro di me sono ancora arrivate al traguardo sei persone: tra loro, gente che di norma mi dà ore di distacco… A condizione di capire dove passa la corsa!
Un tratto di strada asfaltata è preludio all’ultimo sforzo: il passaggio sul suggestivo Punt del Diau, a Lanzo, ma soprattutto la salita successiva per rientrare in paese. Aspra e poco gradita alle mie gambe ormai stufe. Ora sì, sta calando il buio; per fortuna ormai è fatta o quasi… Il “quasi” è d’obbligo, visto il giro tortuoso che mi tocca ancora seguire per giungere al traguardo. Quando sei stanco ed infreddolito, bastano pochi metri a far saltare i nervi. L’abitato, una piazzetta, una via stretta… Finalmente: ecco l’ala da cui siamo partiti. Un tavolino, un computer e due volontari: stavolta è davvero finita. Il tempo di ritirare il diploma, bere una birra che sognavo da troppo tempo, saltare in auto, andar via. Anzi, no. Si avvicina al finestrino il bel biondo: urca, che voglia chiedermi un passaggio? Che si sia perdutamente innamorato di me e voglia pregarmi di non andar via? Niente di tutto ciò: semplicemente, ha ritirato il pacco gara, uno scatolone gonfio di ogni leccornia, e mi raccomanda di andare a prendere il mio. Io non ci pensavo neanche più, al pacco gara… Spengo il motore, torno al locale del ristoro finale, ritiro il mio scatolone. Questa volta, davvero, via verso casa: poco più di sessanta km, circa tremila metri di dislivello, dodici ore e mezza, un supplizio! E domani si parte per correrne altri 51 in Lomellina, questa volta piatti o quasi. Coraggio, a casa, a nanna!
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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!