31 ottobre 2009 – Pedalata in Valle Tanaro e dintorni

Mando un messaggio ad Isacco: “Prenditela comoda; Luca mi ha avvisata, arriverà con dieci minuti di ritardo”. Risposta quasi istantanea: “Stavo per avvisarti che ho anch’io dieci minuti di ritardo”. Uhm. Gatta ci cova, questi due non me la contano giusta. Chissà a quale sordido intrallazzo si stanno dedicando. Pazienza: io ne approfitto per un cappuccino al bar, l’ultimo pieno di calorie, intese proprio come calore della tazzina da stringere in mano e del latte da trangugiare, sotto gli occhi incuriositi e fissi di tre o quattro personaggi, all’apparenza muratori, alle prese con il caffè di colazione. Mi sento quasi a disagio: loro tra poco andranno a rimboccarsi le maniche in qualche cantiere, io a divertirmi. Quasi quasi mi risuonano ancora nelle orecchie gli strali del nonno: per lui, l’idea che si potesse non lavorare il sabato né la domenica era fonte di bieco disprezzo; anzi, l’idea stessa che nella vita esistesse qualcosa oltre il lavoro era inimmaginabile. E so benissimo che, se oggi posso godermi la vita, è soprattutto grazie al fatto che lui la pensava così ed ha sempre agito di conseguenza, dedicando tutto se stesso ad una professione che, per fortuna, è stata anche la sua grande passione. Lascio tintinnare le monetine sul bancone, esco con un po’ di malinconia; uno sguardo d’affetto alla mia bici, ancora rinchiusa nel bagagliaio della Opel: no, direi proprio che il nonno non ti amava! E di certo non ti capiva, non capiva te, né me, ma come dargli torto? Non c’è nulla che si possa capire, né tantomeno spiegare, in una passione.

Bando alla malinconia: mi sposto sul piazzale stabilito per l’appuntamento, giusto di fronte all’ospedale di Ceva. Poco dopo, arrivano i due piccioncini: Isacco e, con qualche minuto di svantaggio, anche Luca, quest’ultimo in piena fase di recupero di fine stagione. Fase che durerà, si e no, tre giorni… Ancora paziente attesa per lo strip di Isacco, che ovviamente deve passare dall’abito borghese a quello sportivo. Cielo plumbeo d’ordinanza, umidità a livelli da vertigine: forse la temperatura non è così bassa, ma una cosa è certa, qui si iberna. Infatti, la partenza in discesa è un trauma: breve, per fortuna, ma da mozzare il fiato. Le mie dita si congelano nei guanti di pile, lisi e ben poco isolanti, che ho portato per la giornata: in realtà, ho provato a cercare i guanti seri, ma chissà dove sono sepolti in quell’immenso ginepraio che è casa mia. Li troverò, quando avrò smesso di cercarli, chissà, magari dentro la pentola a pressione o forse in mezzo alle scarpe, nello sgabuzzino, o nel mobiletto dei detersivi.
Quando l’eco dell’imprecazione di Isacco, sorpreso dal rigore della stagione, si spegne, siamo alla rotonda, alla fine della breve discesa. O meglio: io sono alla rotonda… I due compari sono già molto, molto più avanti di me. Rassegnati all’attesa, perché a me basta una minima pendenza favorevole alla forza di gravità, per rimediare un distacco abissale.
Mi aspettano, i due, giusto il tempo necessario a superare tuttii i bivi in uscita da Ceva: giustamente, non ripongono alcuna fiducia nel mio senso dell’orientamento e non hanno alcuna voglia di passare il resto del sabato impegnati nella ricerca dei dispersi. Poi, s’involano. Li perdo già sul primo cavalcavia: dieci metri, venti, cento metri e via, non li vedo più.

Per fortuna, oggi è una buona giornata. Nonostante la nebbia. In fondo, poi, un raggio di sole ogni tanto ce la fa, anche se arriva fin giù soffuso, sfocato. Le gambe girano che è un piacere: sarà l’entusiasmo… Oggi ho una gran voglia di bici. Più del solito. Una sorta di euforia: ma sarà poi stato proprio zucchero, quello che ho sciolto nel cappuccino? La pendenza è costante e tutt’altro che severa; quel che si dice una salita “pedalabile”. Mi lascio prendere la mano, anzi il piede; le ruote scorrono su un tappeto di foglie umide, viscide, mentre m’infilo in un interminabile tunnel dai colori violenti, nonostante la nebbia: tutte le sfumature del giallo, luminose, quasi da dare l’impressione che l’ambiente brilli di luce propria; intrecci di rami e chiome ancora folte, all’ultimo alito di vita per questa stagione; contorni sfocati, come tratti di pastello. Avere qui una buona macchina fotografica, e soprattutto un buon occhio… Ma nessuno crederebbe che le tinte della foto siano naturali.
Una coppia di anziani cercatori di funghi, appena scesa dall’auto altrettanto secolare, s’incammina verso il bosco con le ceste per la raccolta. Il guaio è che io ho già sentito qualche fucilata, nemmeno poi così lontana… Chissà se il fungaiolo, da lontano, può più o meno somigliare ad un cinghiale?
La ricordavo più vicina, Battifollo. Questa salita non finisce più… Vero che non è dura, ma proprio per questo l’ho attaccata con brio, e la benzina, ahimè, è già agli sgoccioli! Avrei voluto arrivar su baldanzosa con il sorriso, invece rischio di arrivarci con la lingua che s’impiglia nei raggi.

Finalmente la rotonda. Luca fermo in paziente attesa; Isacco, un po’ più in là, intento nella prima delle innumerevoli, lunghissime opere di vestizione e svestizione dell’infermo a cui assisteremo durante l’intero itinerario. Il freddo in discesa? Puah, roba da mammolette. Giusto il tempo di cercare con gli occhi la torre del paese, o meglio, quel che ne resta: un macabro vessillo, ancor più inquietante nel grigio della nebbia, una torre a metà, ma ridotta a metà nel senso verticale; una lama di mattoni che davvero ignoro come possa stare ancora in piedi. Poi su la cerniera del gilet e si scende: da vero uomo, a meno di un km dalla vetta già comincio a battere i denti ed a muovere le dita nei guanti di pile, logori, per evitarne il congelamento. Non mi risparmio il censimento di tutti i santi del calendario, anche se nessuno puù sentirmi… Luca è appena avanti, mi aspetta per misericordia; Isacco, per vendicare l’onta della presa in giro, sarà già rotolato a fondovalle, impegnato nel rituale spogliarello di fine discesa, sul ciglio della strada che porta al Colle di Nava.
Com’è possibile, si domanda Luca, che una persona che vive ad Entracque, ai piedi dei monti, al freddo ed al gelo per 364 giorni l’anno, con i piedi nella neve, abbia tanta paura dei rigori in bici? E, aggiungo io, com’è possibile che uno scialpinista sia così sensibile alle temperature sotto i venti gradi? Mistero della fede, gli porremo la domanda quando ci avrà raggiunti. Nel frattempo, spietatamente, Luca ed io arriviamo a fondovalle, ci fiondiamo lungo la statale e lasciamo il misero individuo a metà, con una manica della giacca ancora infilata e l’altra no. Con studiata fetenzia, diamo vita ad una galoppata che per Luca, davanti a tirare, rappresenta una passeggiata di piacere, ma per me, dietro al gancio, è un’esperienza extrasensoriale ad un passo dall’oltretomba; già vedo Belzebù che si prepara ad accogliermi a braccia aperte, dopo la mia dipartita per asfissia.

Purtroppo la mia gloriosa fuga dura poco… L’Abominevole Uomo delle Nevi inesorabilmente si riavvicina. Senza fatica, tra l’altro, accidenti a lui. Non può restituirmi il favore, solo perché siamo già nei pressi del bivio: a Priola via, a destra, salita in direzione di Viola, via Canova, poco più di una mulattiera asfaltata, che persino Google Maps si rifiuta di prendere in considerazione. I due colleghi, sulle rampe feroci di questa trappola, si dileguano in un attimo; del resto, Luca è reduce da una stagione di granfondo sfavillante, e Isacco… Beh, ha una bici tremendamente tamarra, ma che evidentemente dà i suoi bravi vantaggi. Mi rassegno alla solitudine e rimpiango un po’ il lettore Mp3. Anche qui, lo scenario non cambia: nebbia,umidità che appiccica i vestiti alla pelle, fiato corto, sembra di respirare acqua; eppure, ancora quella luce strana, il giallo acceso delle foglie, il tappeto di ricci delle castagne, la terra scura, gonfia d’acqua, che di tanto in tanto scivola sulla strada e lascia scoperti complicati intrecci di radici. Fruscii improvvisi di qualche animale, forse cinghiali. La nebbia attenua i rumori del fondovalle; si sente persino lo schiocco leggero della foglia che cade su un’altra foglia. E se non la smetto di guardarmi intorno, va a finire che infilo la ruota in qualche buca, qui dove la strada sembra una groviera, e mi ribalto. Quasi mi sorprendo quando ritrovo le sagome dei due compari, fermi all’incrocio. Si svolta a sinistra e la salita prosegue verso l’abitato di Viola, mentre Isacco studia una strategia di attacco nei confronti del buon Luca che contempla uno scatto in avanti… Ed il passaggio sul bus. “Ho studiato gli orari”, assicura.

Breve ma gelida ed insidiosa discesa tra bosco e poche case disperse nel nulla: che invidia per chi vive qui; di sicuro i Testimoni di Geova, la domenica mattina, non ci arrivano. Curve e controcurve che prendo con la solita, per così dire, cautela; la strada è umida, per giunta a tratti ricoperta di fogliame. E fa un freddo boia: non si può dire che l’Abominevole abbia tutti i torti, a vestirsi come l’Omino Michelin. Già, ma poi di lì a poco la strada riprende a salire, e per me è sufficiente tirare giù la cerniera del gilet… Si arriva a Saint Grée. Ricordo di aver letto su qualche giornale, tempo fa, la storia dei trascorsi sciistici di queste zone, conclusa nel più misero dei modi; ne sono testimonianza i casermoni orrendi e vuoti, gli impianti all’abbandono. A proposito del nome, Saint Grée, se non ricordo male, l’articolo narrava che la località si chiamasse semplicemente “San Grato”, ma evidentemente qualcuno aveva pensato che tale nome fosse troppo provincialotto, non abbastanza esotico. Bell’affare.

Altra lunga discesa verso Pamparato. Con l’incubo di ciò che mi attende… Il “falsopiano”. La salita al Colle Casotto, che, non so perché, dà l’impressione di non salire mai, eppure sale, impercettibilmente sale. Oggi però la soffro meno, sarà l’allegria. Per quel poco che riesco a godere della loro compagnia, Luca ed Isacco mi fanno sbellicare dalle risate. Così si dimentica anche la fatica! Però, a dispetto della mia fama di trattore che non si ferma mai, invoco una cioccolata calda a Garessio: non è tanto la fame, ma questa umidità tremenda che ti fa entrare il freddo fin nelle ossa. I piedi, quelli li ho scordati da un po’.
L’Abominevole risale alle mie spalle: “Vedo un culone enorme davanti a me!”, guardalo qui il furbetto… Lo lascio affiancare, lo guardo in faccia: “Ed io ne vedo uno di fianco!”. Luca, che è una personcina seria, è già avanti…
Nella mia ritrovata solitudine, scruto la sagoma della montagna per capire quando sarò nei pressi del colle. E’ antipatica, questa salita, antipaticissima, è noiosa e non finisce mai. Ma è indispensabile per il giro. Peccato solo che la nebbia non molli mai, nemmeno quassù. Quasi quasi, ho un po’ di appetito…

Luca mi viene incontro verso la fine dell’ascesa; tanto, l’altro elemento è dinuovo lì che si imbacucca, ne avrà per un po’. Lo sorpasso sprezzante, tirando su la cerniera, da vero uomo; mi risorpassa di lì a poco, l’unico ciclista di mia conoscenza che, in bici in curva in discesa, riesce a prodursi in un mirabile gesto dell’ombrello. Ocio che tra un po’ torni su sul muso di un TIR!

Giù a Garessio arrivo con un principio di congelamento in corso. Fortuna che i miei colleghi sono abbastanza corruttibili: accettano di buon grado la pausa bar. Mezzi ibernati, ci fiondiamo nel primo locale aperto a quest’ora, più o meno l’ora di pranzo, credo. Alla TV passa un servizio su un’attrice, almeno credo sia un’attrice, un gran pezzo di gnoccolona bionda; l’Abominevole le fa il verso, con la voce in falsetto: “Sì, io mi interesso di fisica teorica…”. Dopodiché ci rende edotti della sua precisa esigenza in fatto di donne: colei che ambisse al privilegio di essere la sua dolce metà, dovrebbe per l’appunto interessarsi di fisica teorica. Forse questo spiega i suoi venticinque lunghi anni di vita monacale. Io ho meno pretese, basta che respiri… Sull’onda di siffatte disquisizioni filosofiche, mi godo la cioccolata calda fumante, mentre i due Compagni di Merende, impermeabili alle tentazioni del palato, sorseggiano un tristissimo the.
Difficile mostrare entusiasmo all’idea di ributtarsi fuori, al gelo, ma s’ha da fare. Più si indugia, peggio è. Quindi, via, in sella, destinazione Colle del Quazzo, che povero lui, deve aver combinato qualche sgarbo mica da ridere a chi gli ha affibbiato il nome! Saranno sei, sette km di salita più o meno impegnativa, bella, a dispetto del suo nome. Anche qui, nebbia: ormai mi parrebbe strano se spuntasse il sole. Dev’essere una costante, in questa valle. Chiome e tronchi che sfumano nella foschia; due, tre auto di passaggio. La quarta salita della giornata. Si scende poi a Calizzano, uno dei luoghi più gelidi che io conosca, forse dopo la vicina Millesimo. Luca mi aspetta in discesa, ha pietà di me; quando giungiamo alle prime case del paese, di Isacco nessuna traccia. Sparito nel nulla. Che sia stato vittima di qualche energumeno? A furia di esibirsi nello spogliarello alla fine di ogni discesa, avrà attirato attenzioni particolari… L’agghiacciante ipotesi si fa più reale man mano che procediamo in direzione del casello autostradale, lungo la strada che porta al Colle dei Giovetti e, dall’altra parte della vallata, a Bagnasco; volatilizzato. Possibile che abbia sbagliato strada? No: lo ritroviamo appena la nostra via torna a salire.
Deviazione a sinistra, per Vetria: di questa strada non ricordo nulla, se non che ci sono già passata. Lungo tratto in falsopiano in mezzo alle cascine, su un asfalto dall’aspetto un po’ precario; un’altra mulattiera, cani che latrano. Sembra ancora più buio sul fondo di questa valle; sembra che da un momento all’altro debbano aprirsi le cateratte del cielo. Quando poi la strada decide di salire, lo fa sul serio, a tornanti secchi ed impegnativi; qui sì che la fatica comincia a sentirsi. La fame, soprattutto. Credo che la cioccolata sia già stata metabolizzata, assorbita, consumata… Ma non è il momento di pensare alle esigenze terrene; stringo i denti e continuo a salire, con un po’ di fiacca. Dai Gian, è solo un’impressione. E’ quasi finita. Poi la planata su Priola: una bella discesa anche qui a tornanti, un fondo discreto, il paese che pian piano si delinea nella foschia.

Ritrovo i due fuggiaschi all’incrocio con la strada statale della Valle Tanaro. Tocca spendere qualche chilometro di pianura: io ci provo, a tenere un’andatura decente, anche se Isacco, vedendomi passare, insinua che io abbia la femminilità di un carro armato. Come dargli torto? Il guaio è che mancano le forze e le gambe. La breve risalita di Bagnasco, roba che un passista nemmeno considera, stronca i miei luminosi propositi di velocità. Meno male che il bivio è vicino. Ovviamente a Ceva non si torna via statale, manco a pensarci. Si risale a Battifollo, chi mi ama mi segua: obbedienti, i Compagni di Merende svoltano pure loro, mossi credo più da terrore che da amore. Isacco parte a razzo e se ne va. Luca, che del resto è per sua stessa ammissione in fase di riposo, rallenta e mi aspetta. Io scarto frenetica una barretta: la fame ormai non ammette più repliche né temporeggiamenti. Ne sbrano metà con la voracità di un caimano; basta questo per convincermi che sto già meglio. Almeno, non barcollo più. Certo, un trancio di pizza Margherita sarebbe più appetitoso, ma tant’è. Quattro o cinque chilometri di pazienza, prima di rivedere, nel grigio, la sagoma più scura della torre a metà di Battifollo; salita blanda che però mi costa una gran fatica. Sono un po’ cotta, ecco. O forse sono anziana, ormai. Conto i chilometri sui cartelli a lato strada, pessimo segno.

In mezzo al paese, ci ricongiungiamo ancora una volta. Poi giù, sei o sette chilometri di discesa in cui al freddo dell’umidità si aggiunge quello del giorno che finisce, della poca luce che pian piano se ne va. Muovo le dita intorno ai freni per impedire che s’irrigidiscano; le orecchie, nonostante la fascia, sono gelate. I piedi… Mamma mia, non oso pensare che sarà di loro quando avrò levato le scarpe. Freddo e tremori, tanto che il cavalcavia appena prima di Ceva è una breve ma profondissima soddisfazione, per non parlare della fumata nera di un trattore che viaggia in direzione opposta, che mi avvolge e riscalda le gambe. L’ultimissima risalita verso il parcheggio è un pianto: manco fosse il Mortirolo… Circa 140 km e 3.500 m di dislivello, sentenzia Luca, che ovviamente, con i suoi andirivieni in cima ai colli, ha racimolato qualcosa di più: non male, per essere al 31 di ottobre. Ci si congeda: Luca, finiti i tre giorni di riposo stagionale, tornerà ad essere irreperibile ed irraggiungibile. Isacco invece tornerà a sopportarmi la prossima settimana: due giorni di viaggio lunghissimo fino a Tarquinia e la sfida della 100 km degli Etruschi. Voglio che questa settimana voli!

(Visited 6 times, 1 visits today)

Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!