30 aprile 2018 – A CACCIA DI STRADINE

Chi mi conosce non sospetterebbe mai che io sia una fedele frequentatrice di locali notturni. Eppure, in un certo senso, lo sono: ne frequento assiduamente uno, anche se non ho mai messo piede all’interno. Quando decido per un giro di corsa a piedi a cavallo tra le provincie di Asti e Cuneo, il punto di pacheggio dell’auto e di partenza è sempre quello, lo slargo accanto alla discoteca “Pepedoro” di Neive.

Oggi ci arrivo ben più tardi di quanto avrei voluto. Eh, già, un tempo commiseravo le madri che, soprattutto di prima mattina, di rado riescono a presentarsi puntuali ad un appuntamento, perché devono occuparsi di svegliare, nutrire, vestire e spedire a scuola la prole. Ora, con una nutrita prole seppur non umana ma canina, mi trovo nella stessa complicata condizione: avrei voluto partire alle prime luci dell’alba, stamattina, ma, tra la mia sempre più grave difficoltà a recepire il suono della sveglia e la necessità di preparare e distribuire le pappe alle varie belve, sedando se del caso qualche rissa e ricacciando qualche ingordo che vorrebbe accaparrarsi le ciotole altrui… Insomma, al celeberrimo Pepedoro arrivo alle sei e mezza. I soliti preparativi: crema da spalmare in tutti i punti soggetti ad abrasione, scarpe da allacciare ben strette. Il giacchino… Lo indosso o no? Ma no, in fondo il termometro della Zafirona segna 10 gradi. Sono in canottiera, ma correndo mi scalderò in fretta.

Chiudere l’auto e riporre la chiave nello zaino è sempre un’operazione che genera ansia. Questa è l’unica chiave che mi resta: l’altra si è persa nella notte dei tempi, anni fa. Se perdo anche questa, son panata. Oggi, tornare a casa a piedi non sarebbe poi questo gran dramma, saranno quindici km, ma poi come la rimetto in moto la Zafirona? Quindi, attenzione, taschina, cerniera chiusa. Nello zaino ho la sacca per l’acqua ed il giacchino antivento sottile. Posso partire.

Pochi passi e sento il trillo del telefono. Di norma, il cellulare, durante gli allenamenti, rimane rigorosamente spento o quantomeno privo di connessione dati. Oggi ho deciso di non spegnerlo perché, in teoria, per i comuni mortali, sarebbe giorno semi lavorativo, visto che ieri era domenica e domani sarà il 1° Maggio. Ma, soprattutto, in via del tutto eccezionale manterrò attiva la connessione internet perché Matteo è in Corsica, alle prese con una gara ciclistica da 700 km, e sta viaggiando senza sosta e senza sonno da ieri mattina, esattamente 24 ore. Il trillo è proprio il suo messaggio: “Km 420, sono un po’ stanco”. Ma no, guarda, non l’avrei proprio mai sospettato. Molto strano. Sarai mica malato? Ci scambiamo qualche messaggio, botta e risposta: mi spiega che non ha dormito, perché le tende per riposare erano disponibili pagando la modica cifra di venti euro oltre ad un prezzo di iscrizione già tutt’altro che economico, e che ha mangiato un piatto di pasta scotta anch’esso pagato a parte… Se si fosse fermato in un bar, per la stessa cifra avrebbe almeno potuto mangiare un piatto decente! Ma già dai primi colpi di pedale ieri è parso chiaro che l’organizzazione di questa sedicente gara, che va sotto il nome di BikingMan Corsica, è quantomeno approssimativa.

Siccome amo unire l’utile al dilettevole e la conversazione mi costringe a rallentare per mettere a fuoco i messaggi e scriverli, continuo la conversazione durante un’ispirata sosta tecnica: il bello della primavera è anche il folto della vegetazione, che offre tutta la riservatezza necessaria all’uopo. Raccomando a Matteo di fermarsi a dormire in qualunque condizione, pur di non affrontare una seconda notte in bici. E pensare che, un tempo, queste mattane piacevano anche a me: non avrei mai avuto la gamba per affrontare una distanza del genere in gara, però amavo il fascino delle notti in bici, soprattutto in montagna. Adesso, non ci penserei più, nemmeno per scherzo. Sarà la saggezza, termine elegante per mascherare la vecchiaia, sarà che la miopia è peggiorata nel tempo e, con essa, la scarsissima vista notturna; sarà, soprattutto, la paura: paura del traffico, paura di essere investita, paura di cadere per un colpo di sonno. Amavo molto la bici, ma ora il sentimento più forte che provo di fronte ad essa, complici anche alcuni incidenti passati, è la paura. La corsa è un po’ meno rischiosa, anche in versione notturna.

Ripongo il cellulare nella tasca dello spallaccio, a portata di mano, e riprendo la corsa verso Castagnole delle Lanze, passando dalla stradina secondaria che per un tratto costeggia il Tanaro e sfila davanti alla chiesetta di San Gervasio e Protasio. Con alcuni strappi secchi, sia in salita che in discesa, tra i filari di viti si arriva a Castagnole dalla località Farinere. Parecchi automobilisti, presumo autoctoni, scelgono questa strada come alternativa alla principale che passa per Neive. S’è alzato il vento: in verità, raffiche hanno soffiato fin verso le quattro di questa mattina; poi, però, la situazione sembrava essere tornata tranquilla. Invece no… E fa freddo!

Per ora, preferisco evitare di indossare il giacchino. Vado verso la salita: quella roba mi proteggerebbe sì dall’aria, ma si appiccicherebbe alla pelle per il sudore. Effetto serra. Per ora, stringo i denti. Raggiungo la piazza di Castagnole proprio in tempo per assistere, unica privilegiata spettatrice vista l’ora, ad una sorta di competizione a sputi & scaracchi tra un gruppo di rudi camionisti: peccato non poter attendere la classifica finale, ma vado di fretta. Suscito una certa curiosità tra gli avventori mattutini e mattinieri del bar, anche perché sono ben poco vestita rispetto al clima. Il sole è limpidissimo e violento, ma questo vento…

Imbocco la direzione di Coazzolo, superando il passaggio a livello sulla ferrovia purtroppo da tempo dismessa. Procedo per qualche centinaio di metri, fino a svoltare a sinistra in Via Val Bera. Per un lungo tratto, la strada procede in leggerissima salita, appena percettibile, tra le vigne in cui ferve il lavoro dei manovali, per lo più stranieri. Il vento è sempre più violento. Alla fine, la vince lui: meglio che indossi il giacchino, prima di buscarmi un accidente. Proprio adesso che sono alla vigilia delle due gare più importanti della stagione… Non sarebbe proprio il caso.

Procedo di buon trotto, con la luce che abbaglia nonostante gli occhiali scuri. Incrocio un paio di trattori che non si spostano di un millimetro: tocca a me mettere i piedi fuori dal ciglio… Mi par di leggerli, i pensieri di chi è alla guida: “Questa sfaccendata va a correre mentre noi ci spezziamo la schiena al lavoro…”. Tipico atteggiamento molto piemontese, ma ammetto di non sentirmi affatto in colpa.

Quando la strada comincia a salire decisa, rinuncio a correre in favore di un’andatura a passo veloce. Di norma, in allenamento, mi sforzo di correre comunque, ma già ieri ho terminato un allenamento da sedici km camminando gli ultimi tre o quattro, senza forze. E nemmeno oggi posso dire di sentirmi in forma smagliante. Inutile aggiungere fatica alla fatica. Il vento sferza dietro ogni tornante: man mano che salgo, scorgo in lontananza la corona di montagne che domina la distesa di colline. Pensavo, a dir la verità, che il vento della notte avesse spazzato via ogni nuvola: invece, i profili delle Alpi qua e là sono ammorbiditi da cumuli grigi.

In qualche tratto, alterno passo e corsa, almeno là dove la pendenza è più blanda. I primi papaveri della stagione spuntano ai bordi della strada. Man mano che salgo, oltre le colline si delinea la corona delle montagne, su cui spicca la sagomona del Monviso. Il panorama è abbastanza limpido, ma non quanto mi aspettavo dopo una notte di vento forte. Anzi, una notte ed una mattina, visto che le raffiche non danno tregua. Scarpinare in salita con il giacchino è una pena, ma, se lo levassi adesso che son sudata, sarebbe anche peggio. Quest’inverno ho già buscato due robusti raffreddori: non è il caso di fare il tris.

Dopo alcuni ripidi tornanti, la pendenza cala e la strada si distende, fino ad arrivare all’incrocio con una strada più ampia, in cresta. Ecco. Ieri sera ho stampato con cura le cartine del giro di oggi, ma con altrettanta cura le ho dimenticate in ufficio. Qui si va a destra o a sinistra? Castiglione Tinella è lì, si vede, ma da che parte ci arrivo? Boh, provo a caso. A sinistra. Alcune centinaia di metri in leggera discesa, però, mi fanno immediatamente capire che ho scelto l’alternativa sbagliata. Quindi, dopo attenta valutazione di tutte le alternative, non mi resta che concludere: dovevo andare a destra. Si torna su, con un po’ di apprensione per un ginocchio che sembra lamentarsi. Qualche dolorino qua e là, oltre al dolore ormai costante ai piedi ed in particolare al piede sinistro. Ormai sono davvero un rottame: ogni allenamento mi lascia uno strascico di acciacchi imbarazzante. E poi sono pesante: lo sono sempre stata, ma ora anche le ossa invecchiano e cominciano a tollerare sempre meno lo sforzo di portarsi appresso il tonnellaggio di una nave della Costa Crociere.

Due foto al Monviso, che da quassù è bello come non mai. E pazienza se, nella foto, restano anche i cavi della luce, o del telefono, non so. L’immagine vera è questa! Ripasso davanti all’incrocio dove ho sbagliato e mi fermo, poco più avanti, ad un altro incrocio, con una strada sterrata che scende a sinistra e sembra volersi dirigere proprio a Castiglione Tinella, lì ad un tiro di schioppo. La imbocco, ma mi fermo dopo poche decine di metri: porta solo ad una casa… Si torna su, di nuovo. In leggera salita procedo per qualche centinaio di metri fino all’incrocio giusto, finalmente, quello che, prendendo a sinistra, mi porta in vista del paese. Ma non ci arrivo, all’abitato: svolto a destra per una stradina che indica le località San Carlo e Marini. Bella, del tutto secondaria, tranquillissima, passa in mezzo ad alcune case e poi si tuffa a tornanti giù per la Valle Belbo, tra vigneti “eroici” sempre più abbarbicati sul pendio ripido man mano che si scende e sorretti da muretti a secco con gli archi. C’è gran fervore di lavoro tra le viti.

Il vento è ormai cessato, forse perché qui la strada è più riparata. Tolgo il giacchino, mangio una barretta e continuo a scendere. Questa valletta laterale si stringe sempre più, proprio come un imbuto, fino ad immettersi sulla strada un po’ più ampia che da Valdivilla scende a Santo Stefano Belbo, appena prima del cartello col nome del paese. A sinistra per qualche centinaio di metri, poi ancora a sinistra al bivio per Castiglione: la strada immediatamente si impenna e riprende quota tra alcuni tornanti. Ho finito l’acqua… A Santo Stefano ci sarebbe stata una fontanella, non lontana dal mio bivio, ma la pigrizia mi impedisce di far la deviazione. Pessima idea…

La salita è lunga ed il sole comincia a scaldare sul serio. Alterno, anche qui, passo e corsa, con i doloretti che occupano troppo spazio nei miei pensieri. Male Gian, malissimo. Una volta, riuscivi a metterli da parte. Ora sei una lagna, ecco cosa sei. Un ferrovecchio. Arrivo presto in vista di Castiglione Tinella, che però è ancora lontana: tutt’intorno, una distesa di colline e cocuzzoli, ciascuno con la sua torre. La strada qui fa alcuni tratti di saliscendi. Una breve deviazione sulla sinistra, verso una chiesetta: magari c’è una fontana… Macché. Nulla. In compenso, all’orizzonte, riecco la vetta del Monviso che spunta da una sella tra le colline.

Ho anche fame, in verità. Mangio un plumcake, di malavoglia, perché è asciutto ed io ho già una gran sete. Intanto, raggiungo l’incrocio proprio sotto Castiglione: il programma prevede che io giri a destra, senza entrare in paese. Anche qui, la pigrizia prevale sulla necessità. Ci sarebbe il cimitero sulla destra: lì una fontana c’è di sicuro… Ma non mi va di entrare, mezza desnuda come sono, ed aggirarmi in cerca di un rubinetto. Amen, sopravviverò.

Riprendo a correre di buona lena, in discesa. Dovrei trovare, tra un po’, un bivio sulla sinistra per la località Balbi, da cui dovrei tornare verso Castagnole Lanze. Arrivo in una frazione di Castiglione, la Madonna del Buon Consiglio con l’omonima chiesa. All’uscita della frazione, scorgo a sinistra un cartello che indica alcuni civici di località Balbi. La stradina che parte da lì fa un angolo acuto rispetto alla mia, angolo che ricordavo di aver visto sulla cartina. Ma è proprio una stradina minima… Boh, proviamo. La imbocco e mi inerpico su per tre ripidissime diramazioni, suscitando anche la reazione poco conciliante di due molossi a guardia del giardino di un’abitazione: ma tutte e tre le diramazioni si perdono nei cortili di cascine. Benissimo. Intanto il caldo si fa sempre più intenso, idem la sete. Torno sui miei passi, alla Madonna del Buon Consiglio, che già mi è poco simpatica di suo trattandosi di un simbolo religioso e adesso mi è ancor meno simpatica. Proseguo lungo la strada principale, mentre tento disperatamente di assorbire ancora qualche goccia dalla sacca idrica ormai vuota. Trovo, dopo poco, il bivio giusto: breve discesa, rettilineo, salita secca e ripida con un paio di tornanti. Arrivo in una frazione, ad un altro bivio: e mò? Qui le alternative sono addirittura tre. Provo ad andare a destra, poco convinta: la strada scende e, guardando verso valle, ho l’impressione che mi porti troppo verso Canelli rispetto a Castagnole. Torno su, faticosamente. In un giardino c’è un essere umano a cui forse potrei chiedere indicazioni: uhm, forse è meglio di no… Sta armeggiando con la motosega; non vorrei che, accorgendosi all’improvviso della mia presenza, si facesse male. Tiro dritto, da qualche parte andrò. La mia corsa si fa sempre più pesante, vuoi per la stanchezza, vuoi per la suggestione del disagio della sete. Una lunga strada in cresta: poco avanti a me, riecco la sagoma di Castiglione Tinella. Non riesco a rendermi ben conto di dove sono, ma in lontananza vedo il castello di Guarene, quello di Govone, Neive… Insomma, dovunque io sia, non sono lontana dalla mia meta. In effetti, di lì a poco, la strada prende a scendere e compare il cartello “Castagnole Lanze”. Quindi giù, decisa. A ridosso dell’abitato, dal giardino di una villetta mi si avventa contro un minuscolo cagnolino, molto convinto del proprio ruolo di guardiano, a dispetto della dimensione ridicola. La sua famiglia umana è in giardino. Potrei quasi chiedere un po’ d’acqua, ma… No, lasciamo perdere, non facciamo gli scocciatori. Castagnole è proprio qui sotto.

Già. Arrivo sulla stessa strada percorsa all’andata, nei paraggi del passaggio a livello. C’è una fontana: chiusa… Ci sarebbe anche la casetta dell’acqua, con l’acqua frizzante che sarebbe una vera goduria, ma io non ho monetine. Pazienza, ormai sono quasi sulla piazza centrale. Ci arrivo, vedo una signora con un innaffiatoio che armeggia con un’altra fontanella. Ma anche questa quasi non butta acqua… “Non funziona?”, le domando, sconsolata. “No, non butta…”. La mia espressione, enfatizzata probabilmente da un certo qual colorito verde dalla nausea ormai in arrivo, fa sì che la gentilissima signora vada a posare l’innaffiatoio e torni immediatamente da me con una bottiglietta d’acqua. Non finirò mai di ringraziarla! Prosciugo immediatamente la bottiglietta, scambiando intanto due parole con un podista in borghese, incuriosito dalla mia presenza, che mi chiede cosa io stia preparando. E’ un maratoneta fermo per guai al ginocchio: gli consiglio vivamente di provare la bici… Chissà se mi darà retta?

Da qui all’auto mancano circa sei km. Li percorro con un po’ più di fiducia, senza però farmi mancare ancora una sosta alla chiesetta appena fuori paese, dove la fontanella c’è e butta acqua gelida con generosità. Non restano che gli ultimi strappi su e giù per le frazioni di Neive, con il sole ormai alto e decisamente caldo per la stagione. Il GPS segna il km 45 appena prima di arrivare alla Zafirona. Sei ore, non certo un tempo da velocisti, ma tant’è, la fiacca oggi non ha permesso di meglio. Un po’ di allungamenti e poi via, a casa, cioè in ufficio: oggi è pur sempre un giorno lavorativo!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!