27/29 luglio 2011 – TOUR D’OISANS ET DES ECRINS NON STOP

Ed io che credevo di arrivare in pieno deserto. Una stazione sciistica a luglio: chi vuoi che ci sia? Basta pensare a Sestriere, che d’estate somiglia ad un quartiere industriale ormai abbandonato, edifici ed ampi spazi grigi, immobili, deserti. A riprova del fatto che le mie nozioni in fatto di sci e dintorni sono davvero limitate, mi devo ricredere. Nel mio tormentoso vagare per le strade di Les Deux Alpes, alla ricerca della Salle Amphibia, con un occhio cerco qualcosa che possa somigliare ad un locale con quel nome e, con l’altro, mi tocca vigilare sulle traiettorie dei più vari individui semoventi in auto, in mountain bike, in monopattino o sui pattini. Un formicaio, coloratissimo delle luci delle insegne all’ingresso dei negozi e rumoroso di voci, motori, musica. Avevo sì sentito parlare di sci estivo sul ghiacciaio, ma non immaginavo una tale profusione d’impegno nel “riciclarsi” come patria di sport che definirei “alternativi”. Sciami di appassionati del downhill, bardati di armature come soldati pronti alla guerra e montati su bici che hanno tutta l’aria di pesare due quintali; amanti delle evoluzioni che saltano su e giù sulle piste dedicate alle acrobazie in bici o con il monopattino; cabinovie che lavorano a pieno ritmo. Mannaggia. Buon per chi ci lavora, ma non per me, che darò di matto ben prima di aver scovato la mia meta. Se non altro, ho già individuato due strutture che potranno tornarmi utili: i bagni pubblici e l’Office de Tourisme. Sono solo le tre e mezza; la distribuzione dei pettorali è prevista fino alle cinque; la troverò, questa benedetta Salle Amphibia, a costo di dover perlustrare a piedi tutte le porte del paese.

Per fortuna, l’occhio mi cade su un cartello a forma di freccia: “Defi de l’Oisans”. Perfetto, ci sono. Poche decine di metri e parcheggio la Opel nel modo meno incivile possibile, compatibilmente con il fatto che il parcheggio della Salle Amphibia è già saturo. Diciamo che, messa così, la mia fedelissima non blocca completamente la circolazione, ergo va bene.

L’enorme struttura è una via di mezzo tra un teatro, un auditorium ed una palestra di arrampicata; ci sono tracce evidenti di tutte e tre le attività. Ancora pochi e spaesati i corridori che si avvicinano al banco degli addetti. Ritiro il mio pettorale, numero 260, con le borse per mandare un bagaglio di ricambio nelle basi vita distribuite lungo il percorso. Torno all’auto per smistare e completare i vari sacchi: grazie all’incontro del tutto casuale con Sergio e Franco, riesco persino a trovare un parcheggio decisamente più lecito del mio.

Seduta sull’erba di un prato, poco più in alto del paese, mi immergo nella lettura – l’ennesima – del road book della corsa. Il Tour d’Oisans et des Ecrins, il giro dell’omonimo massiccio e ghiacciaio in versione no stop: partenza domani mattina, mercoledì 27 luglio, alle 8 ed arrivo entro le 15 di sabato 30. Non ricordo d’aver mai studiato con tanta cura il percorso di una gara; di solito, confido nel fatto che la rotta sia ben tracciata ad opera degli organizzatori, come accade di solito, con fettucce, vernice et similia. Questa volta non sarà così: saranno tracciati solo i tratti al di fuori dell’itinerario del GR 54, il concatenamento di sentieri che descrivono un anello intorno al massiccio dell’Oisans; per il resto, bisognerà prestare attenzione alle tacche bianche e rosse del GR. E’ un dato di fatto che mi angoscia da mesi: per fortuna, nel momento in cui mi sono iscritta a questa prova, non ne sapevo nulla. Ci sarebbe l’obbligo di portare con sé il GPS con le sei tracce messe a disposizione sul sito internet della corsa: infatti ce l’ho, ma, se anche dovessi decidere di scarrozzarmelo appresso anziché lasciarlo in auto, sarà solo per timore del controllo a sorpresa del materiale obbligatorio. Ho rinunciato da tempo a qualsiasi tentativo di comunicare con quel marchingegno.

La differenza di temperatura tra sole ed ombra della nuvoletta di passaggio è netta; su la giacca, giù la giacca, mentre lavoro di biro e righello sul bel libercolo che contiene le ventitrè sezioni della gara, nonché sulla mia personale “riduzione” ottenuta fotocopiando le sole parti essenziali. Quel che salta chiaramente all’occhio è che la seconda metà sarà ben più dura della prima: basti pensare ai 2.000 m di dislivello concentrati negli ultimi 20 km… In generale, le salite dal km 85 in poi sono descritte come “techniques” nonché “trés techniques”. Spero almeno di non capitarci di notte. Non riesco proprio a farmi un’idea della mia possibile tabella di viaggio. Tutto dipenderà dal fatto che individuare il percorso sia immediato o meno. Ho il terrore di dover viaggiare con la carta incollata al naso, anche perché non la saprei proprio leggere, la carta.

Ultimo sguardo al profilo altimetrico, che sembra un elettrocardiogramma impazzito: parecchi passaggi oltre quota 2.500; c’è solo da sperare che il meteo sia clemente. Poi me ne torno nella Opel, per far fuori un paio di tranci della focaccia che ho comprato in quantità industriale. Il viavai ormai è fitto, corridori e famiglie al seguito, borse, zaini, bastoncini, scarpe. Il sole va e viene, ma più che altro va. Abbasso lo schienale, me ne vado a nanna, pennichella tardo pomeridiana, cullata dalla musica dei Dire Straits. Mi risveglio ben oltre le sette, giusto in tempo per imbattermi nel gruppo degli altri quattro corridori italiani iscritti al Tour: Franco, Roberto, Sergio e Silvio, diretti a caccia di un locale per la cena. A dir la verità, io son già piena come un uovo; mi sono strafogata di ogni genere di focaccia… Ma non mi dispiace l’idea di condividere dubbi e timori per domani; l’esperienza altrui, in questo caso fior di esperienza dati i soggetti coinvolti, può sempre essere utile. Ne vengono fuori, infatti, due ore di piacevole chiacchierata: previsioni sul tempo da impiegare, sulla gestione delle soste, sul vestiario… E, divagando, uno splendido racconto di spezzoni del viaggio di Sergio in mountain bike in Mongolia. Starei ad ascoltarlo per ore, perché, oltre ad essere un viaggiatore “estremo”, è anche un eccellente narratore. Ma s’impone la passeggiata digestiva, nonché la nanna. Quattro passi sotto una pioggerellina fastidiosa, con una temperatura da novembre inoltrato che mal si addice ai miei pantaloncini corti ed alle ciabatte da mare, ci conducono al punto di partenza della cabinovia che scende a fondovalle, quella che noi, da fondovalle, dovremo seguire risalendo un sentiero da 850 m di dislivello come ultima fatica del viaggio. Chissà se, e quando, ci arriveremo. Davanti a noi, ma dall’altra parte della vallata, il profilo squadrato e minaccioso del Col de La Muzelle, poco più di 2.500 m di quota, l’ultimo colle che dovremo oltrepassare. Ma è un traguardo troppo lontano per poterlo anche solo immaginare.

Torno alla Opel assonnata, umidiccia ed intirizzita; nel frattempo, ha cominciato a piovere… Mi arrotolo nel sacco a pelo, ma ci vuole un po’ prima che i piedi gelidi mi permettano di prender sonno. Punto la sveglia alle sei, ma la anticipo di qualche minuto, dopo una notte di sonno profondo ma interrotto qua e là dai brividi. Siamo a millesettecento metri di quota, dopotutto, e piove a scrosci, di tanto in tanto. Apro un occhio: tutto tace, nulla muove. Poltrisco ancora qualche minuto, poi mi rassegno: s’ha da fare. Le solite operazioni di rito; vestirsi, controllare lo zaino, far visita almeno un paio di volte al più vicino water disponibile. Ho lasciato ieri agli organizzatori due borse, contenenti ciascuna un cambio d’abito completo, una per la base vita di Monetiers (km 65) ed una per quella di La Chapelle en Valgaudemar (km 133). Al km 65 dovrei arrivare oggi stesso, non saprei prevedere a che ora ma credo prima di mezzanotte; sul km 133 non mi sbilancio, ma mi sembra comunque importante potermi fare una doccia e cambiare prima di affrontare gli ultimi 50 km, sulla carta i più rognosi. Alle basi vita del km 85 e 160 non mando nulla: la prima sarebbe troppo lontana dal via per permettermi di cambiarmi ed indossare qualcosa di caldo per la prima notte; la seconda è già decisamente troppo vicina al traguardo, anche se dovrò ancora superare duemila m di dislivello.

Nello zaino infilo innanzitutto giacca e pantaloni impermeabili: per oggi, il meteo annuncia temporali qua e là. Poi un giacchino sottile, un paio di borraccette di miele, il telo termico, la borraccia, qualche gel scaduto da secoli, il telefono ed il portafoglio. Nelle tasche della maglia da bici, che ho deciso di indossare per alleggerire un po’ il peso ed anche l’ingombro dello zaino, metto il road book, il fischietto, la benda elastica, il GPS e la macchina fotografica. Indosso il nuovissimo paio di La Sportiva Raptor a cui tolgo l’etichetta in questo istante: è un azzardo, è vero, con 180 km da correre, ma il modello in fondo è già ben collaudato.

L’area della partenza pian piano si anima; bevo un orribile caffé, ammazzo l’attesa con quattro chiacchiere, ma i minuti scorrono angosciosamente lenti…

Si parte dopo un frettoloso conto alla rovescia, qualche minuto dopo le 8. Via tutti di corsa, sotto un cielo bigio e carico di pioggia che rende ancor più sgradevole l’immagine di questo orrendo paese. Breve risalita lungo una pista di passeggio che sovrasta l’abitato, in mezzo ai prati, e poi giù, settecento metri di dislivello in discesa, con vista sul lago e destinazione Le Freney en Oisans. Una discesa ripida, sassosa almeno nella parte iniziale: con mio grande stupore, non tutti l’affrontano a rotta di collo, come accade di solito al via di corse anche lunghe. Si vede che c’è più d’uno, qua intorno, che ha ben presenti i 180 km del percorso… La discesa s’infila nel bosco, prosegue a tornanti, per ora ben segnalati dalle fettucce e dalle frecce di vernice: siamo ancora fuori del tracciato del GR54. Da le Freney comincia la prima salita, in direzione di Chapelle de Cluy e del Col des Serennes. Quest’ultimo colle mi ricorda i bei tempi ciclistici delle mie salite lungo i tornanti dell’Alpe d’Huez, con prosecuzione lungo la stradina che, dalla stazione sciistica, porta agli ampi pascoli e poi alla discesa verso Le Freney ed il lago a fondovalle. Comincio l’opera di autoconvinzione: piano, Gian, sali piano. Se qualcuno ti sorpassa, lascialo andare. Infischiatene. 180 km sono lunghissimi, il dislivello è incalcolabile, in più la seconda parte sarà più dura della prima. Tanto li ripigli, oh se li ripigli. E, se anche non li ripigli, non ha importanza. Tu devi solo arrivare alla fine. Passi brevi, regolari; scaricare più peso possibile sui bastoncini. Un occhio preoccupato al cielo: non può non piovere… E’ solo questione di tempo. Spero di poter superare all’asciutto almeno il primo colle.

La salita lambisce parecchie abitazioni di margari ed attraversa ampi pascoli in cui mucche, asini e cavalli condividono pacificamente l’abbondante pasto a disposizione; dopo un primo tratto di salita ripida, la strada consente un po’ di riposo e contemplazione. Il fiato non è ancora così corto; si chiacchiera, si scherza.

Una rampa più severa mi scodella al Col de Cluy, 1.600 m di quota circa. Si sbuca su una strada sterrata al punto di ristoro. Coca Cola, cioccolato, un po’ di frutta secca: ad una prima occhiata, non pare che il banchetto trabocchi di derrate alimentari. A dispetto dell’indigestione di focaccia di ieri, rinforzata con l’insalata mangiata in compagnia, ho già una gran fame. Mah, sarà che siamo partiti da poco. Speriamo che i prossimi punti di ristoro siano più generosi.

Riparto lungo la pista sterrata, giù per una breve discesa sul versante destro della valle. Mi risuperano Franco e Sergio, che hanno energia a sufficienza per correre; io no, anche se la pendenza lo consentirebbe. Preferisco risparmiare le forze. Si riprende poi a salire, dolcemente, verso il Col des Serennes, immettendosi sulla strada asfaltata che arriva da L’Alpe d’Huez. Un panorama stupendo di pascoli, bestiame, un alpeggio solitario, due bei cani sulla soglia. Non posso non pensare ai miei due bestioni che ho lasciato a casa, gli unici che suscitino in me il rimorso per le mie frequenti assenze… Anche se so che sono in buone mani, è sempre uno strazio andar via e lasciarli lì dietro le sbarre del cancello del giardino.

Dal Col de Serenne, quota 1.997 m, la pacchia finisce. Ora sì, siamo sul tracciato del GR54: bisogna prestare attenzione alle tacche bianche e rosse. Recita il road book: “continuate lungo la strada asfaltata per qualche centinaio di metri e poi svoltate a destra per un sentiero monotraccia ripido e molto tecnico”. Sotto un cielo sempre più bigio, seguo i primi tornanti della strada asfaltata, fino ad un sentierino che si stacca sulla destra e taglia, per la direttissima, la strada stessa. Cerco di affrontare la pendenza con un po’ di brio, tra sassi e terra, anche se il risultato è comunque di gran lunga inferiore all’abilità media dei miei colleghi di corsa. Il copione si ripete: passano avanti molti dei concorrenti che avevo lasciato indietro in salita. Non posso proprio farci nulla, la velocità e l’equilibrio in discesa sono tra le tante doti che mi mancano. Seicento metri di dislivello fin giù: cadono le prime gocce di pioggia. Attendo ancora un po’ per indossare la giacca impermeabile: lo farò solo quando la pioggia sarà decisa e copiosa. Non ho proprio voglia di mettere, togliere, mettere e ancora togliere, mi viene il nervoso al solo pensiero.

Attacchiamo poi un breve tratto di risalita che conduce all’abitato di Besse en Oisans, un gioiellino di poche case ristrutturate con gusto. Il passaggio sotto una volta, tra gli applausi dei pochi ma entusiasti tifosi, conduce al locale in cui è stato allestito il secondo punto di ristoro, all’incirca al km 25. Anche qui le cibarie scarseggiano: ci sono prosciutto e salame, vietatissimi per me che sono vegetariana, ma non c’è traccia di formaggio; c’è poca frutta secca, qualche albicocca ed un po’ di uvetta passa, un po’ di patatine e salatini secchi. C’è la Coca Cola, ma razionata, pure quella. Ci sono mele, arance e pezzi di anguria, che quanto a valore nutritivo dicono proprio poco. Cavoli, marca male. Riparto quasi subito, con la fame quasi intatta ed i brividi che già mi hanno assalita. Fa freddo ed ho gli abiti già umidi. Ancora una rapida sosta al micro bagno pubblico: incredibile, in un paesino così piccolo… Eppure in Francia è così, le toilettes pubbliche sono ovunque.

Riprendo la marcia lungo la strada sterrata, scambiando quattro parole con i concorrenti che gravitano nelle vicinanze; ormai con il francese parlato posso quasi dire di cavarmela, almeno per ciò che consente la sopravvivenza in un trail. Il GR54 prodegue poi su un sentiero abbastanza ripido che, dai 1.500 m di Besse, conduce ai 1.900 m del Col Naziè. Ormai non c’è più speranza di errore. Piove, decisamente, e non ha più intenzione di smettere. La temperatura è rigida. Non posso rischiare di restare con la maglia fradicia. Infilo la giacca impermeabile: non la leverò più fino a sera. Ho dimenticato il berretto con la visiera: il mio più grande cruccio, adesso, è il timore di non riuscire a seguire la traccia del sentiero, con le lenti bagnate. Immersa in una luce color del piombo, con batuffoli di nuvole basse che si posano sui pendii, respiro umidità, mi rassegno a calpestare fango ed a fare lo slalom tra le pozze. Man mano che salgo, mi rendo conto che qui la pioggia probabilmente imperversa già da un po’: i sentieri sono zuppi, l’erba già piegata dall’acqua, oltre che dai passi dei corridori. Un vento freddo ci accompagna oltre il Col Naziè, nella risalita ai 2.200 m del Plateau d’Emparis. Mi accorgo che si tratta di un “plateau” solo perché non sento più lo sforzo della salita nelle gambe; per il resto, si vede ben poco del panorama vicino e proprio nulla del “Massif de la Meije et des Ecrins”, che il road book descrive come uno degli scorci più belli dell’intera gara. Nebbia ed umidità. Osservo gli altri concorrenti: mi sembrano tutti, è il caso di dirlo, impermeabili. Procedono con calma, con lo stesso passo. Chissà, forse anch’io lascio la stessa impressione a chi mi guarda; in realtà sono preoccupata, molto. Le sagome di chi mi precede sbiadiscono e svaniscono nella nebbia. Unica nota positiva, se non altro il sentiero pare ben definito, abbastanza agevole da seguire.

Passato il Col de Souchet, poco oltre quota 2.300 m, arriva la terza discesa seria. Le Raptor non tradiscono mai e mi permettono, anche questa volta, di andar giù con una certa tranquillità, nonostante le rocce e l’erba bagnate, il fango, le pozze in cui sguazzo ormai da tempo. Devo prestare molta attenzione a dove metto i piedi; del resto, non è che ci sia motivo di distrazione: tutt’intorno è nebbia fitta, pesante, grigio che digrada nel nero dell’erba e degli arbusti fradici. Qua e là il sentiero diventa torrente; l’acqua torbida s’infila tra le pietre, sembra volerci accompagnare con salti e guizzi, beffarda. Coraggio, Gian. Il meteo ha promesso un miglioramento. Sii fiduciosa. Già… Va tutto bene, finché c’è luce, ma stanotte?

Una rampa più ripida delle altre, con pochi stretti tornantini, mi scodella ai piedi della breve ma ripida risalita asfaltata che conduce all’abitato di Le Chalezet, a quota 1.800 m circa. Seguo come ipnotizzata le bollicine che la pioggia forma sulla superficie delle pozze; mi torna in mente quella massima, credo del tutto priva di fondamento, che ricordo di aver sentito tante volte pronunciare da mia nonna, con la gravità di una sentenza: “Quando la pioggia fa le bolle nella pozzanghera, significa che pioverà ancora a lungo”. Con traduzione dal piemontese, ovviamente. E’ strano, di solito le credenze popolari hanno pur sempre una base di verità, seppur traballante… Ma a questa non ho mai dato molto peso e spero di non dovermi ricredere proprio oggi. Si marcia in salita, sull’asfalto; davanti a me, qualche decina di metri, un altro gruppo di concorrenti. A Terrasses, un mucchietto di case sul pendio della montagna, il terzo punto di ristoro, allestito in un vecchio edificio. Dentro, una gran folla, a caccia forse più di un po’ di tepore che di cibo. C’è ressa intorno ai tavoli; mi faccio strada a fatica, per constatare che il rifornimento qui è più o meno dello stesso genere dei due precedenti. Abbondanza di Coca Cola e bevande varie, ma grave carestia di cibi solidi. Mi sconcerta soprattutto la mancanza totale di formaggio. Ma possibile, in Francia? Prosciutto e salame abbondano, ma vorrei evitare, per quanto possibile. Già, ma riuscirò ad andare avanti due giorni o più buttando nello stomaco solo biscotti, frutta secca e zucchero?

Mangio e bevo alla svelta; un cenno di saluto a Franco e Sergio, che procedono, a quanto pare, più o meno al mio ritmo, e via, mi ributto fuori, già frastornata dalla folla e dal caos. Giusto in tempo per osservare, allibita, le manovre di un camper enorme, un vero appartamento, arrivato chissà come fin quassù per una stradina minuscola ed ora in fase di parcheggio. Non vorrei davvero essere negli sventurati panni del pilota, soprattutto quando gli toccherà tornare da dov’è venuto: secondo me sarà costretto a smontare questa specie di transatlantico pezzo per pezzo e riportarlo a valle a rate! Imbocco una strada sterrata a destra, solo grazie alle indicazioni di alcuni spettatori. Spettatori delle manovre di parcheggio, beninteso, non della corsa. La strada va giù molto ripida: stare in piedi è una vera scommessa. Il fango, marcio e già calpestato da chissà quanti piedi, offre una tenuta quasi nulla; bisogna camminare proprio sul bordo, poggiando i piedi di taglio e con molta cautela. Mi spiacerebbe finire a terra proprio qui: diventerei una maschera di fango… Poco più avanti, altri due corridori tribolano quanto me. Impiego un sacco di tempo a raggiungere il fondo della rampa; nel frattempo, le nuvole basse svelano i contorni di tetti, camini, case. La Grave, uno dei paesi tagliati a metà dalla strada che sale da Le Bourg d’Oisans al Colle del Lautaret. Anche qui non mancano applausi ed incoraggiamenti. Alcuni volontari presidiano la strada, in effetti da attraversare con cautela, e mi indicano una stradina secondaria che scende in direzione del campeggio. La seguo fino al ponticello nella curva, dopodiché l’abbandono per riprendere il GR54 che si stacca sulla sinistra e si tuffa nel bosco. E qui la solita scena spiacevole che avrei preferito non vedere: della serie, occhio non vede, cuore non duole. Una concorrente si fa dare un cambio d’abito completo dagli occupanti di un furgone parcheggiato al limitare del bosco. Siamo alle solite: l’assistenza, in questa gara, è consentita solo in corrispondenza dei punti di ristoro; altrove, è vietatissima. Per carità, la fanciulla in questione, ad una prima occhiata, mi farebbe mangiar polvere, anzi in questo caso fango, anche senza l’intervento degli angeli custodi illeciti; però, mi fa una gran rabbia pensare che ci siano, anche qui, i soliti fenomeni che si sentono un po’ più furbi degli altri. Avere una maglia asciutta e pulita, qui, dopo oltre 40 km di marcia in buona parte sotto la pioggia, fa davvero una bella differenza, almeno la farebbe per me. Mi viene in mente che ho la macchina fotografica dotata di GPS, che potrei scattare una foto ed inchiodare l’atleta scorretta a fine gara, con tanto di coordinate geografiche del fattaccio… Ma so già benissimo che non sarei mai capace di fare una cosa del genere. Piuttosto che far la figura della piantagrane per una posizione in più o in meno, rotolerei senza fiatare a fondo classifica… Attacco la risalita su un sentiero che non ha più forme, un rivolo di fango scivoloso ed appiccicoso, un passo avanti e due indietro, tanta fatica e grave scoramento. La fanciulla di poco fa mi sorpassa e se ne va con leggerezza inarrivabile, per me che annaspo come un ippopotamo nel sottobosco. Non capisco se piova ancora o se l’acqua cada dalle foglie ormai zuppe; respiro a fatica un’aria densa, appiccicosa come la melma in cui affondo i piedi; scarico peso e rabbia sui bastoncini, cerco affannosamente gli appoggi meno instabili per le suole. L’ascesa è ripida, ostinata. Supero un paio di avversari. La discesa giunge troppo presto, inaspettata. Scavo nella memoria alla ricerca del profilo della salita al Col d’Arsine: non ricordavo ci fosse un intermezzo, ma evidentemente il neurone è già in crisi. La discesa è altrettanto breve ma rognosa, scivolosa, ripida, seguita da un tratto di saliscendi in mezzo alla vegetazione fitta, fino al Pont de Brebis. Da qui, un lungo tratto di falsopiano in una vallata aperta. Si respira, finalmente: non piove più… Attacco bottone con un corridore francese non più giovanissimo, inferocito per l’infausta scelta delle calzature. Indossa infatti un paio di oggetti che fatico a definire “scarpe”, roba che va per la maggiore secondo la moda del momento, le “Hoka”, in buona sostanza scarpe a cui hanno appiccicato tre o quattro suole anziché una sola. Mi ricordano la struttura di un hovercraft. A quanto pare, questi prodigi della tecnica si sono rivelati un vero disastro sul fango e sull’erba bagnata, cioè sul tipo di terreno che stiamo calpestando da cinquanta km a questa parte… In effetti, il poveretto è infangato dalla testa ai piedi. Per sua fortuna, ha inviato alla prima base vita un paio di scarpe di ricambio.

Percorriamo un lunghissimo tratto di sentiero a mezza costa, con qualche saliscendi lieve, chiacchierando in un misto di italiano, francese, inglese. Mi racconta d’essere in pensione ma di essere stato, fino all’anno prima, pilota; mi dice che anche il figlio è in gara, più avanti. Infine, il grande, immancabile classico: la scusa… Questa è la sua prima gara oltre la distanza della maratona. E’ per questo, che va piano. Ma certo, come no? Non lo metto in dubbio, come del resto mai e poi mai metterei in dubbio che gli asini volino in formazione come le Frecce Tricolori. Non riesco proprio a capire il fenomeno fisico che ne è alla base, ma è un dato di fatto che tutti, per qualche ragione, in qualsiasi corsa, siano reduci da un infortunio o un altro tipo di problema comunque gravissimo, insuperabile, destabilizzante. Chi non corre da mesi perché la consorte ha appena partorito sei gemelli, chi soffre perché si è strappato un pelo pizzicandolo nella portiera dell’auto poco prima del via, chi patisce l’altitudine, manco si trattasse di raggiungere l’Everest senza ossigeno… Ancora una volta devo ammettere che sono io, l’unica che non ha una buona scusa per la propria lentezza. Io posso solo aggrapparmi alla dura realtà: macino milionate di km ma non ho il fisico… Ed ho il deretano pesante. Tutto qui. Danno e beffa, super allenamento e risultati zero.

Va bè, pace, prima o poi una buona scusa me la compro anch’io, magari di seconda mano, d’occasione. Per ora, proseguo lungo la strada sterrata che, superata un’ampia conca, si dirige spedita verso un vero e proprio scalino da superare. Uno scalino di qualche centinaio di metri di dislivello… Il gruppo che, nel tratto in falsopiano, s’era molto avvicinato alle mie spalle rimane indietro; i primi tornantini mi permettono di mettere il sale sulla coda a più di un avversario. Non piove più, anzi, sembra quasi che un barlume di luce voglia filtrare tra le nuvole. Si risale uno splendido salto di roccia e cascate, fino a giungere in vista di un rifugio. Il road book suggerisce di fare una deviazione per raggiungerlo e fare rifornimento d’acqua, ma me ne guardo bene. Sto viaggiando con la borraccia quasi vuota; con questa temperatura, ciò che bevo ai punti di ristoro è più che sufficiente… E poi l’acqua non manca di certo; ci sono ruscelli ovunque. L’obiettivo, adesso, è raggiungere la prima base vita, a Monetiers, km 66.

Si sale ai 2.300 e rotti metri del Col d’Arsine: ormai si fa sera, il freddo ed il vento sono pungenti. Riprende a piovere, a tratti. Mi attende una discesa lunga, oltre dieci km per mille metri di dislivello; ho freddo, sono fradicia, ho una fame tale che divorerei qualsiasi cosa, vivo o morto, commestibile o no. Vorrei teletrasportarmi giù: quanta angoscia in queste interminabili rampe. Com’è ovvio, più sei stanco e più la discesa è rognosa. Il sentiero raggiunge un bel lago, Lac de la Douche, appena sotto quota 2.000 m, e vi sfila accanto, per poi riprendere verso il basso. Tutto sommato, le gambe stanno bene. Il ginocchio destro protesta già da un po’, almeno dal Col des Serennes, ma è un dolore sopportabile, giusto una fitta, di tanto in tanto. Spero di raggiungere Monetiers prima di dover indossare la pila frontale. Allora, Gian, adesso calma. Vai giù, ti fermi un momento, recuperi la tua borsa, ti cambi, ti asciughi, mangi con calma. E poi, ma solo poi, riparti. Intanto, vedrai che smette di piovere.

Quando siamo già in vista delle prime case, mi affianca un corridore francese, ben dotato di GPS, tra l’altro identico a quello che io scarrozzo spento in tasca, ma molto titubante sulla direzione da prendere. Mah: in teoria, nei paesi la rotta dovrebbe essere segnalata con bandelle. Qui, a quanto pare, non lo è. Mah, io vado a naso. Il GPS, evidentemente rassicurato, prende coraggio e si risveglia: sì, la direzione è giusta. Seguiamo la strada lungo un impetuoso torrente. Il francese mi rovescia addosso un lunghissimo discorso nella sua lingua, tra l’altro con una pronuncia diversa dal solito idioma d’oltralpe che sono abituata a captare. Lo fermo a stento, con una delle poche frasi che so pronunciare correttamente: “Non parlo francese…”. Mi chiede se sono italiana. Confermo… E quello, stizzito: “Beh ma gli italiani sanno parlare francese! Vai a Courmayeur e lì tutti parlano francese…”. E accelera il passo. Per un attimo, dimentico fame e stanchezza: ma tu guarda ‘sto grillo parlante! Colta da improvvisa illuminazione, do sfogo a tutta la potenza francofona del mio neurone: “Che significa? Se vai a Briançon, tutti sanno parlare italiano, ma non significa mica che tutti i francesi debbano conoscere per forza l’italiano!”. E aggiungo, con un sibilo: ‘mbecille… Ce n’è di gente bislacca, al mondo!

Finalmente, la base vita di Monetiers. Non mi sembra vero. Il freddo è ormai penetrato fino alle ossa, non c’è modo di trovare sollievo. Tra poco farà buio completo; arrivo giusto in tempo per prepararmi per la notte. Le frecce e le fettucce guidano il cammino fino ad un ampio parcheggio. Butto l’occhio alle pozze, sperando di vederne la superficie liscia ed immobile; invece no, ancora i cerchi delle gocce di pioggia, rade ma pesanti. Eppure, avrebbe dovuto smettere… Entro in una struttura che, anche qui, è una via di mezzo tra una palestra ed un teatro. Soprattutto, è un caos: lungo i muri sono accatastati i mucchi delle borse che contengono gli abiti di ricambio per ogni corridore, distinti per numero di pettorale di dieci in dieci; metà sala è occupata dai banchetti con le cibarie e dalle tavole e panche per mangiare. L’altra metà è un intrico inestricabile di membra, abiti sporchi, abiti puliti, vesciche, piaghe, unghie nere, bende, creme lenitive. Recupero il mio sacco e trovo un angolino, con tanto di seggiola – che lusso! Con cautela levo le scarpe incrostate di fango, le calze nelle stesse condizioni, maglia e pantaloni fradici; tutto così, coram populo… La riservatezza, insieme con l’igiene, va a farsi friggere. Scambio quattro parole con Roberto, che è già bell’e rinfrancato e pronto per ripartire, e con l’amico che è giunto ad assisterlo apposta, molto scettico su ciò che gli sta accadendo intorno… Eh lo so, difficile capire, per chi non condivide questa passione così folle. “A me piace andare in montagna, ma correre no”, sentenzia lo spettatore. Tra escursionisti e “corridori”, se così posso definirli, è come tra tifosi di Coppi e di Bartali, di Milan ed Inter, non c’è punto d’incontro, almeno, così sembra. Io stessa, pur non avendo grande esperienza di montagna al di fuori delle gare, ricordo qualche gita del CAI a cui ho partecipato, infiltrata, da ragazzina: mal sopportavo quell’andatura così lenta, le soste continue, gli scarponi, lo zaino riempito di tutto e di più (che diavolo ci mettevamo poi, dentro quegli zaini, per mezza giornata di cammino?) Quando capitava che qualcuno allungasse il passo e si staccasse dal gruppo, in salita, io mi attaccavo regolarmente a ruota, magari sputando pezzo a pezzo i polmoni per non restare indietro. Oggi mi capita, a volte, di sognare una bella gita “comoda”: del resto, è da maggio che colleziono una corsa da 100 km e oltre quasi ogni settimana… The Abbots Way da 125 km, Le Porte di Pietra da 70, Nove Colli Running da 200, Verdon Columbia Canyon Challenge da 100, Trail 3V da 160, La Montagn’Hard da 100, Gran Trail Valdigne da 100, Tour de Beaufortain da 103. E non è che, prima di maggio, sia stata proprio ferma. Ma poi, tanto, lo so già che, se metto i piedi su un sentiero, l’istinto è quello di percorrerlo il più in fretta possibile, pur considerati i miei limiti, dato che non sono certo una velocista. Quindi, anche l’eventuale gita senza cronometro, come può essere il classico giro del Monviso, diventa una corsa contro il tempo.

Mi avvicino circospetta al tavolo delle cibarie. Ormai rassegnata ad adattarmi a quel che c’è. Al solito: prosciutto e salame in quantità, ma niente formaggio; pane e pain d’epices che però, asciutti come sono, è difficile mandare giù. C’è della zuppa in cartoccio, c’è della pasta, entrambe da far scaldare in uno dei fornetti a microonde messi a disposizione. Ma accanto ai fornetti c’è la coda; rinuncio: riempo un piatto di pasta e la mangio fredda, così com’è, e l’accompagno con un po’ di pane pucciato nell’acqua. Completo il pasto con frutta secca, un po’ di cioccolato, un disgustoso caffé solubile, perché la notte sarà lunga. Ancora un salto in bagno, poi mi rassegno. È ora di uscire, devo proprio. Anche se già solo passando accanto alle porte a vetri del salone rabbrividisco… Ho indosso una maglia con le maniche lunghe più una maglia da bici, con le tasche posteriori; infilo giacca, berretto di pile e guanti lunghi e sono pronta.

Mi butto fuori, malvolentieri. Fa un freddo pungente. Incontro altri corridori che arrivano adesso; il tono dei reciproci saluti denota tanta stanchezza da parte loro e tanta preoccupazione da parte mia, che sono un po’ meno provata solo perché ho appena fatto una pausa. Quanto sarò stata ferma, mezz’ora? Boh, erano circa le nove quando entravo al ristoro.

Mi avvio verso il paese, seguendo le frecce che ho già notato prima; si piega a sinistra, su una stradina asfaltata. Forse ha smesso di piovere, ma non oso alzare il naso al cielo. Mi segue un gruppo di due fanciulle ed un ometto, che chiacchierano amabilmente, tranquilli; io ho invece un gran peso, metaforico, sullo stomaco. Mi preoccupa la notte: per la pioggia, per la paura di non vedere i segnavia. Le tacche bianche e rosse che indicano il GR54 sono tracciate per gli escursionisti ordinari, che di notte ronfano in rifugio; non sono, ovviamente, rifrangenti. E non è così scontato individuarle. Non appena riprendiamo il sentiero e la salita, il gruppetto si stacca; proseguo con calma su per i ripidi tornantini, in mezzo ad una vegetazione davvero fitta. Le voci presto si perdono; restano i rumori del bosco, le gocce che cadono. “…Ascolta. Piove dalle nuvole sparse. Piove sulle tamerici salmastre ed arse…”. Beh, la vegetazione non è esattamente questa, ma “La pioggia nel pineto” è la citazione più calzante che mi salta in mente.

La frontale lampeggia. Mannaggia a me, lo sapevo, me l’aspettavo. Avrei dovuto cambiarle prima di partire, le batterie… Non c’è proprio niente da fare, la mia “pigrizia organizzativa” è incrollabile. Per non aver avuto voglia di sostituire le pile a casa, mentre preparavo zaini e borse, adesso mi ritrovo qui, al buio pesto, ad armeggiare con la frontale, alla luce dell’altra frontale, col rischio che qualche pezzo mi caschi nell’erba e addio, con le mani intirizzite. Ho quasi finito il traffico, in preda al nervoso, quando mi raggiunge il gruppetto di prima. Ecco, doppio fastidio; mi tocca farmi superare e poi risuperare. Un sorpasso, anche tranquillo, è sempre un dispendio di energia da evitare, se possibile, soprattutto quando i muscoli sono già provati da lungo lavoro. Eppure, s’ha da fare. Davanti a me, ogni tanto intravedo un’altra luce tra il fogliame: piano, Gian, lascia perdere gli inseguimenti…

Mi ritrovo in una radura, vicino ad una casermetta che ha tutta l’aria di essere una struttura di servizio per le piste da sci. Se solo avessi un briciolo di memoria, in questo momento ricorderei la raccomandazione del road book: “Fate attenzione a rimanere sul GR54 (…) Non deviate sulle piste da sci”. Il guaio è che non me lo ricordo e finisco, appunto, su una pista da sci. Quasi subito mi accorgo che qualcosa non va; niente segni, nulla di nulla. Il guaio è che non c’erano poi molti segni neanche poco fa, quand’ero indubbiamente sulla retta via. Mi preoccupa di più il fatto che nessuno mi segua. Spazio con la luce della frontale: non si vede nulla… In compenso, sopra di me, un bellissimo cielo sterrato che mi allarga il cuore. Faccio dietrofront e torno verso il punto in cui il sentiero cessava d’essere ben definito: ecco arrivare, per la seconda volta, il gruppetto degli inseguitori. Questa volta mi metto in coda e ci resto: pazienza, perderò un po’ di tempo, ma almeno ho un punto di riferimento da seguire. Altrimenti, va a finire che mi perdo.

Il sentiero sfocia presto all’aperto, scomparso il bosco all’improvviso, e confluisce su una strada sterrata. Più che su un colle, sembra di arrivare su un enorme dosso; tira un vento gelido. Il gruppetto si ferma; mi assicuro che non siano in dubbio circa la direzione da prendere e poi via, proseguo lungo la strada sterrata, lasciandomi il Col de l’Eychauda alle spalle. Rapida occhiata al road book: ora che non piove più, riesco a scartabellare più comodamente, anche se ormai il mio libretto è già umido e stropicciato a sufficienza. Siamo a quota 2.400 e rotti metri e bisogna scendere… Fino a 1.200! Porca miseria, sarebbe stato meglio non saperlo… Se non altro, ho la speranza che davvero, come sostiene chi ha scritto la descrizione del percorso, si tratti di un “sentier agréable et peu raide en lacets”, visto che mi attendono oltre tredici km di discesa. In effetti è così: un lungo tratto a tornanti, aperto e con vista sul cielo stellato, poi il bosco, una strada sterrata, una traccia di civiltà racchiusa in un parcheggio, una chiesetta ed un bar, ancora sentiero. E’ lunghissima… E mi sembra che sia già buio da un’infinità di ore. In effetti, arrivo alla base vita di Vallouise, km 85, intorno alle due e mezza. Individuo subito, sdraiato su uno dei lettini, il buon Roberto: per un attimo mi preoccupo, ma un sorriso e la voce allegra mi rassicurano, è tutto ok. A quanto pare, sono i suoi piedi, ora nelle mani di un’infermiera, a fare i capricci. Per me, invece, non va affatto bene. O meglio, fisicamente sì… Ma sono nervosa, preoccupata, infreddolita. Ormai rassegnata al solito ristoro magro e sconfortante, pilucco un po’ di frutta secca, un po’ di pane, parecchi bicchiere di di Coca e qualche patatina e schizzo via con la fame. Coraggio, Gian, lo sai che la notte è sempre un gran dramma. Devi solo tenere duro; vedrai che ce la fai, come tutte le altre volte. Ha ‘dda passà ‘a nuttata. Seguo le indicazioni verso il centro di Vallouise, paesello ameno e, in questo momento, immobile, cristallizzato. Mi inchiodo davanti ad un bivio: e adesso? Nessuna traccia di fettucce, né da una parte, né dall’altra, e sono entrambe strade “principali”, tanto che la direzione da prendere non è affatto scontata. In quel momento, scendono trafelati, dalla strada di destra, tre corridori: “Non ci sono più segni”, sbraitano. Eh, lo so, lo vedo. Rapido consulto, poi decidiamo di tentare comunque la via di destra, che sale ripida tra le case e poi procede, sempre su asfalto. Tra mille titubanze, ci guardiamo avanti ed anche indietro. Due dei miei compagni di sventura, francesi brandiscono il GPS e confabulano in una sorta di dialetto: l’unica cosa che riesco a capire è che questa non è la strada giusta, ma è “parallela”, quindi va bene. Come sarebbe a dire, va bene? Non va bene affatto!!! Sarà anche parallela, ma potrebbe divergere da un momento all’altro… Il terzo francese, più saggio, pensa bene di pararsi in mezzo alla strada e costringere l’unica auto in viaggio nel raggio di dieci km, a quest’ora, ad inchiodare: “E’ questa la strada per Villard?”. Gliel’ho detto io, che il road book ci fa passare per un paesello che porta quel nome. L’automobilista notturno, con l’aria colpevole di chi si rende conto d’aver bevuto troppo, conferma. Infatti, poco dopo, ci troviamo ancora in mezzo alle case. Ed io che già mi disperavo… “Le GR54 reste sur la route pendant quelques kilomètres jusqu’à Entre Les Aigues”. Quindi non mi preoccupo di trovarmi, per un bel po’, a camminare sulla strada asfaltata. Passo di marcia, lascio indietro i miei compagni occasionali di viaggio e proseguo, persa nei miei pensieri. Un po’ di asfalto non può che far piacere alle articolazioni, ma è la firma della mia condanna: il sonno… Arriva tutto insieme, all’improvviso. Un sonno che non riesco a ricacciare indietro, sbadiglio dopo sbadiglio; mi si chiudono gli occhi, sbando, in pochi istanti sono un morto che cammina. Le provo tutte, mangiucchiare qualcosa, bere, impegnare la mente recitando una poesia o le parole di una canzone… Niente da fare. Alla fine mi rassegno, mi siedo per terra, appoggiata al muretto a bordo strada. Dormo qualche minuto, pur interrotta di continuo dai premurosi compari di sventura che mi chiedono se è tutto ok, poi riparto, barcollante ed infreddolita.

La strada termina in località Entre les Aygues, poco più di 1.500 m di quota. Da qui parte il sentiero che, superato un ponticello di legno, dà il via alla lunga salita verso il Col d’Aup Martin. Si sale, all’inizio, con pendenza molto dolce, a parte qualche raro tratto più ripido. Il sonno continua a non lasciarmi tregua. Mi fermo ancora una volta, a dormire quasi abbracciata ad una roccia, anche qui, pochi minuti prima che il freddo mi assalga. Passa una concorrente, preoccupata: “Rischi di congelare”, mi avverte. Beh, non esageriamo, però un bel raffreddore senz’altro lo rischio. Ma che posso fare? Non riesco a stare in piedi.

Riparto ancora una volta, mi fermo ancora una volta; non so se sia colpa del sonno, ma mi prende una tristezza infinita. Stavolta non ce la faccio… Rischio davvero di non farcela. Procedo ancora, come un automa, andatura lenta e faticosa; ho freddo, fame e sonno, insomma un disastro su tutta la linea. Per fortuna, il sentiero è ben tracciato; impossibile perdersi. La valle è molto ampia e lunga; la corona dei monti appena più scura del cielo stellato e nero. Ma sembra che qualcosa stia cambiando: un baffo di blu più chiaro è la speranza a cui aggrapparmi. Vedo qualche lucina davanti a me, ma lontano; dietro, nessuno, o forse sono io che non riesco più a mettere a fuoco nulla.

Lo sforzo per non cedere al sonno è inaudito. Se qualcuno mai vedesse le boccacce che sto facendo… E pizzicotti, e schiaffi! Ma ora non ho più dubbi, il cielo sta davvero schiarendo. Una ad una si dissolvono le stelle; i monti sempre più definiti, il blu che digrada in azzurro, striscie di nuvole rosa. I contorni man mano si definiscono anche sotto i miei piedi. Vedo davanti a me una muraglia, ma non riesco ancora a capire dove sia il colle. In compenso, compare sulla destra, in un pianoro, un alpeggio, così grazioso da sembrare una casetta di villeggiatura. A guardia, un asino che mi fissa con molta attenzione. Seguo il sentiero, che passa proprio accanto alla costruzione; l’asino mi viene incontro, proprio dritto verso di me. Uhm… Mi fermo, dubbiosa. Non so nulla della psicologia asinina: chissà che intenzioni ha costui? Proviamo ad inviare un segnale di pace: strappo da terra una pianticella, gliela sporgo, tenendola nel palmo della mano aperta. L’animale si avvicina, annusa, ma non è interessato alle cibarie. Non mi pare avere intenzioni bellicose. Tendo la mano per carezzarlo sul muso: alla peggio, se non dovesse gradire, mi staccherà qualche falange… Tutto peso in meno da portare a spasso! Nulla di tutto ciò. Si lascia coccolare. Lo saluto, riparto, ma la bestiola non ha intenzione di lasciarmi andar via così. Me lo ritrovo con il testone incollato allo zaino, proprio come se volesse spingermi. Forse è il suo modo pacifico di farmi capire che sono un’intrusa? Dietro di lui, si accoda un altro asino che non avevo proprio visto. Urca! Speriamo che non ci siano giudici di gara in giro, altrimenti rischio la penalità per aver ricevuto un aiuto proibito! La prima delle due bestiole mi spinge via per qualche decina di metri. Poi si fermano entrambi: li saluto e proseguo. Avrei voluto scattar loro una foto, ma, con questa condizione di luce ancora fioca, avrei rischiato di spaventarli e magari farli arrabbiare con il flash.

Complici la luce del sole ed il simpatico incontro, ora sto davvero meglio. Riprendo la mia marcia di buon passo. Il sentiero sale e disegna strette curve sul lato destro della vallata, mentre in cielo si disegnano una dopo l’altra cime meravigliose. La testa della valle, vista da qui, è un’enorme pietraia. Raggiungo un paio di colleghi, spuntati qui da chissà dove: uno degli aspetti curiosi di questi viaggi a due piedi è il fatto che, spesso, si procede magari molto vicino ad un altro essere umano, ma nessuno dei due si accorge della presenza del collega, per chissà quanti chilometri. Ripidi tornantini ci fanno superare uno scalino di roccia e terra chiara, scodellandoci direttamente su un pianoro erboso. Guardo in su, ma ancora non riesco a capire. In compenso, davanti a me si para un ostacolo di quelli per me assai rognosi, il guado di un impetuoso torrente. Il corridore che ho appena superato arriva di gran carriera, passa e va; studio il percorso che ha scelto, ma lo scarto subito: troppo distanti e precari, per me, i punti di appoggio. Mi sposto di una decina di metri a destra, ma è peggio che andar di notte; qui non si riesce a passare. Non è tanto il rischio di bagnarmi i piedi che mi preoccupa, quanto la paura di scivolare e cadere in un punto in cui, data la violenza della corrente, non si può vedere nulla dei punti di appoggio sommersi. Torno al sentiero, mi sposto un’altra decina di metri a sinistra. Individuo un passaggio un po’ meno ardito: bene, adesso è il momento di convincermi che lo devo fare. Gian, concentrati sulle pietre, perché guardare l’acqua che scorre ti dà il capogiro. Un piede qui, uno là, poi un bel salto e mani pronte a parare la caduta. Passa un altro concorrente, mi invita a seguire le sue tracce: tesoro, ti ringrazio, ma tu non puoi nemmeno immaginare quale difficoltà e terrore io stia provando in questo istante… Non mi serve incoraggiamento, devo solo trovare la giusta concentrazione. Con l’impeto di chi sta per compiere l’ultimo salto, decollo: un attimo dopo, eccomi dall’altra parte, quasi spalmata sui pietroni. Il collega mi osserva perplesso e riprende poi la marcia; lo raggiungo non appena il sentiero torna a salire ripido. La luce, sempre più limpida, annuncia una bella giornata di sole, anche se alcuni strati di nuvole alte e sottili incombono già all’orizzonte.

I piedi non bastano più: per un breve tratto, il sentiero diventa paretina da superare con l’aiuto delle mani. Ed è solo l’inizio… “Les 400 derniers mètres de denivele (a partir de la cote 2400 m) avant le col sont très raides, glissant (schiste) et exposés en cas de chute ou de mauvais cheminement”. Il road book non mente, né esagera. Alzo gli occhi e resto sbigottita… Il pendio è una distesa di sfasciumi, tagliata da una linea che è appena un accenno, e s’intuisce proprio soltanto perché c’è qualcuno che sta affrontando quel tratto di percorso, un puntino nero che si muove. Immediatamente ho davanti agli occhi l’immagine della vetta della Bonette, dal versante di St Etienne de Tinée, con cui questa salita ha una somiglianza davvero sorprendente. Beh Gian, s’ha da fare, quindi coraggio. Mi avventuro lungo questo sentierino che offre appena appena lo spazio per un piede, talvolta neanche quello, e che spesso segue la pendenza della montagna, dando la sensazione inquietante di scivolare. Presto la massima attenzione a non guardare giù, perché è vertigine assicurata, e mi muovo con la massima cautela, passo dopo passo, piantando i bastoncini nell’illusione di poter fare da perno se dovessi scivolare. Il freddo è pungente, le mani mezze congelate nei guanti lunghi, il cuore a mille, il respiro affannoso. Paura allo stato puro. E, d’altro canto, sollievo: il sonno tremendo della notte appena trascorsa, in fondo, non è stato un male. Guai se fossi capitata quassù con il buio e nella condizione di rimbecillimento totale in cui versavo qualche ora fa. Avrei davvero rischiato la cotenna. Poco avanti rispetto a me, altri compagni di sventura procedono con la stessa circospezione; anzi, se possibile, direi che qualcuno la sta vivendo anche peggio di me, a giudicare dall’incertezza nell’incedere. In un tornantino, dove mi sembra ci sia un briciolo di spazio in più per una sosta, mi fermo un istante e guardo giù: quasi mi manca il respiro… Il pendio sembra non finire mai; l’occhio lo segue fin giù per una distanza che fa impressione. Il sentierino continua a salire a tornantini sempre più ravvicinati, ma non posso guardare nemmeno in su, a pena di capogiro assicurato. Procedo con lo sguardo fisso mezzo metro davanti alle punte dei piedi, per un tempo che mi sembra interminabile; che sono arrivata in cima, lo capisco solo perché rischio d’inciampare nella tenda dei due volontari che presidiano il passo. Davvero coraggiosi… Hanno piazzato questa tendina in un posto dove non c’è nemmeno lo spazio necessario, proprio nel bel mezzo della fessura spazzata dal vento, e stanno appollaiati quassù da chissà quanto! Infatti, sporgono appena la testa fuori, per registrare i numeri di chi passa. Col d’Aup Martin, quota 2.760 m, Cima Coppi dell’intero viaggio. Lo spettacolo che si gode da quassù è impagabile, una collezione di cime dall’aspetto aspro e selvaggio e di pendii ripidissimi, con le vette appena incendiate dal sole. Brividi di freddo dai capelli agli alluci, ma il supplizio è lungi dall’essere finito. Il sentiero procede a saliscendi ed ha più o meno lo stesso aspetto rassicurante del tratto precedente il colle; anche qui, se metti un piede in fallo, ti raccolgono col cucchiaino da caffé, qualche centinaio di metri più in basso. Come se non bastasse, tocca anche qualche acrobazia sui pietroni. In alcuni punti, il terreno cedevole evidenzia segni di chi ha già provato l’ebbrezza dello scivolone. Piano, calma, cautela, qui non si può sbagliare. Infatti, nessuno corre. Gli avversari che ho sorpassato sono ancora molto distanti; il corridore che avevo quasi raggiunto, più agile e sicuro di me, ha già superato il Pas de la Cavale, il colle che raggiungerò al termine di questo breve tratto senza dislivello. Lo spettacolo, da quassù, è reso ancor più inquietante dai brandelli di nuvole che il calore del sole strappa al pendio; la nebbia minacciosa avvolge e svela, sfuma, ruba i colori e la luce, poi si dissolve. Un paesaggio quasi lugubre, in stile Famiglia Addams. Qualche chiazza di neve ancora resiste.

Superato il passo, l’itinerario prevede che ci si fiondi giù per una discesa molto ripida, tutta a tornantini, però rose e fiori rispetto al sentiero su cui ho camminato sinora. Quasi mille metri, nella parte alta ancora in ombra ed al freddo; più in basso, finalmente i raggi del sole si fanno sentire sulla pelle ancora coperta da tutti gli strati di abbigliamento possibili ed immaginabili. Un vallone aperto, erboso, bellissimo. Potrei godermelo appieno se solo la fame non mi tormentasse. Credo che i gorgoglii disperati del mio stomaco vuoto risuonino da una parete all’altra, come un’eco. Non riesco a pensare ad altro che a mangiare; attendo con ansia il punto di ristoro, l’unico obiettivo che in questo momento riesco a concepire. Mangiare, mangiare… La sagoma del rifugio appare giù in basso e mi mette le ali ai piedi; nonostante un sentiero sconnesso e malagevole, che corre lungo un torrente dispettoso con mille diramazioni, mi precipito verso il tavolo del ristoro. Mi basta un’occhiata per capire che, anche qui, sarà colazione magra. Patatine ed albicocche secche, quelle non mancano mai; qui ci sono, per fortuna, anche gelatine di frutta e qualche fetta di pane. Immancabili salame e prosciutto, ma non sono per me. Mi abbuffo, lo ammetto, senza alcun rispetto per chi verrà dopo di me, ma la fame arretrata è davvero troppa ormai. Il guaio è che questi alimenti dolci non mi terranno sazia a lungo. Ho davvero bisogno di qualcosa di più sostanzioso; basterebbe un po’ di formaggio, ma proprio non ce n’è. Una tappa al bagno del rifugio di Pré de la Chaumette: ecco, c’è di buono che, in quasi 110 km, ho sempre potuto approfittare di veri bagni civili, come si deve, e non di soste “en plein air”. Ancora qualche boccone di quel che capita, poi via, ancora in marcia, lungo un bel sentiero inondato di sole. Non so di preciso che ora sia e non ho idea dei cancelli orari; quel che è certo è che ho passato la metà della distanza, da un po’… E che sono a metà del dislivello complessivo. 6.200 m alle spalle, quindi solo più 5.800 davanti al naso. Che fortuna… Comincio ad avvertire la stanchezza, o forse l’avvertivo già prima, solo che adesso sono proprio costretta ad ammetterlo. A quanto ho potuto intendere dai commenti di alcuni corridori, il vero Tour d’Oisans è cominciato al ristoro del km 85: in effetti, il Col d’Aup Martin è stato la prima vera difficoltà della corsa. I primi 85 km, non fosse stato per la pioggia, il fango ed il freddo, sarebbero stati non dico una passeggiata, ma senz’altro sopportabili senza troppo dolore; niente passaggi tecnici, niente pendenze assassine. Coraggio, Gian: immagina adesso di dover partire per qualcosa di molto simile a Le Porte di Pietra. Stessa distanza, un terzo di dislivello in più. Hai già più di 100 km sulle gambe, ma questo è un dettaglio…

Il sentiero si avvia su pietraia, con pendenza molto dolce ma fondo decisamente poco comodo. Il sole va e viene, l’aria è tutt’altro che tiepida. Ho levato la giacca, per evitare una sudata in salita, ma di certo questo non è il mio clima ideale. Cammino a testa bassa su per il sentiero, quando mi trovo, a poca distanza, due pecore, una bianca e l’altra scura, che vanno nella mia stessa direzione. Impiego un po’ a mettere a fuoco la bruttissima ferita che affligge la zampa posteriore destra della pecora bianca: la povera bestia zoppica vistosamente ed è in difficoltà nel risalire tra le pietre; la pecora nera sembra quasi volerla assistere ed aiutare. Di lì a poco, entrambe si ricongiungono al gregge. La povera bestia ferita mi fa una pena immensa, così come mi fa tenerezza la scena che sembra quasi voler significare una forma di solidarietà tra i due animali. Anche se so benissimo che, spesso, gli umani tendono a leggere, nel comportamento animale, sentimenti ed intenzioni che sono lontani mille miglia dalla realtà. Proseguo con un velo di tristezza in più. Il vento rinforza man mano che il tracciato si eleva rispetto al pascolo; anche la pendenza si fa più severa. Di alberi, qui, nemmeno l’ombra, ormai da un bel po’, visto che al Rifugio eravamo ancora sopra quota 1.800 m ed abbiamo poi ripreso a salire. Il massiccio è sempre lì, sulla destra; non riesco ad individuarne esattamente i contorni e le vette, a cui non saprei dare un nome, ma più o meno è quello il blocco a cui dobbiamo girare intorno, con i suoi riflessi di ghiaccio al sole mattutino.

Tre colli in rapida successione, dice il road book: Col de la Valette, Col de Gouiran, Col de Vallonpierre, tutti intorno ai 2.600 m di quota. La pendenza della prima salita si fa man mano più severa. Mi accorgo che, tutto sommato, i miei colleghi di sventura non sono più freschi di me, anzi; nonostante io cerchi di frenare gli entusiasmi in salita, il mio passo è ancora il meno stanco. Si sale alla luce incerta di un sole spesso velato dal passaggio di nubi, con un vento freddo che soffia già ben prima di arrivare nei paraggi del colle. Passo dopo passo, brevi e misurati, scaricare tutto il peso possibile sui bastoncini, respiro profondo, per catturare più ossigeno possibile, una risorsa preziosa quassù. Il ginocchio destro ogni tanto protesta, ma tutto sommato non dà noia, per ora. I piedi sono in ottime condizioni, come sempre.

La discesa dal Col de la Vallette è corta ma cattiva; ripida, costringe a viaggiare lungo un sentierino minuscolo e con il precario sostegno di un fondo di sfasciumi. Ho la sensazione di scivolare da un attimo all’altro: lo so, lo vedo anch’io che un ruzzolone, su questo tipo di terreno, sarebbe probabilmente destinato a concludersi in breve spazio, perché le scaglie di pietra si accumulerebbero fino a fare da freno, ma non ho mai avuto molta fiducia nei principi della fisica. Sarà perché non li ho mai capiti, ergo non riesco a convincermi della loro bontà. In ogni caso, in questa circostanza non mi pare il caso di condurre apposito esperimento scientifico. Meglio scendere con i piedi di piombo, lanciando di tanto in tanto un’occhiata colma di desiderio al pianoro erboso poco più in basso: curioso, un prato così verde in mezzo ad un paesaggio quasi lunare. Si direbbe che non possa crescere un filo d’erba qui in mezzo, e invece…

La risalita al Col de Gouiran è quasi un pro forma. Approfittando del momento di requie, in cui riesco a camminare quasi decentemente, medito sul da farsi. Il prossimo punto vita, a La Chapelle en Valgaudemar, è al km 133. Occhio e croce, ci arriverò nel tardo pomeriggio. Dubbio amletico: mi fermo lì a dormire qualche ora, sacrificando però almeno due o tre ore di luce, oppure mi faccio una doccia veloce, mi cambio, mangio e riparto? Da una parte, il road book descrive gli ultimi cinquanta km come i più tecnici e, in qualche tratto, pericolosi, per cui sarebbe meglio sfruttare, per muoversi, tutta la luce possibile, perché ovviamente il buio complica immensamente le faccende, soprattutto per me che sono molto miope. D’altro canto, però, è inutile che io mi illuda; non sarei in grado di sopportare una seconda notte insonne. E stavolta il sonno arriverebbe molto prima rispetto alla notte scorsa; mi piomberebbe addosso subito dopo il tramonto. Dovrei fermarmi a dormire all’addiaccio, con gli abiti sudati addosso e senza alcuna protezione oltre al telo termico. Certo, il telo può salvare la vita in caso di emergenza… Ma non è esattamente come una coperta di lana. Finirei per non dormire, battere i denti e rischiare un malanno. E ripartire stanca, più rimbecillita del solito ed incapace di affrontare i tratti rischiosi con la necessaria lucidità.

Penso e ripenso, mentre dal Col de Gouiran, mi dirigo verso l’ultima risalita, il Col de Vallonpierre. Anche qui, sfasciumi su pendio ripido sia in salita che, soprattutto, in discesa. Nessuna pietà per le gambe, che, a questo punto, sono davvero stanche, senza dubbio. I muscoli sono irrigiditi, ben poco reattivi; la schiena è indolenzita. Lo zaino pesa sempre di più. 14 km ed oltre 1.200 m di dislivello in discesa: non ci devo pensare… Difficile tenere lontani la stanchezza e lo sconforto. Devo solo pensare che, sì, sarà lunga, ma a La Chapelle potrò prendermi un momento di pausa. Un momento o qualche ora? Non riesco a trarre una decisione. Prudenza o rischio? Ormai mi conosco, so bene come andrà a finire. Vincerà l’ansia di andare avanti: farò la doccia, quella sì, un po’ di pappa e via. E poi, stanotte, saranno guai. A meno che qualcosa non mi costringa a fermarmi. Quel “qualcosa” potrebbe essere la pioggia. Poco fa, qualche nuvola ha mostrato di voler dare battaglia al bel tempo: non più ciuffi e velature passeggeri, queste sembrano nuvole più serie. E pare proprio che intendano fermarsi, ed ingrandirsi. Non so cosa promettesse il meteo, per oggi. Ieri i “piovaschi sparsi” son diventati una pioggia diffusa e continua per ore… In fondo, le previsioni non sono poi così attendibili.

Al Refuge de Vallonpierre, quota 2.300 m circa, qualche corridore si ferma a riempire la borraccia e coglie l’occasione per una tregua. Non ci penso nemmeno, anche se le mie ossa chiedono misericordia. Farei prima ad elencare le parti che non mi fanno male. Ed ho freddo, e fame. Le mani intirizzite sui bastoncini, nemmeno più il conforto di un raggio di sole. Dal Rifugio, la discesa procede a tornantini; per me è un gran conforto. Si perde quota in fretta, senza l’angoscia degli interminabili tratti di sentiero dritto e molto ripido. La continua inversione di direzione rende la marcia un po’ più vivace. Ci si supera l’un l’altro, ma alla fine siamo sempre le stesse facce. Sempre un po’ più stanche, appiccicaticce, un po’ più pallide, segnate dalle occhiaie, con la ricrescita di barba un po’ più accentuata, per chi ne è provvisto… Ma sempre le stesse facce. Credo proprio che, a questo punto, l’agonismo, se c’era, sia stato accantonato. Negli occhi dei miei compagni di viaggio leggo solo desideri elementari, direi istintivi: cibo e sonno. Ma sono pochi, proprio rari, quelli che riescono ancora a costringere i garretti al volere della mente.

Man mano che scendo verso il fondovalle, metto a fuoco, in lontananza davanti a me, le sembianze di un paese. Sarà già La Chapelle? No, non è possibile. La carta di viaggio promette 6 km su asfalto, quindi è bene non farsi illusioni. Non ho alcuna difficoltà ad ammettere che, in questo momento, sono ben lieta di avere a disposizione un fondo così comodo su cui poggiare i piedi e le gambe provate dalla fatica. Sfido il più accanito sostenitore della natura a tutti i costi a pretendere, anche qui, la sostituzione dell’asfalto con un bel tratto di sentiero sconnesso. Ne approfitto per inviare qualche messaggio a chi so essere in pensiero per me, mammà in primis.

Si leva all’improvviso un vento freddo e sinistro, che porta l’odore umido della pioggia imminente. Inconfondibile, anche se non saprei come descriverlo. I tetti di La Chapelle potrebbero essere laggiù, proprio in fondo alla mia area di visuale. Un colpo di tuono spazza via ogni dubbio: un altro, ancora un altro e poi comincia a piovere. Uno scroscio violento, senza mezze misure. Indosso immediatamente la giacca impermeabile. Un moto di soddisfazione: no, non sono impazzita… E’ vero, fa un gran freddo che penetra nelle ossa, le mani intirizzite faticano a stringere i bastoncini. Però il mio dubbio amletico s’è risolto da solo. O meglio, l’ha risolto Giove Pluvio. L’unica decisione sensata, a questo punto, è raggiungere la base vita, farsi una doccia, cambiarsi, mangiare qualcosa e fermarsi a dormire, fino alla fine del temporale. Uscire di lì sotto la pioggia sarebbe una follia. Finirei per infradiciarmi appena prima di affrontare il freddo della notte, senza più alcuna possibilità di asciugarmi e cambiarmi. Questo è un temporale in piena regola; se tutto va come accade di solito, e come spero con tutto il cuore, l’acquazzone si esaurirà nel giro di qualche ora. Ne approfitterò per dormire.

Cammino sull’asfalto ormai da un bel po’; non c’è traccia di segnali. In questo tratto, secondo il road book, è necessario seguire le balise, perché siamo fuori dal GR54. Già, se ci fossero, le balise. E’ parecchio ormai che non ne vedo. Strabuzzo gli occhi, mi guardo avanti e indietro attraverso le lenti bagnate, per vedere se c’è traccia di vita umana e corsaiola: nulla, nessuno. Avrò mica sbagliato strada? Il dubbio che mi tormenta un metro sì e l’altro pure… Ma no, non ha senso. La valle è questa, la direzione è questa; bivi, non ne ho visti. In fondo, i punti critici non sono alle alte quote, sono qui, in basso, molte alternative spesso mal segnalate. Mi tranquillizzo solo quando, un po’ più avanti, scorgo una sagoma che ha tutta l’aria di essere quella di un collega. Infatti, è un corridore francese azzoppato: ecco perché lo raggiungo in fretta. Bene, mal che vada abbiamo sbagliato in due. Sotto la pioggia battente, mi accorgo quasi per caso delle frecce di vernice per terra, all’ingresso del paese di La Chapelle. Sospirone di sollievo, ci siamo.

Il punto di ristoro è stato allestito in un campeggio. Nell’edificio principale trovo qualcosa da mangiare, al solito, pasta, pane, pain d’epices, frutta secca, patatine, gelatine di frutta, salatini; il tempo di placare la fame più rabbiosa e mi organizzo per la pausa. Doccia, prima di tutto. Il locale docce del campeggio non è riscaldato, ma del resto non si può pretendere un trattamento da Grand Hotel. Certo che svestirsi ignudi così, già con i brividi addosso da ore, non è una passeggiata di piacere, ma s’ha da fare. Almeno l’acqua è calda. Me la prendo comoda, perché il getto tiepido lava via la zozzura ed anche la stanchezza; devo solo fare attenzione a non bagnare i capelli, perché impiegherebbero una vita ad asciugare. D’improvviso, il mio vizio di far la doccia con gli occhiali mi gioca un brutto scherzo, un minuto da brivido: una mossa brusca, gli occhiali volano per terra. Li raccolgo a tastoni, per scoprire, con un brivido sì ma stavolta di terrore, che si è levata una lente… Ok Gian, calma e sangue freddo. Per carità, non muovere un passo. Cerco a tastoni; scruto con l’altro occhio al di sotto del separatore delle cabine, casomai fosse schizzata di là… Se così fosse, per recuperarla dovrei far passare la mano e guadagnerei come minimo una denuncia per molestie sessuali! Per fortuna, il preziosissimo fondo di bottiglia è proprio vicino al mio piede e, per doppia fortuna, torna al suo posto nella montatura, senza troppa difficoltà. Cavoli, son riuscita a sudare sotto la doccia, per il terrore… Se mai avessi perso quella lente, addio gara!

Mentre faccio acrobazie fisiche, ma soprattutto mentali, per ricomporre lo zaino e me stessa con un angolino di spazio di appoggio, senza perdere nulla e senza dimenticare qualcosa di essenziale, un corridore francese si aggira per il locale con aria preoccupatissima. Comprendo che il suo problema sia l’igiene, che non si può dire regni qua dentro. Mi guarda i piedi ancora nudi: “Ma… Non hai le ciabatte! Come hai fatto a fare la doccia?”. Elementare Watson… A piedi nudi! Vedrai che il pavimento non brucia, vai sereno! Mi vien da ridere… Questo non è uno sport per principini sul pisello! Grufoliamo nel fango da ieri mattina, che sarà mai una doccia non proprio asettica. Sarà che ho un buon sistema immunitario, sarà che non sono per natura schizzinosa, ma non mi sono formalizzata più di tanto. Pulita e quasi profumata, torno al punto di ristoro: pochi passi all’aperto, sotto la pioggia scrosciante, e restituisco la borsa. Dopodiché mi attende una brandina sotto il gazebo bianco. Le “pareti”, se così so possono definire, del gazebo non proteggono granché dal vento; spifferi ovunque e, per difendersi, una coperta di lana. Zitta Gian, taci, non ti lamentare. Tu lo stai facendo per gioco e per poche ore. C’è stata, c’è, ci sarà gente che in queste condizioni, ed anche peggio, dorme per tutta la notte, per tante notti. Erano quasi le cinque quando sono arrivata qui a La Chapelle; ora sono le sei. Punto la sveglia alle sette e un quarto. Il rumore della pioggia che picchia sulla plastica mi accompagna mentre scivolo nel sonno.

Mi sveglio più volte a metà, per il freddo. L’atmosfera sotto la tenda è irreale; si sentono respiri più o meno profondi, qualche sospiro, il fruscio delle coperte. Brividi, ma prevale il sonno. Quando suona la sveglia, apro un occhio ed un orecchio. Piove ancora. Al diavolo, Gian: fatti un’altra ora di sonno, non potrà che farti bene. Sposto avanti la sveglia e ripiombo tra le braccia di Morfeo. Non avrei potuto chiedere di meglio: un’ora dopo, la pioggia è cessata. Riparto, giusto in tempo per incontrare Franco e Sergio che piombano nel gazebo per andare a loro volta a nanna.

Mi avvio lungo una strada sterrata che, in cinque lunghi km quasi piatti lungo il corso del torrente, mi condurrà al paese di Villard – Loubière, all’attacco della prossima salita. Cinque km lunghi e noiosi, ma in fondo ho tempo di scaldar le gambe e buttare giù quel che ho mangiato al ristoro, senza soffrire troppo. Mi accorgo subito, con sollievo, che quel senso di gambe rigide e pesanti con cui sono giunta a La Chapelle sembra scomparso; di conseguenza, l’umore è alle stelle. Anche perché qualche stella si vede davvero. Pare che la notte sia destinata ad essere asciutta. Un problema in meno, visto che ce ne saranno ben altri. La parte conculsiva della salita è descritta come “molto ripida e tecnica”, e sarà buio. Amen: ormai sono qui, indietro non si torna. Davanti a me, con poco vantaggio, due corridori francesi che seguo a distanza di sicurezza. Nel frattempo, tanto per impegnare le mani e la mente, provo ad accendere il GPS, che finora è rimasto un peso morto nella tasca della maglia. Acceso, ok. Prende i satelliti, ok. Cerchiamo la rotta che corrisponde a questo tratto. Ok, trovata, l’avvio. Compare un messaggio di errore, qualcosa del tipo “nei tratti su strada si possono usare al massimo 50 punti”. Eh? Chevvordì? 50 punti di cosa? Punti di sutura, quelli di cui l’infernale aggeggio potrebbe aver bisogno tra poco… Provo a confermare, ma il GPS mi butta fuori dalla schermata. Provo a rientrare, ecco dinuovo il monito dei 50 punti. Insomma, non avrò il piacere di vedere questa benedetta rotta. Avverto l’impulso irresistibile di catapultare l’odioso oggetto tra i flutti del torrente: all’ultimo istante mi ricordo che non posso, non è mio… Lo spengo, lo rimetto in tasca, torno a camminare in compagnia dei miei pensieri. Ogni tanto alzo lo sguardo verso sinistra, in alto. La strada continua, sempre uguale a se stessa, in mezzo alla vegetazione, larga e comoda.

A Villard-Loubière raggiungo i due francesi un po’ titubanti sul da farsi, armati anche loro di GPS. Non è il caso: un bel cartello lungo la via principale indica il sentiero per il Refuge des Souffles. Lo imbocchiamo, lasciandoci alle spalle il piccolo abitato immobile e deserto, dove l’unico rumore è lo scorrere dell’acqua nella fontana di pietra. In testa uno dei due francesi, il più robusto, poi tocca a me ed infine al collega più giovane e magrolino, che per fortuna parla un buon inglese. A dire la verità, non è che ci sia molto fiato per chiacchierare. Abbiamo mille metri di dislivello sopra la testa, e solo per arrivare al rifugio. Il capofila ha un’andatura molto regolare ed una velocità che riesco a seguire senza sforzo; una volta tanto, m’impongo di starmene buona buona dietro. Se tentassi di passare avanti, finirei per forzare troppo, già solo per l’ansia di avere due compagni di viaggio e non volerli rallentare. Va bene così. Al rifugio, mi resteranno meno di 40 km a fine gara, anche se saranno 40 km molto impegnativi, con quasi 4.000 m di dislivello ancora da salire.

L’ascesa è tranquilla, regolare, tutta a tornanti in mezzo al bosco. Osserviamo in silenzio le luci immobili del fondovalle e quelle in lento movimento dei colleghi che ci seguono, molto più in basso. Respiro regolare, gambe ancora in buono stato, niente sonno, per ora. Tornante dopo tornante, ad un certo punto la vegetazione ad alto fusto si dirada, fino a sparire. Siamo nei pressi di quota 2.000, allora. Infatti, di lì a poco, spuntano le luci del rifugio, una cinquantina di metri più in alto del sentiero. Il capofila, inaspettatamente, si ferma: vuole andar su a dormire qualche ora. In effetti, sbadigliava già da un po’. Il compare più giovane ed io, invece, proseguiamo; questa volta l’apripista sono io. Sono un po’ preoccupata: il mio compagno di viaggio mi sembra molto più scattante di me. Lo avviso: quando vuoi passare, vai pure… Sulla montagna, in alto, si vedono adesso altre lucine di gente già in dirittura d’arrivo al Col de Vaurze, quota 2.500. In teoria, a noi mancherebbero ancora 500 m di dislivello. Ma l’ipotesi più facile e gradita non è mai quella che si verifica davvero. Dal rifugio, il sentiero prende a salire e scendere a lungo, con salti di parecchie decine di metri in su ed in giù; a sinistra, un pendio di cui è meglio non sperimentare la pendenza. Ad ogni tratto di discesa, mi illudo che sia l’ultimo, e invece no, si scende, si risale, si scende ancora. E si attraversano parecchi torrenti. Dell’acqua si sente il frastuono assordante, ben prima di vederla; è inquietante perché, al buio, quel che si percepisce è un rombo in stile “cascate del Niagara”… Ce la farò a passare di là?

Finalmente, il sentiero torna a puntare verso l’alto. Soffia un vento sempre più intenso e gelido, da brividi, ma non ho voglia di interrompere il ritmo per vestirmi. Ancora avanti, alla luce della mia bella frontale; al di fuori del cono di luce, tutto il resto è un’enorme chiazza nera. Ci imbattiamo, il collega ed io, in un gruppo di corridori fermi davanti ad una paretina: e mo’? Il mio compagno di viaggio studia il GPS, quelli studiano le carte. Io provo ad arrampicarmi, con la mia proverbiale leggiadria degna di un’incudine: beh, in un modo o nell’altro, arrivo a capire che la via à giusta, bisogna solo passar sopra alla grossa roccia. Agili come ragni, i tre mi superano e schizzano via, ma non lascio loro troppo terreno, almeno finché siamo in salita. I tornantini si restringono, il vento rinforza. Quota 2.500 m, siamo sul colle.

Con le mani intirizzite nonostante i guanti lunghi, attacco subito la ripida discesa, anch’essa a tornantini stretti. Giù in fondo, oltre 1.200 m più in basso, scorgo le luci di un abitato: passeremo di lì? Non posso distrarmi, pena un ruzzolone. Il sentiero diventa poi un falsopiano, lungo e ben poco definito: le tacche rosse e bianche, già dispensate non certo con generosità, ad un certo punto spariscono del tutto; il compare francese ed io ci ritroviamo a seguire una traccia di sentiero appena accennata, di cui non siamo affatto certi. Il GPS del francese non sa bene che pesci pigliare; in compenso, la carta, per quel poco che riesco a capire, mostra un lungo tratto parallelo alle curve di livello e con il fiume principale a sinistra. Mi guardo intorno; in effetti, i fatti coincidono. Il vallone è uno solo, quindi credo ci sia un’unica possibile destinazione per questa discesa. Sono molto titubante, mi fido ben poco di me stessa e delle mie intuizioni, ma del resto non ho scelta. Per quanto mi guardi intorno, non vedo altro che buio. Procediamo, il collega ed io, con il conforto di alcune luci e voci che ci seguono. Saranno convinti, loro, della bontà dell’itinerario, o ci stanno seguendo per effetto pecora?

Dopo un interminabile tratto di falsopiano, il sentiero prende a scendere a ripidi tornanti. Compaiono tacche gialle: ok, non saranno quelle bianche e rosse del GR54, ma almeno significa che da qualche parte si va. Il mio compare, dapprima sempre avanti in discesa, perde qualche colpo; sui tratti più ripidi, tende a restare indietro. Io prendo forse qualche rischio di troppo per le caviglie, viste le mie scarse doti di discesista, ma ho troppa ansia di raggiungere le luci del paese, che sembrano ormai vicine, e capire se sono sulla retta via oppure no. Sbagliare strada, qui, adesso, sarebbe un dramma. Il ronzio di un generatore e le luci di un gazebo mi rincuorano: ci siamo, è il punto di ristoro di Le Désert. Tra l’altro, ho una fame abominevole. La Coca Cola è fredda come se fosse stata in frigo; ne bevo la solita quantità vergognosa, anche se i brividi li ho già di mio. Col cibo, purtroppo, siamo alle solite: qui davvero non c’è altro che cioccolato, prosciutto e salame. Faccio due conti: ho altri mille metri di dislivello sopra la testa, prima di arrivare al successivo ristoro, nonché base vita, di Valsenestre. Se vado avanti a cioccolato e Coca, non ce la faccio. Mi rassegno a violare la mia regola: tra il prosciutto ed il salame, l’argomento meno spiacevole è ancora il primo… Mangio due fette arrotolate di prosciutto cotto e riparto, galvanizzata dal fatto che i volontari del ristoro annunciano le ottime previsioni meteo per la giornata. Si sale lungo un tratto di strada sterrata ripida. Il mio compare francese, che si era appena seduto, schizza via per raggiungermi; idem, quando mi fermo un attimo per una sosta tecnica, si ferma ad attendermi, poco più avanti. Vero, io sono proprio un orso incallito: infatti mi guardo bene dal dire alcunché, ma la cosa mi dà un po’ fastidio. Va bene trovarsi per caso e condividere qualche tratto di gara, ma preferisco, in linea di massima, viaggiare da sola, indipendente.

La salita è davvero crudele, dritta e ripidissima nella parte iniziale. Tanto meglio: almeno il dislivello si brucia in fretta. Sento le voci di chi mi precede, sempre più o meno alla stessa distanza. Mi piomba addosso, improvviso ed irrefrenabile, il sonno: nonostante la fatica della salita e lo sforzo di tener gli occhi aperti e la mente desta, non c’è nulla da fare, il sonno arriva con il suo carico di allucinazioni e sbandamenti vari. Resisto per un po’, ma, quando l’ascesa ripida lascia il posto ad un sentiero un po’ più umano, a tornanti, per me è il crollo. Nonostante il freddo pungente ed il dispiacere, devo fermarmi, almeno qualche istante. Il mio collega procede, mentre io mi accascio su una pietra: i soliti pochi minuti di sonno, forse anche meno, poi via, in piedi per non ibernare. Ancora un po’ di marcia, ancora una sosta, ancora qualche minuto di sonno brevissimo e profondo. Mi riscuotono le voci di tre inseguitori: schizzo in piedi, riparto di gran carriera. Nel frattempo il cielo comincia a cambiar colore, e lo cambia in fretta, in una mattina che s’annuncia limpidissima e gelida. Uno spettacolo impareggiabile: il cielo che pian piano diventa azzurro, striato di rosa, le montagne che prendono fuoco e, sotto, il fondovalle occultato da una morbidissima coltre di nuvole, quel che si vedrebbe dal finestrino viaggiando in aereo. Troppo entusiasmo mi fa sbagliare strada: non mi accorgo di un bivio, pure evidente, e tiro dritto lungo una traccia di sentiero appena accennata, ma invasa dall’erba, tanto che è sempre più difficile camminare. Mi rendo conto dopo qualche centinaio di metri di essere sulla rotta sbagliata; mi fermo, strabuzzo gli occhi: percepisco un movimento, parecchio più in alto e soprattutto più a sinistra rispetto alla mia posizione. Ecco, stà a vedere che ho mancato un tornante. Ma non mi va proprio di tornare indietro. Un centinaio di metri sopra di me, intuisco la traccia di un sentiero parallelo a quello su cui mi trovo; con ansia e rabbia, attacco il prato per risalire direttamente, in mezzo all’erba. L’affanno nasconde la fatica, ma i piedi, errore fatale, si inzuppano: vero che le scarpe in Goretex proteggono dall’acqua, ma nulla possono, se a bagnarsi sono le calze, che ovviamente dalla parte superiore portano l’acqua giù fino al piede. Raggiungo, tra un improperio e l’altro, il sentierino parallelo e torno nella direzione del Col de Cote Belle, che di qui si vede senza possibilità di errore; lo percorro verso sinistra e mi riporto sulla traccia principale, quella giusta. Sotto di me, il gruppo che mi ha svegliata poc’anzi è fermo a scattare fotografie. Li tengo d’occhio, mi seguono: bene, allora stavolta dovrei essere nel giusto. Alla peggio, sbagliamo in quattro, mal comune, mezzo gaudio.

Dal colle, si gode un bellissimo spettacolo sull’alba; è forte il contrasto tra i colori della montagna già illuminata dal sole ed il grigio netto delle parti ancora in ombra. Giù a perdifiato, per quanto possibile; il sentiero è facile, scende a tornanti mai troppo ripidi. Si passa in una zona dove le rocce sembrano lame scure piombate dal cielo e conficcate nel terreno; un ambiente quasi minaccioso, lugubre. A toccarla, questa pietra si sfalda in foglietti sottilissimi, neri. Anche qui, ben presto mi assale il dubbio: sarò sulla strada buona? Non c’è alcuna traccia di tacche segnaletiche. Il sentiero, è vero, è unico; non ricordo di aver visto bivi. Ma è anche vero che la mia distrazione e la mia vista da talpa sono proverbiali. Come se non bastasse, non mi sorpassa nessuno: eppure gli inseguitori, in salita, erano tanto vicini… Che posso fare? Nient’altro che andar giù, ormai. Soffrendo molto, perché ho i piedi zuppi e congelati. Che idiota sono stata. Brividi dagli alluci alle orecchie…

Mi si allarga il cuore quando vedo, davanti a me, il collega francese con cui ho diviso un po’ di strada. E’ evidente che ha qualche difficoltà, cammina come se fosse in equilibrio sulle uova. Solidarietà tra atleti vorrebbe che adesso fossi io ad aspettarlo… Ma non ce la posso proprio fare, è più forte di me. Io ormai vedo la fine. Ammazzo il senso di colpa con una randellata, saluto e passo oltre, fino a raggiungere il tratto di strada sterrata che, in un paio di km e con blanda pendenza, mi porta giù a Valsenestre. Arrivo al ristoro con un sorriso da un orecchio all’altro ed il morale alle stelle, manco fossi candidata alla vittoria. Qui la tavola è un po’ più ricca; mangio un piatto di pasta ed uno di zuppa, gelatine di frutta, frutta secca, cioccolato, l’immancabile Coca Cola, il tutto nel giro di pochi minuti. Il locale del ristoro, come e più dei precedenti, sembra un girone infernale. Anime, ma soprattutto corpi sofferenti spalmati sulle panche; sguardi spenti ed allucinati. Schizzo via, sotto un bel sole. Ripercorro in salita un buon tratto della strada sterrata seguita in discesa, alla ricerca del bivio per il Col de la Muzelle, penultima asperità della giornata, ma ultima vera difficoltà tecnica, almeno sulla carta. Incrocio alcuni colleghi che stanno arrivando al ristoro, compreso il francese azzoppato, dall’aria triste e sofferente. Poi imbocco il bivio a sinistra. La salita inizia blanda, in compagnia di alcuni turisti che si scansano prontissimi al mio arrivo; inseguo un altro concorrente che ha un centinaio di metri di vantaggio su di me, tutto vestito di nero, maniche e pantaloni lunghi. Un gran bel tipo, a quanto posso meglio osservare quando lo raggiungo. Anzi: il mio inconscio, per far sì che io possa guardarlo meglio, mi fa sbagliare sentiero poco dopo che l’ho superato… Poco male, me ne accorgo in fretta; un angolo retto, attraverso il prato e torno sulla retta via, incollata al posteriore del bel rivale. Ci supera un altro concorrente che va su come una saetta: ma… Come osi, marrano? Aspetta che ti aggiusto io… Sull’onda dell’entusiasmo, mi lancio all’inseguimento. Purtroppo mi frega il terreno, sempre più accidentato, proprio come promesso. Il nemico salta come un camoscio tra le pietre, lì dove io mi inciampo di continuo; niente da fare, la pietraia non fa proprio per me. Però non gli concedo di darmi un gran distacco. Il colle si vede proprio a piombo sopra la mia testa, una fessura in mezzo a rocce aspre, scure, spigolose; il sentiero si arrampica molto ripido, ma tutto sommato non così ostico come è stato annunciato. Non è certo questa la difficoltà peggiore della corsa. Il bel francese segue a ruota; io guardo in giù, lui in su, ma questa volta è solo puro agonismo, da consumare nelle poche decine di metri che ci separano dal colle. Il velocista mi ha preceduta di poco allo scollinamento, ma in discesa crea subito un abisso; ovviamente non lo rivedrò più. Il corridore bello, invece, usa un po’ più di misericordia e per un po’ rimane dietro, a distanza. Col de La Muzelle, quota 2.600 e rotti metri. Da qui sì, finalmente si vede la meta, Les Deux Alpes. Peccato che sia sul versante opposto della valle, e che in mezzo ci sia una voragine… La discesa, per fortuna, si presenta abbastanza semplice; pietrosa, ok, ma basta andare con cautela. E poi è l’ultima. Già, una delle note positivissime di questa corsa è il fatto che l’arrivo sia in salita. L’itinerario taglia un’ampia bellissima valle molto verde: il guaio è che tocca superare anche due ampi nevai. Il francese bello mi sorpassa ed attacca baldanzoso il primo: il guaio è che, pochi metri dopo, lo vedo ruotare le braccia a mo’ di elicottero mentre scivola senza controllo e lotta per restare in piedi. Si ferma, si guarda intorno titubante, riprende la marcia con molta circospezione. Per quanto possibile, io cerco di circumnavigare il nevaio passando sulla pietraia, sui bordi; allungo, è vero, ma ho troppa paura della neve su quella pendenza. In alcuni tratti, però, mi devo rassegnare, e allora scendo conficcando i bastoncini come freno e piantando il piede di lato, per fare più aderenza. Guardo con orrore alcuni crepacci: vero, son piccoli, ma più che sufficienti a fracassarti qualche osso se ci arrivi dentro in scivolata. Dai, Gian, finirà anche questa… E finisce, infatti, in vista di un bell’alpeggio e di un lago. Le tacche bianche e rosse qui danno sicurezza al mio viaggio. Pecore, asini, mucche ed alcuni splendidi pastori maremmani a guardia: attraverso il loro territorio in leggera risalita. Uno dei cagnoni, stravaccato al sole, alza giusto il testone per lanciarmi un abbaio; poi, soddisfatto, ripiomba nel sonno profondo. Si torna a scendere, raggiungendo il bosco. Ma ben presto l’allegria è intaccata dalla stanchezza: 1.700 m di discesa filata, fino ai 900 di Le Bourg d’Arud, stroncherebbero anche uno stambecco. Figuriamoci la sottoscritta, che tra l’altro odia la discesa. Il ginocchio destro, che ha brontolato un po’ per tutto il corso di gara, qui arriva ad ululare; i piedi fanno un gran male nella parte appena sotto le dita e di fianco al “mignolo” ed urlano ad ogni colpo di troppo contro le pietre. La schiena duole, la testa pure, la fame si fa sentire… E la discesa non finisce mai, mai. Il sentiero, nella parte più bassa, è frequentato da molti escursionisti, alcuni dall’aspetto non esattamente atletico: ciò mi fa ben sperare di essere vicina al fondovalle… La nota lieta è la splendida, imponente cascata che accompagna il sentiero, con un frastuono assordante. Discesa e ancora discesa, pietre, terra sabbiosa, dolore; non ne posso più, ma dove diavolo è la fine?

Una bella mamma bionda, che sale con due bambini, mi annuncia la lieta novella: basta discesa… Io quasi non ci credo, quando poggio le suole sull’asfalto. Un paio di km attraverso il paese, il ponte, in direzione della stazione della cabinovia: qui, per la prima volta dall’inizio della corsa, trovo il conforto di quel bel sole bollente che ti scioglie lì sul posto. Dovrei correre, ma non ne ho più le forze; un po’ di mal di testa, tanta debolezza, dopo quell’eterna maledettissima discesa che mi ha letteralmente consumata. Calma Gian, niente cavolate, non ora che è quasi finita. Alzo il naso in su: l’obiettivo finale è là, 850 m di dislivello più in alto. E’ passata l’una da poco. Mi infilo nel locale destinato al ristoro, dove una gentilissima e bella volontaria mi ricopre del suo sincero entusiasmo e di tanti complimenti. Con me, due corridori credo spagnoli, che si abbattono sulle sedie, decisi ad approfittare comodamente del pasto. Io mangio qualcosa alla veloce, il solito cioccolato, la solita frutta secca, poi via, ancora fuori… E’ l’ultima. Incredibile, ma è davvero l’ultima. Cinque km ed è finita. La salita segue fedelmente il tracciato della cabinovia, salvo la parte iniziale che attraversa la parte alta e caratteristica di Le Bourg d’Arud. Turisti seduti a tavola ai bar, ciclisti in bici da corsa o mountain bike, famigliole a spasso con i cani. Devo avere davvero un’espressione stravolta, a giudicare dagli sguardi preoccupati ed interrogativi di molti di loro. In effetti sono stanca, lo devo ammettere. E’ solo la volontà che adesso mi porta su. Va un po’ meglio quando il sentiero prende a salire regolare, a tornanti, proprio sotto le cabine della teleferica. Ogni poche curve, una palina numerata, con numerazione decrescente, ogni palina un po’ di entusiasmo in più. La pendenza è forte, ma questa volta graditissima, perché adesso conta solo più una cosa, arrivare e basta. Nella mia testa ormai surriscaldata si inseguono i numeri: arrivo prima delle tre di pomeriggio… Quando avevo previsto, nella migliore delle ipotesi, di concludere la prova domani mattina! Meno di 55 ore… Alzo la testa di tanto in tanto; la stazione della teleferica è sempre più vicina. Fatico, un passo dopo l’altro, sempre più appesa ai bastoncini, ma Gian, è fatta… Un sonoro “Brava Giancarla!” mi fa ripiombare alla realtà: è Morgana, la compagna di Franco, appostata in sua attesa. Scambiano qualche parola, ma non mi fermo; solo più avanti mi rendo conto della poca educazione che ho dimostrato. Ma ormai la voglia di arrivare è davvero troppa. Poco dopo, raggiungo la ringhiera della balconata della stazione; 850 m di salto superati in un attimo o quasi… Insomma, un attimo, questa è la sensazione. Un volontario mi ricopre di complimenti e mi indica la strada per l’arrivo, segnata dalle frecce a terra. Non è ancora finita, ovviamente; la mente crudele degli organizzatori obbliga il corridore, tapino e sfinito,ad un lungo itinerario che circumnaviga Les Deux Alpes, tra decine di turisti in sella alle bici da downhill o appollaiati sui monopattini. Non manca lo spettacolo delle piste per le acrobazie con bici simili a MTB o, appunto, con i pattini o monopattini; incredibile come questa gente non si sfracelli al suolo ad ogni salto… Completa il quadro nientemeno che una pista di bob con le ruote, una sorta di bob estivo: qualcosa che davvero non avevo mai visto. Cammino ormai a passo stanco, provo a correre ma senza successo. Fendo la folla di turisti, famigliole, marmocchi, cani, e dopo una freccia ce n’è ancora un’altra, e un’altra… Rassegnata a camminare ancora per chissà quanto, mi ritrovo all’improvviso davanti l’arco d’arrivo. Fine di gara davvero spartana, pochissimi tifosi, poche cerimonie ed il gilet di “finisher”, ma una gioia immensa di cui ancora fatico a rendermi conto. Saprò poi di essere 65° classificata su 169 arrivati e ben oltre 200 partenti… Neanche male!

L’efficienza dell’organizzazione di questa prova, ristori a parte, si conferma anche nel trasporto dei sacchi che avevo consegnato alle due basi vita: li ritrovo nella “Salle Amphibia” poco dopo la doccia. La mia fame è tale che sbrano i due pezzi di focaccia avanzati in auto più di due giorni fa, senza preoccuparmi di verificarne lo stato di decomposizione; anzi, li trovo anche buoni. Salto subito in auto, ma non arrivo alla fine della discesa di Les Deux Alpes; mi fermo prima, su una piazzola, e mi addormento per un paio d’ore. Riparto ormai verso sera, appena un po’ meno assonnata: mi fermo ancora una volta sul Colle del Lautaret… Per scendere e rimediare all’ennesima follia. Solo ora mi sono accorta che sto viaggiando da quaranta km con il portellone del bagagliaio sollevato!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!