23 e 24 giugno 2018: GRANFONDO GAVIA E MORTIROLO SENZA BICI

Qualcuno dice che siamo fatti l’uno per l’altra. In effetti potrebbe essere vero, almeno per alcuni aspetti. Io ho trascorso buona parte degli anni migliori della mia vita, e credo trascorrerò buona parte dei peggiori, seduta sul sacro trono di ceramica, dall’alto del quale ho potuto osservare l’evoluzione della tecnologia passando dalla lettura di Topolino agli aggiornamenti di Facebook sul cellulare; sono sempre stata una persona molto produttiva, soprattutto grazie al mio apparato digerente. Quindi, per la legge della compensazione, è quasi naturale che Ivano, poco dopo il suono della sveglia, assiso sullo stesso sacro trono da un momento già insolitamente lungo, annunci con voce funerea: “Ho un problema… Un blocco intestinale”. Bene, anzi benissimo: ottimo inizio di giornata per uno che ha in programma di stare in sella una trentina di ore. Abbozzo una risposta neutra, onde evitare di mostrare la mia preoccupazione e peggiorare la sua… Ma so che, quando si mostra preoccupato, allora è davvero molto preoccupato.

Il periodo della vita in cui ho lavorato come amministratore di condominio ha lasciato su di me un segno talmente profondo che la prima cosa che mi riemerge in mente, in questo momento, è il numero di emergenza della ditta degli spurghi. Quella a cui mi rivolgevo di consueto quando qualche stabile aveva problemi di alluvioni da acque nere, putride, insomma era nel guano fino al sottotetto. Ma forse è un sistema un po’ drastico… E poi non credo che quella ditta operi nella zona di Aprica. Dal bagno giungono lamenti che spezzano il cuore, ma non smuovono l’intestino. Non so proprio cosa fare, cioè sì, saprei anche cosa fare, ma ho sempre avuto il terrore anche solo delle supposte che Madre mi, ehm, somministrava con sadismo alla comparsa di qualsiasi sintomo di malattia da bambina: non ci posso neanche pensare.

“Va bè, senti, io faccio che andare a mangiare colazione”. Confido nel fatto che Ivano, essendo infermiere, sappia cavarsela, magari più agevolmente con un po’ di privacy, e lo abbandono al suo destino intestinale, dedicandomi con amore e perizia ad un abbondante piatto di spaghetti al pomodoro, accompagnati da caffè lungo. In fondo, un po’ se lo merita, questo guaio. E’ la giusta punizione per avermi inflitto, ieri in auto, l’ascolto dell’opera omnia di Cochi e Renato. Purtroppo, causa infinite code nei dintorni di Milano, c’è stato il tempo per subire buona parte dello sciagurato CD, che, io lo so, mi tornerà in mente mio malgrado per tutti i prossimi 170 km di corsa.

Ottimismo premiato, comunque: trascorsa una decina di minuti, ecco i passi di Ivano, che con azione di forza ed anche di notevole coraggio ha risolutamente affrontato e superato, anzi stappato, l’ostacolo. Speriamo bene.

Per il buon Ivano è già il secondo dramma, dopo il primo, ben più grave, del furto della sua bicicletta da viaggio la scorsa settimana. La bici ormai egregiamente attrezzata e collaudata per i viaggi con bagaglio e luci per la notte, sparita nel nulla. L’ha presa con ammirevole filosofia: al suo posto credo che avrei accusato un durissimo colpo. Il tapino ha dovuto, nel giro di pochi giorni, sistemare una seconda bici, ma non s’è dato per vinto, anzi.

Appuntamento ad Aprica, all’area Expo, verso le nove. Da qui, domani mattina, partirà la Granfondo ciclistica Gavia e Mortirolo: 170 km, un po’ più di 4.000 m di dislivello e tre colli, Gavia, Mortirolo e Santa Cristina, per il percorso lungo. Accanto ad esso, altre due proposte di percorsi: il medio, con Gavia e Mortirolo, ed il corto, con la salita al Mortirolo da Monno ed il Passo Santa Cristina. I percorsi lungo e corto prevedono un passaggio intermedio ad Aprica, cioè nello stesso paese da cui si parte, prima dell’anello finale del Passo Santa Cristina. Ed a me, ovviamente, interessa il lungo. Io parto stamattina, quindi un giorno prima, però non in bici. A piedi, di corsa. Ivano invece parte a in bici, con le borse stracariche di ogni mercanzia, vestiario ed alimentari per 170 km di viaggio.

L’organizzazione della Granfondo Gavia e Mortirolo, il GS Alpi ed in particolare il suo Presidente Vittorio Mevio, sono al corrente della mia idea: so che hanno intenzione di darmi un trasmettitore GPS che rileverà la mia posizione in ogni momento della corsa. Quello che davvero non mi aspettavo è la festa preparata in pompa magna per la mia partenza: fotografi, un’intervista, nientemeno che il Sindaco e l’Assessore allo Sport del Comune di Aprica, che evidentemente in fatto di sport è anni luce avanti rispetto a troppi altri comuni. Se già ero in ansia per l’esito della mia prova, che sulla carta non è uno scherzo e nella realtà lo sarà ancor meno, ora mi sento doppiamente in ansia. Indosso la maglia ufficiale della Granfondo ciclistica ed ho nientemeno che un numero di pettorale: il numero UNO! Il GS Alpi ha davvero fatto le cose in grande. Del resto, l’idea di percorrere a piedi una prova che già in bici è abbastanza distruttiva ha suscitato una certa curiosità ed anche, nelle menti più lungimiranti, l’idea che, in futuro, i corridori possano essere più di uno, non più allo sbaraglio ma come parte di una manifestazione organizzata. Per adesso ci sono solo io. Anzi, non mi stancherò mai di dirlo, ci siamo noi, perché a compiere questo genere di imprese siamo in due: c’è Ivano oltre a me. Programmare una corsa così lunga, in autonomia, senza una scorta, sarebbe pressoché impossibile, almeno per me. Programmarla con una scorta che non sia lui sarebbe molto, molto difficile.

Ad Aprica splende un sole limpidissimo questa mattina. In maniche corte fa quasi freddo. Le foto, l’intervista: credo di essere uno degli animali meno adatti a star davanti ad una telecamera, soprattutto se senza occhiali, controluce e con i capelli pettinati come mio solito in stile “due dita nella presa di corrente”. Mi torna in mente il rimprovero di Madre: “Parli troppo in fretta, ti mangi le parole”. Se aggiungiamo il fatto che ho la “erre” moscia, non si capirà un accidente di quel che dirò. E forse è meglio così. Poi ci trasferiamo tutti, Ivano, fotografi ed io, nella piazzetta, in mezzo agli stand delle varie marche di prodotti da bici: Vittorio, già pronto e scattante il giorno prima della gara vera, mi consegna l’aggeggio elettronico che dovrò tenere in tasca. Ancora qualche foto con lo striscione di Aprica, un po’ di coccole ad un Golden Retriever di passaggio, il conto alla rovescia e poi… Via, si parte.

Ivano mi segue solo per la passerella iniziale. Poi devia subito verso l’auto, che intende spostare e portare sulla vetta del Mortirolo. Idea strategica: in cima alla famigerata salita arriverò nella notte, immagino tra le due e le tre; mi farà molto comodo avere un punto di appoggio per sedermi e cambiarmi al riparo. Anche perché lassù, a notte fonda, farà parecchio freddo. Quindi, ora a me tocca affrontare una ventina di km in solitaria, mentre il compare, parcheggiata la vettura sul colle, scenderà dal lato di Monno in bici e mi attenderà all’incrocio con la strada che da Edolo sale a Ponte di Legno. A me non resta che correre. Ho con me il marsupio in cui ho piazzato il telefono, il rilevatore GPS, un paio di barrette, una banana e gli immancabili fazzolettini. E, in mano, la bottiglietta con la praticissima maniglia di gomma.

I primi quindici km, poco meno, sono in discesa: l’ideale per rompere il fiato e scaldare le gambe, se non fosse che si viaggia su una strada molto tortuosa e stretta, con un discreto traffico. Condizione tutt’altro che rilassante: ogni volta che sento il rumore di un motore alle mie spalle, spero che il pilota sia cauto ed attento, anche perché il sole è proprio di fronte e fa una luce abbacinante in questa limpidissima mattina. Restare abbagliati è un attimo; non vedere che a bordo strada c’è una persona non è nemmeno così improbabile. In teoria, dovrei correre sul lato sinistro della strada, ma sarebbe anche peggio, perché è il lato della parete con una sequenza di curve oltre le quali un’auto che sale non può proprio accorgersi di un pedone. Insomma, devo sbrigarmi e confidare nella buona sorte.

A Corteno Golgi passo al di fuori della galleria, lungo un tratto che potrebbe essere una bella pista ciclabile se, al momento di rientrare sulla strada principale oltre il tunnel, non fosse di fatto sbarrata. Chiedo permesso ad un’anziana madama con due gigli in mano: mi guarda come se avesse visto il demonio in persona. A Cortenedolo, due madame intente in un fitto chiacchiericcio si interrompono e mi salutano con entusiasmo: “Tu sei quella che fa la corsa a piedi, ti ho vista su Facebook!”. Incredibile il lavoro di pubblicità del GS Alpi, se persino la signora conosce il motivo per cui io sto passando di corsa.

Man mano che perdo quota, la temperatura sale un po’, ma sempre mitigata da un leggero vento. Tra una curva e l’altra, si arriva nei paraggi di Edolo, finalmente: non che si andasse male in discesa, per carità, ma in effetti questo primo tratto era pericoloso. Edolo è un insospettabile nodo caotico di auto e gente a piedi, tra cui sguscio in fretta, per la mia solita insofferenza alla presenza umana. Da qui, oltre la galleria, cambia la musica. Fino a Ponte di Legno si sale: venti km, più o meno, da quota 700 a quota 1.250. Pendenza media lieve, ma la difficoltà è proprio qui: si può correre, anzi si deve correre, perché in questo caso si impiega certo meno tempo per arrivare a Ponte rispetto alla camminata. Però è una corsa che affatica e logora molto una podista pesante e rigida come la sottoscritta. Quindi, calma, calma e misura.

Sui tornanti del tratto iniziale, mi supera un ciclista che sa perché mi trovo lì. Si informa, incuriosito, sui tempi e modi e poi mi saluta, allunga il passo ed augura buona fortuna. Fa caldo, qui, al fondo dell’imbuto. Piano, piano, Gian, regola il passo ed il respiro, non esagerare. Recupera nei tratti in cui spiana un po’. E’ lunga.

Squilla il cellulare: è Ivano, che mi chiede a che punto io mi trovi. Lui è all’incrocio di Monno. Salgo di buon passo, arrivo all’Albergo Iscla: ci sono stata, tanti anni fa. Tanti davvero, ma pedalavo già, che bei ricordi. S’era deciso, con l’allora moroso, di portare le bici alla scoperta dei passi alpini di questa zona: peccato che fossimo incappati in una settimana di tempo inclemente, freddo e pioggia costanti. Colpa mia, come sempre, avevo insistito per partire nonostante le previsioni meteo infauste. Il pover’uomo mi aveva accontentata per sfinimento e credo che, a ben pensarci, non mi abbia neppure rinfacciato un “te l’avevo detto” che sarebbe stato quanto mai adeguato.

Proprio in corrispondenza dell’incrocio di Monno, mi raggiunge un plotone di ciclisti che svolta per andare a scalare questo lato del Mortirolo. Ivano è appollaiato un po’ più in su a scattare foto: proseguo e mi raggiunge.

Fin qui non ho avuto alcun problema, e ci mancherebbe anche: sono appena partita… Però, avere Ivano nei paraggi mi dà un senso di tranquillità in più. In altri campi non ci giurerei, ma in ambito sportivo è una garanzia. Quando mi fa da scorta, è il capobranco: io mi fido ed obbedisco ad ogni sua istruzione. Beh, dai, quasi.

 

Di lì a poco, raggiungiamo il paese di Incudine, gemellato nientepopodimenoché con Sparta. Della serie, volontà di potenza. E qui s’impone la sosta per una foto già lungamente vagheggiata nei giorni scorsi. Tocca fare una breve ma indispensabile premessa. Qualche tempo fa, non ricordo esattamente che epoca fosse ma credo già nel 2018, la Maratona di New York è stata vinta da una donna bianca, classe 1981 come me. All’epoca, sull’onda dell’entusiasmo, scrissi ad Ivano un messaggio di questo genere: “La vincitrice della maratona di NY è bianca ed è mia coscritta… C’è ancora speranza, anche per me”. La risposta, con messaggio vocale, lapidaria: “Sì, ma Gianca, lei non ha un’incudine al posto del culo…”. Come potrei, oggi, non approfittare di questo cartello stradale che mi rappresenta al meglio?

 

 

Poi si torna seri, a correre ed a salire, con l’Adamello che vigila su di noi, alla nostra destra. Il sole continua a splendere senza esitazione, neanche una nuvoletta, ma il caldo si sta già attenuando. Buon per il mio dolore ai piedi, benedetti e maledetti piedi che gonfiano a dismisura quando la luce batte sulle scarpe. Oggi hanno deciso di dare fastidio, molto fastidio. Ed io mi consolo con le barrette di Ovomaltina e la toma. Poi i primi paesini, legati anch’essi a ricordi di parecchi anni fa: a Temù, al campeggio La Presanella, appena mollata dal moroso, lo stesso dell’Albergo Iscla, mi diedi ad una settimana di pazza gioia ciclistica: tenda ed overdose di salite, Gavia, Mortirolo, Bernina, da ogni lato e prospettiva.

Ivano segue, mantiene viva la conversazione e provvede a riempirmi di continuo la bottiglietta: ora acqua e sali, ora succo di frutta, qualsiasi cosa purché non sia solo acqua. Sto bevendo l’impossibile, oggi. Il traffico di auto, qui sulla strada per il Tonale, è ancora intenso e fastidioso. Finalmente, a Ponte di Legno, con piccola variazione sul tema rispetto al percorso originario della Granfondo, abbandoniamo lo stradone e ci inerpichiamo, è il caso di dirlo, su per la via centrale del paese. Circa 35 km alle spalle: accetto volentieri la proposta di Ivano di una pausa.

Mi accascio su una panchina in legno sulla piazza. Sono già parecchio stanca, le gambe indurite. Troppo per i km percorsi finora. Ivano insiste perché io rimanga seduta, la schiena appoggiata, e perché mangi, cosa che non mi faccio ripetere due volte. Una veloce telefonata a casa, per avere notizie di madre e cani. Si starebbe anche bene, qui, ma tira un venticello che raffredda la schiena sotto la maglia sudata. Meglio sbrigarsi a ripartire.

Tra gli sguardi incuriositi degli avventori dei bar, seduti ai tavolini, mi rimetto in marcia, anzi in corsa, lungo la ripida via centrale, fino al ponte che porta all’attacco della prima, vera salita. Bivio per il Passo Gavia, con un piccolo parco dove Ivano va alla ricerca di una fontanella. Corricchio ancora per qualche tratto a pendenza lieve, fino al punto in cui poi la strada comincia a salire, decisa, a tornanti. Circa 16 km fino alla cima: qui si cammina, non c’è santo che tenga. Di buon passo, ritmo regolare, chiacchierando con la scorta. Ci superano tantissimi ciclisti, molti, ahimé, con la bici elettrica. Ecco una cosa che mi fa accapponare la pelle: la bici elettrica. Ma che razza di senso ha? Ecco, se proprio vogliamo, la posso capire come mezzo alternativo per muoversi in città, magari per chi va al lavoro e non può permettersi di arrivare in ufficio sudato e puzzolente; la posso ammettere per chi è davvero avanti con gli anni e vuole comunque dedicarsi ancora ad una forma di sport sopportabile per il fisico. Per tutti gli altri no, no e no. Se sei in età e condizione di salute da poter pedalare, abbi gli attributi per allenarti ed affrontare le salite come si deve, con le tue sole forze. Altrimenti lascia perdere e comprati una moto, che è più dignitoso. Non andare a starnazzare in giro che hai scalato il Gavia in bici, se ci sei andato con la bici elettrica, perché mi spiace per te ma non è vero. Non hai scalato proprio un accidente, mio caro.

 

Il traffico non manca neppure qui: in certi tratti, la strada è larga appena a sufficienza per il passaggio di una piccola auto. Eppure circolano veicoli di ogni genere, compresa una Ferrari: chissà come se la cava, bassa com’è, tra cunette, buche e sassi di un tracciato di alta montagna. E moto, tantissime.

Man mano che si sale, la temperatura si fa più frizzante. Si alza il vento, che a volte sferza appena oltre la curva. Qualche foto al paesaggio mozzafiato e si riparte. Ho la sensazione che i km scorrano veloci, anche troppo. Un lungo tratto a pendenza attenuata conduce alla gelida galleria: da lì, mancano solo più un paio di km, ma impegnativi, con due o tre tornanti severi. Vedo il laghetto: mi sembra incredibile essere già quassù. Le gambe procedono bene e l’entusiasmo non mi manca. Entusiasmo che diventa esplosione di sadica gioia quando vedo, a bordo strada poco più avanti, uno dei ciclisti elettrificati che mi hanno sorpassata proprio ad inizio salita. Procede, adesso, a piedi, spingendo il trabiccolo. Batteria scarica, credo. Giusta punizione: per arrivare al colle dovrà sobbarcarsi tutta la fatica che finora si è risparmiato. E non mi sento nemmeno troppo in colpa quando lo sorpasso e mi saluta. Ivano non è del mio stesso parere: “Lo sport non esiste solo nella forma estrema in cui lo concepisci tu”, osserva. Certo che no, ci mancherebbe, ma allora ci si pone un obiettivo adeguato alla fatica che si intende spendere. O non spendere.

 

Sul colle fa abbastanza freddo: tira un’aria gelida. Siamo oltre 2.600 m di quota, del resto. C’è una gran folla, tra ciclisti, motociclisti e turisti vari. Foto di rito sul cartello di legno del colle, chiacchierata con due estrosi ciclisti toscani saliti dal lato di Santa Caterina. Ci infiliamo al bar per una lattina di Coca Cola e, nel mio caso, per una sosta tecnica, la seconda. Sono circa le 16: avevo in programma di essere qui intorno alle 17. Bene, o forse no, dipende: non è che ho tirato troppo, finora?

Fa un certo effetto la stufa a pellet accesa a giugno. Eppure il calduccio è confortevole. Meglio che mi affretti a ripartire, prima che la tentazione di restare qui prenda il sopravvento. Esco, indosso il giacchino antivento sottile, prendo una porzione di formaggio e riparto. Ivano mi raggiungerà più avanti, approfittando della pausa per sistemare il bagaglio e prendere fiato. Il Gavia con la bici zavorrata non è certo un’impresa semplice!

 

 

Le gambe sono un po’ inchiodate, ma la discesa aiuta a scioglierle. Mi superano frotte di ciclisti di ogni nazionalità. Un breve tratto quasi in piano, poi la chiesetta e l’altro rifugio. Da qui, alcuni km a pendenza severa, riflessa nei volti stralunati dei ciclisti in salita. Lascio andare le gambe. Ivano mi raggiunge al termine della sequenza di tornanti, ma per poco: ci supera un ciclista inglese che indossa una maglia dedicata al Raid dei Pirenei, percorso che vedrà la mia scorta impegnata quest’anno ad agosto… Ivano si lancia all’inseguimento, con tutto il babaglio. Il ciclista d’oltremanica è passato come un proiettile, ma, conoscendo l’attitudine del mio assistente per la discesa, sarà senz’altro raggiunto. Speriamo solo che non si schianti, altrimenti addio impresa, per me, oggi.

Non si è schiantato: lo vedo, qualche centinaio di metri più avanti, fermo a fotografare la schiena del malcapitato turista. Parlano animatamente: mi domando come facciano, visto che Ivano non conosce una parola di inglese. Però riesce sempre, in un modo o nell’altro, a farsi capire. O forse il suddito di Sua Maestà la Regina Elisabetta sta solo cercando di assecondarlo, come si fa con i pazzi, per paura…

 

La discesa prosegue, fino a rientrare a livello del bosco. Ottima occasione per la terza sosta tecnica. La pancia sembra avere intenzione di far girare le scatole: non che mi aspettassi qualcosa di diverso; è dallo scorso lunedì che ho problemi di questo genere. Non mi resta che assecondare le sue pretese. Ivano intanto molla i freni e va giù verso Santa Caterina Valfurva. Meno male, perché vedermelo accanto in discesa mi getta nello sconforto al pensiero dei poveri pattini dei freni. Intanto, la luce del giorno si attenua; in mezzo ai monti, la sera scende sempre prima.

Comincio ad avvertire la stanchezza. Anzi, più che stanchezza è proprio debolezza. L’abitato arriva dopo circa dodici km dalla cima: accanto ad una fontanella ritrovo l’assistente, pronto a scattarmi una foto. Riempo la borraccia e chiedo qualcosa da mangiare: non ne ho voglia, anzi, provo un senso di nausea, evento più unico che raro per me, ma so che mi devo costringere a mangiare. Come se non bastasse, Ivano non trova più il portafoglio: scava nelle tasche della maglia, nel borsello da manubrio, nelle borse, nulla. “L’avrò lasciato su al bar, amen”, conclude con la sua proverbiale flemma. Cavolo, non ci voleva.

Riparto sbocconcellando il formaggio e cerco di riprendere un ritmo decente. Mi gira un po’ la testa: stanchezza e sconforto. Cerco di pensare ad altro: va bene tutto, anche un’accesa discussione pseudopolitica sull’attuale situazione di governo italiana, nata da un mio apprezzamento a proposito del neo Presidente del Consiglio. Non capisco un accidente di politica, ma ho gli occhi per guardare: questo Conte, per l’appunto, si fa guardare! Almeno un progresso rispetto al passato c’è. E poi, la buona notizia è che il portafoglio c’è: si era solo nascosto bene.

 

Un’altra dozzina di km per arrivare a Bormio. Sono uno straccio, ho fitte alla pancia, ma devo cercare di arrivare più o meno viva fino lì, dove mi prenderò una pausa. Ne ho un bisogno disperato. Ivano mi lascia il sacchetto delle albicocche disidratate e si avvia: lo rassicuro, non ho bisogno di null’altro, sto bene. In realtà non sto bene affatto, ma non voglio dargli il tormento più di quanto lui si stia già sacrificando per essere qui. Continuo a correre con lo sguardo fisso ai miei piedi, su e giù dai marciapiedi: la sede stradale in alcuni tratti è molto stretta, nei paesi, ma salire sul marciapiede ed affrontarne le irregolarità create dai passi carrabili mi costa una fatica indicibile. Mi costringo ad ingurgitare qualche albicocca ed a bere. Bormio è ormai in vista, coraggio.

 

Vedo Ivano fermo ad un bivio, all’imbocco della zona pedonale. Proprio lì accanto c’è un giardinetto con alcune panchine: ne scelgo una a caso e mi ci accascio, con le gambe dolentissime appoggiate allo schienale. Dovrei aver percorso circa settantacinque km e sono uno straccio, un sacco vuoto.

La mia fida scorta mi rifila un panino e si offre come sostegno umano per le mie gambe, con tanto di massaggio. E’ vero, sono sfinita, ma finché c’è lui ce la posso fare. Assaporo con avidità questi pochi minuti di tregua, guardando il bellissimo ponte in pietra e la parte vecchia del paese, dall’altra parte del fiume. Come diavolo faccio a percorrere altri cento km, in questo stato?

 

Non lo so, però ci devo provare. E’ ora di rialzarsi e ripartire, con enorme fatica e gambe che si ribellano fieramente. Via, oltre il ponte, attraverso il paese e poi su un tratto di strada secondaria che taglia via la città. Il sole ormai illumina solo più la parte alta dei pendii: entriamo in ombra e ci rimarremo fino a domattina. Procediamo in piano, su una stradina tranquilla in mezzo ai campi piattissimi, poi ancora nell’abitato, lungo un viale e poi, con Bormio finalmente alle spalle, su un bel tratto di pista ciclabile. Passiamo accanto ad un campeggio, dove Ivano si ferma per un caffè: io proseguo fino alla galleria, vietata a ciclisti e pedoni, imboccando poi il bivio a destra. Da qui fino a Mazzo, la pendenza sarà quasi sempre favorevole; leggera discesa, con l’eccezione della risalita in corrispondenza della frana del Monte Coppetta. Almeno, questo è ciò che ricorda Ivano: io, pur avendo partecipato per due volte a questa corsa in versione ortodossa, ossia ciclistica, non ricordo nulla, salvo le salite. Ma la risalita non c’è più: al suo posto, un lavoro immane di terrazzamenti, una strada in piano, un canale, una pista ciclabile dall’altro lato. Opera ciclopica, impressionante. Sulla nostra testa, a destra, incombe la ferita enorme del versante del monte che non c’è più. Potrei apprezzare ancor meglio questa meraviglia, se non fosse per le fitte continue alla pancia. Ma qui, per un lunghissimo tratto, non si vede un albero, un cespuglio, niente… Solo al termine della zona ripristinata dopo la frana, approfitto fulminea del rifugio offerto da un boschetto. Certo che, se continua così, sarà un’agonia.

 

La pendenza continua ad essere favorevole, anche se in modo appena percettibile, a piedi. La luce del sole ormai sta per scomparire: meglio indossare il giacchino. Chissà a cosa servono le antenne installate a bordo strada? Probabilmente a tenere d’occhio eventuali movimenti della montagna, vista l’entità della frana.

Dall’abitato di Le Prese potrebbero mancare meno di venti km a Mazzo di Valtellina. Non riusciamo a capirlo con precisione: i cartelli stradali ed i cippi a bordo strada danno indicazioni contrastanti. Sono comunque tanti km, per le mie gambe davvero stanche. La debolezza non molla, eppure non riesco a mangiare quanto vorrei e dovrei. Ivano insiste, mi riempe la borraccia prima con il succo di frutta diluito, poi con i sali. Mi dice, di tanto in tanto, che sto andando bene, ma io sono preoccupata. Per il tratto che manca a Mazzo, per la salita del Mortirolo, soprattutto per il lungo percorso in cresta dal colle fino a Trivigno, di cui non ho il benché minimo ricordo. So però che sarà lungo e penoso.

Gli ultimi km prima di Mazzo, ormai al buio, scorrono veloci sulla pista ciclabile, il “Sentiero Valtellina”. La imbocchiamo un po’ dubbiosi, ma una coppia a passeggio, gli ultimi esseri umani che incontreremo da qui a domattina, ci conferma che la pista prosegue fino a Tirano. Così ci godiamo la tranquillità di un lungo tratto fuori dal traffico, al sicuro; possiamo chiacchierare affiancati senza timore. E mi sembra quasi di stare un po’ meglio.

Appena prima di Grosio, la pista fa una deviazione verso l’altro lato della valle. Siamo titubanti; nel dubbio di dover allungare eccessivamente l’itinerario, rientriamo per un breve tratto sulla strada principale, ormai quasi deserta. In paese, però, ritroviamo la ciclabile, che corre illuminata dai lampioncini. Ivano consulta, di tanto in tanto, le mappe del percorso sui tabelloni segnaletici. Ormai non dovrebbe mancare molto a Mazzo: ancora qualche curva, qualche brevissimo saliscendi, l’ennesima sosta tecnica. Ci siamo: Mazzo di Valtellina, alla nostra sinistra. Ormai è tardi, non c’è anima viva sotto la luce dei lampioni. Il paese è silenzioso e spettrale. E d’improvviso mi crolla ancora addosso tutta la stanchezza che pensavo di aver accantonato. Tutta insieme, una valanga. Ivano va un po’ avanti, alla ricerca del bivio verso il Mortirolo. Ci fermiamo accanto ad una vasca in pietra: cerco di nasconderlo, ma sono esausta. Mi abbatto su uno scalino. “Cosa vuoi mangiare?”, mi domanda l’assistente. Nulla, mi verrebbe da rispondere. Sgranocchio a forza alcuni wafer al limone, bevo una lattina di Red Bull tarocco ed un po’ di succo di frutta, mentre Ivano armeggia con le borse e le borracce. Vuole prendere qui più acqua possibile, per evitare di restare a secco lungo la salita. Ma sarà tutto peso da portare su!

 

Passa qualche auto: chi si accorge di noi, un po’ nascosti in un angolo, resta allibito. Ma il freddo arriva presto a mordere i muscoli: è ora di ripartire. Con fatica immane e dolore ovunque, mi rimetto in piedi, letteralmente issata dal mio compare che, oggi, mi fa da sostegno morale ma anche materiale. Sono le undici passate, è buio pesto, si va. Imbocchiamo il bivio per la salita con il cuore in gola, sapendo bene entrambi cosa ci attende. Io cammino, com’è ovvio. E non a passo spedito: un po’ per scelta strategica, un po’ perché davvero rischio di non farcela.

Dalle ultime case del paese parte un concerto di latrati. Ed una voce maschile che si rivolge ad uno dei cani: “Ma che problemi hai?”. Come sarebbe a dire? Costui sta chiedendo al cane che problemi abbia, perché il cane abbaia? Ma che problemi hai tu, caro il mio bipede. Immagino seri, molto seri. Mah…

Le rampe sono cattive fin da subito. Se solo provo ad accelerare un poco, sento il cuore che batte all’impazzata; mi fa persino male il petto, credo per la concitazione del respiro. Sono preoccupata, ma davvero molto, per Ivano, che si trova ad affrontare un muro con una bici già pesante di suo e, in più, stracarica. Anche lui è stanco, ma fa di tutto per nasconderlo dietro ad una maschera di ostinato ottimismo. Siamo entrambi qui in pena l’uno per l’altra, intenti a nasconderci lo sfinimento a vicenda. Ma a me la sceneggiata non riesce troppo bene: sono cotta, debole, in preda alla nausea. Ogni rampa è un’agonia; l’affronto con tutta la cautela necessaria per risparmiare le forze all’osso. E sono tristissima perché, in queste condizioni, vedo vacillare tutta l’impresa. Bevo, bevo, continuo a bere. Ivano deve aver capito che qualcosa non va, perché in un tornante mi propone una sosta. Mi appoggio al muretto, perché non sono in grado di stare ferma in piedi: mi gira immediatamente la testa. Una lattina di Red Bull, un sorso ciascuno, ed una barretta di Ovomaltina. Poi ancora in marcia, rampa dopo rampa, con i chilometri che non passano mai. Non dovrebbe mandare molto… Incrociamo un’auto che scende: che diavolo ci fa qui, a quest’ora? Possibile che non abbia niente di meglio da fare?

Lo scampanellio in sottofondo significa che siamo nei paraggi degli alpeggi, quindi della fine della salita. Superiamo il bivio con la strada che sale da Grosio; la pendenza, in effetti, un po’ si attenua, ma io non ne posso davvero più. Mi consola il pensiero dell’auto sul colle: ho disperatamente bisogno di fermarmi un momento, sedermi, cambiarmi. E fa freddo.

 

 

Il colle, finalmente. Sono stravolta. Ivano, entusiasta, insiste per fare le foto: mi appoggio alla pietra celebrativa non per mettermi in posa, ma proprio perché non sto più su. Ho un male insopportabile alle gambe ed il vuoto in ogni fibra del corpo. Cammino come uno zombie fino all’incrocio, distante pochi metri: nel buio intravedo, o almeno mi sembra, la sagoma dell’auto parcheggiata in mezzo al prato. Ferma e sudata come sono, iberno all’istante. Ma non posso permettermi di cedere qui all’inedia: devo sbrigarmi, asciugarmi alla bell’e meglio, vestirmi. Mi siedo nel cofano ed ecco, mi sovviene immediatamente il motivo per cui la mia Zafira è meglio della Station Wagon di Ivano: ci si sta seduti senza picchiare la capoccia contro il tettuccio. Ma non è il caso di stare a sottilizzare. Via il giacchino, via la canotta, via i pantaloncini; è ora di indossare la maglia con le maniche lunghe ed i pantaloni sotto il ginocchio. Il fatto che io stia tremando come una foglia non agevola le operazioni. Ed il deretano grosso ingombra e pesa, anche da ferma. Ivano è molto preoccupato: insiste perché io mi sieda sul sedile passeggero, in modo da poter chiudere almeno la portiera e stare al caldo, ma fatico anche solo a comprendere le sue parole. Vestita, imbottita, con i guanti, rotolo giù dal bagagliaio e mi trascino davanti, per mangiucchiare qualcosa di malavoglia e realizzare, se ancora ce ne fosse bisogno, che tutte le circostanze hanno l’aria di essere avverse. In altre parole, dove cappero penso di andare in questo stato? Sono quasi le tre di notte, ho ancora un sacco di strada. Occhio e croce, ancora una cinquantina di km. E’ tardi. Esattamente per cosa sia tardi non lo so, ma sento che è tardi. Pazienza, qui non c’è molto da fare, se non provare a ripartire.

Secondo il programma originale, qui Ivano avrebbe dovuto prendere l’auto, riportarla ad Aprica e venirmi incontro in bici. Ma si è reso conto, credo già da un bel po’, che la faccenda si è fatta spinosa. Riparte in auto, sì, ma mi tallona. Mi precede di uno o due km, si ferma mi aspetta.

Da qui a Trivigno, anzi, diciamo pure da qui ad Aprica, è un’incognita. Non ricordo nulla, non so se ci sia salita, discesa, piano, non so nemmeno quanti chilometri manchino. So solo che non ci devo pensare. La mia corsa, in questo momento, è proprio solo un’intenzione, un gesto. La pila frontale mi ha abbandonata; procedo tenendo in mano la lucina che Ivano aveva sul casco, piccola ma efficientissima. Un piede davanti all’altro: coraggio Gian, sarà lunghissima ma prima o poi finirà, per forza. Curva dietro curva, lieve ma costante salita. Sulla destra, giù in fondo, si vedono le luci di un paese, forse Mazzo, almeno così mi dice Ivano, che ad ogni sosta scende dall’auto ed insiste perché io mangi e beva. Buio e bosco, bosco e buio. E stelle. Non vedo altro. Ormai ho la percezione di tempo e spazio dilatati a dismisura; mi sembra di correre nel nulla da ore, con una fatica penosa. Il pallidissimo chiarore che compare lontano, alla mia destra, non riesce a darmi il conforto che da solito traggo dalla consapevolezza dell’alba, perché stanotte il problema non è il sonno. E’ che proprio non ce la faccio.

Ancora una curva, poi un’altra ed un’altra. La minima salita mi costringe a camminare. Cerco conforto nel tubetto di maionese: tanto, la pancia è in ribellione ormai da ore; peggio di così non potrà stare.

In un tratto di lieve discesa, sento avvicinarsi l’auto alle spalle: “Vuoi un po’ di musica?”, mi chiede Ivano. “Ma no, vai tranquillo avanti, cerca di riposare…”. Macchè. Il marrano mi conosce e sa benissimo quale corda toccare, in casi disperati. Le note di “Tunnel of Love” volano nell’aria a volume non esattamente compatibile con la quiete della notte montana, ma in fondo è una meraviglia nella meraviglia. E poi, su di me, questa canzone più di tutti gli altri brani superbi dei Dire Straits ha un potere quasi ipnotico, tant’è che me la faccio riproporre due volte, con i brividi stavolta non più per il freddo. Ma poi la strada riprende a salire e l’auto, per il bene del motore, deve andare un po’ avanti.

Intanto il cielo si rischiara ed io ripiombo giù in fondo al mio baratro. In qualche modo, la valle che era alla mia destra adesso è a sinistra, nel senso che da qualche parte devo aver scollinato. Dove, non so. Dopo ogni curva c’è ancora strada e strada. A volte mi sembra di percepire, lontano, un muro, un tetto, la traccia di una casa, quindi di un abitato, ma no, sono sempre e solo allucinazioni. Questo tratto non finisce mai, ma io non devo, non posso smettere di correre. Di trascinarmi. Spero di riuscire ad arrivare almeno ad Aprica, poi magari mi fermo lì. Non ha mica senso continuare oltre. Ma quanto manca ad Aprica? Quanto si sale ancora? Non ne ho idea.

All’improvviso, quando ormai è chiaro, la strada esce dal bosco ed attraversa, con un lungo giro verso sinistra, un ampio pendio punteggiato di case. Il fatto è che ormai non oso più sperare di essere vicina a Trivigno. Ho smesso di credere che il paese esista davvero. Cerco di distrarre la mente con altri pensieri, ma l’unico che mi viene in mente è l’aria di “Pulipulipu fa il tacchino, co co co co il codrillo”… E medito di buttarmi giù per arrivare ad Aprica dalla via direttissima.

Ivano mi aspetta su uno spiazzo, con una coperta in mano. Mi fa segno di fermarmi e me la butta addosso. Il freddo dell’alba è pungente. Mi indica un tabellone con la cartina delle strade: “Trivigno è ad un km da qui”, mi dice. “Io devo andare ad Aprica e devo arrivarci prima che la strada venga chiusa per la partenza della Granfondo: adesso ti do qualcosa da mangiare e poi vado. Ci vediamo giù”. Cavoli, è vero. La granfondo. Non ricordo a che ora sia la partenza: alle sette, forse. Ma tanto non so nemmeno che ora sia adesso. “Vai tranquillo, non ho bisogno di nulla”, rispondo, mentendo e sapendo di mentire. O forse no: non ho bisogno di nulla davvero, perché sono uno straccio, ma non saprei come porre rimedio alla situazione. Devo cercare di raggiungere Aprica, a costo di strisciare. Il mal di pancia è ormai un bruciore pungente; se mi fermo, rischio di perdere l’equilibrio. Quanto mancherà ad Aprica? Forse una decina di km, forse di più. La mia corsa è sempre più trascinata, anche perché la strada, oltre Trivigno, non accenna a voler scendere. Anzi, in certi tratti sale ancora, con pendenza minima ma sufficiente a costringermi a camminare.

I chilometri mi sembrano eterni. Ogni tanto incrocio un’auto; scruto i paesi in fondo, a sinistra: quello più grosso dev’essere per forza Aprica, ma è lontanissimo. Se solo potessi smettere di pensare, almeno. Si preannuncia un’altra splendida giornata. Man mano che scendo, finalmente la temperatura torna ad essere un po’ più confortevole. Posso levare il giacchino rifrangente, che appendo alla bell’e meglio alla cintura del marsupio. Dovrò risistemarlo una decina di volte, per non perderlo.

Ho ormai perso l’orientamento e le speranze, quando raggiungo il bivio con la strada che arriva dal Passo Santa Cristina. Sei km ad Aprica, dice uno dei cartelli piazzati per la corsa in bici. Sei km… Quindi, quattro o cinque in discesa, uno o due in salita. Occhio e croce. Dai Gian, stringi i denti. Sei km e poi fai una bella pausa. E poi decidi cosa fare, se procedere o fermarti. Dai, un passo dietro l’altro.

Gli ultimi due o tre km prima di Aprica sono una sequenza di tornanti che, finalmente, fanno vedere in modo tangibile la perdita di quota. Parecchio più giù vedo la strada che da Aprica scende verso Edolo: vorrei capire se i ciclisti sono già partiti o no… Non so che ora sia e non sono nemmeno certa dell’ora a cui è fissata la partenza della GF. Ci sono parecchi ciclisti che salgono in senso contrario rispetto a me. Proprio al fondo della discesa, ne incontro parecchi che sembrano in attesa. Ne interpello uno a caso: “Scusa, sono già partiti i ciclisti?”. “No – risponde – partono alle sette e mezza”. Ok, almeno adesso una certezza ce l’ho: non sono ancora le sette e mezza.

Oltre il bivio, tocca risalire più o meno per un km verso il centro di Aprica. Il percorso prevede di attraversare il paese, scendere verso Tirano fino al bivio per il Passo Santa Cristina, imboccare quel bivio, salire al colle e poi ridiscendere fino al punto in cui mancano sei km ad Aprica, quello da cui sono passata prima. Gli ultimi sei km sono da ripetere un’altra volta.

Mentre risalgo, tenendomi sulla ciclabile a bordo strada, vedo che sono ancora parecchi i ciclisti che devono raggiungere le griglie. Probabilmente sono le sette o poco più. Ecco là in fondo l’arco di partenza. Ora sento nitida la voce dello speaker. Cerco di mantenere il passo di corsa, almeno per dignità. Mentre son lì che medito se passare sul lato destro o sinistro della strada, visto che la strada stessa è occupata da un muro di qualche migliaio di ciclisti, sento una voce alle mie spalle: “Giancarla!”. Mi sorpassa di corsa un uomo in camicia e chioma bianca, che corre verso lo speaker, ma lì per lì non realizzo. Capisco che ce l’hanno proprio con me solo quando vedo l’omino con i microfono che mi punta. Me lo piazza sotto il naso, mi fa delle domande: mi stupisco io stessa della disinvoltura con cui riesco a rispondere. Devo avere da qualche parte un pilota automatico di cui non ero a conoscenza. Dieci minuti fa ero moribonda… Piovono applausi e saluti che mi lasciano quasi frastornata. In questo momento, io riesco a concepire un solo pensiero per volta e quel pensiero è: devo raggiungere la piazzetta dove so che Ivano avrebbe dovuto piazzare l’auto. Ma è un dramma: la piazzetta è dall’altra parte della strada ed in mezzo ci sono i ciclisti. Soprattutto, ci sono le transenne. E adesso come faccio?

Provvidenziale, quasi un miraggio, trovo Walter, il presidente del Team Nordovest, la mia squadra ciclistica. Eh sì, io sono tesserata anche per una squadra ciclistica, anche se momentaneamente il mio stato di allenamento sulle due ruote è imbarazzante. E’ proprio lui che mi aiuta a passare dall’altra parte, scavalcando una transenna con un’agilità che mai avrei pensato di avere dopo centocinquanta km di corsa e due passi alpini. Insomma, non mi stampo per terra ed è già un gran risultato. Saluto altri compagni di squadra del Team, tutti in attesa dello sparo del via, e m’infilo nella piazzetta dove s’era concordato. Trovo l’auto e la bici di Ivano, ma non lui. E adesso dove si sarà cacciato? Non ho con me il cellulare, dovrebbe averlo lui; scavo nelle borse della bici, ma non lo trovo. Va bè, pazienza, non è il caso di agitarsi. Non ne ho le forze. Pesco a caso qualcosa da mangiare: una banana, per cominciare. L’assistente non può essersi allontanato molto. Infatti, di lì a poco lo vedo arrivare. Mi rimprovera perché sono seduta per terra, mentre l’auto è aperta: in verità io avevo provato a tirare la maniglia, ma devo proprio essere mal messa, perché non sono riuscita ad aprire la portiera. Mi accascio sul sedile a sgranocchiare grissini e maionese. Ormai il mal di pancia è un compagno così assiduo che non ci faccio più caso. Siamo in un piccolo cortile, sul retro di un albergo. E’ il momento di prendere fiato e risistemare il bagaglio. “Pensavo avessi avuto dei problemi, non arrivavi più”, sospira Ivano. Eh sì, li ho avuti eccome, i problemi. Ma ormai sono qui e mancano, credo, venti km. Ed è presto, molto più presto di quanto pensassi. Non posso nemmeno immaginare di non tentare l’ultimo colpo.

Devo ripartire. Ma non prima di obbedire all’imperativo del capobranco: sosta al bar per un the bollente con tanto limone, a beneficio della pancia. Della serie, o la va o la spacca. Acconsento di buon grado. Il bar è proprio all’uscita della piazzetta ed Ivano, oltre a prendermi il the, abbonda con la pubblicità di ciò che stiamo facendo, suscitando la meraviglia della barista e degli astanti. In effetti, una bevanda buona e calda va giù che è un piacere; speriamo che sortisca l’effetto sperato.

 

Sono le otto e un quarto quando ripartiamo. Quasi un’ora di pausa: è molto, ma era necessario. Le gambe impiegano qualche centinaio di metri a ripartire: per fortuna, mi attende qualche km di discesa decisa, anche se su strada più trafficata delle precedenti. Il passo però è allegro, me ne rendo conto. Siamo ancora in ombra; il sole per ora illumina solo le cime. Cinque o sei km di discesa. Chissà dove mi raggiungeranno i primi ciclisti? Quelli del percorso corto, intendo dire. La Granfondo prevede tre percorsi, che sono comuni dal via, ad Aprica, fino a Monno. Poi, da Monno, il percorso corto sale al Mortirolo, scende ad Aprica da Trivigno, passa in centro paese, scende verso Tirano lungo il tratto che sto percorrendo adesso, sale al Passo Santa Cristina e ridiscende ad Aprica. Il medio ed il lungo da Monno proseguono verso il Gavia e ripercorrono il mio stesso itinerario, con la differenza che il medio arriva ad Aprica e si ferma, mentre il lungo prosegue per il giro del Passo Santa Cristina. Non credo sia umanamente possibile che i ciclisti del lungo mi raggiungano prima del Passo, ma ritengo invece probabile che mi acchiappino quelli del corto.

Al bivio per il colle, la pendenza si inverte in modo drastico, quasi crudele. Il Santa Cristina è breve, sette km, ma impietoso, con rampe che non hanno poi molto da invidiare al Mortirolo, soprattutto se appunto c’è già il Mortirolo nelle gambe. E il sole è arrivato e comincia a scaldare. Incontriamo alcune persone a piedi, che vanno alla spicciolata ad appostarsi per seguire il passaggio dei ciclisti. Cerco di tenere un passo decente, ma è un equilibrio delicatissimo: per un nonnulla, il cuore sale a battere all’impazzata. Ormai la stanchezza è ad un livello inaudito; è solo l’entusiasmo a portarmi avanti. Anche Ivano cristona per le pendenze: vale per lui la stessa osservazione.

In una curva, pausa per levare la maglia a maniche lunghe e bere l’ultima lattina di Red Bull. Continuiamo a salire in mezzo al bosco, lungo un tracciato che ricorda in effetti molto, come osserva Ivano, la Madonna del Colletto delle nostre parti, salita inserita nel percorso della Granfondo Fausto Coppi. Poi, per fortuna, a distrarci dalla fatica arrivano le sirene delle moto della Polizia: ecco, come previsto, è in arrivo il plotone dei ciclisti del percorso corto. Qualche minuto dopo il passaggio delle moto, arrivano alla spicciolata i primi ciclisti, con un’andatura per me inconcepibile. Mi raggiunge un’altra moto dell’organizzazione: “Dovete togliervi dalla strada”, avverte il motociclista. Poi nota il mio numero sulla schiena e si corregge: chiede scusa e mi fa mille complimenti… Incredibile, io stessa non immaginavo che la mia presenza avesse questo livello di ufficialità!

 

Ci superano sempre più ciclisti, chi con una bella andatura agile, chi inchiodato su rapporti troppo pesanti; la maggior parte saluta ed incoraggia. Ormai manca davvero poco alla cima. Ormai è fatta… Solo un’incognita mi tormenta: ho un altro vuoto di memoria per quanto riguarda il tratto tra lo scollinamento e la ricongiunzione con la strada che scende da Trivigno. Ma, questa volta, la sorpresa è immensa: appena oltre il ristoro in vetta, dove non oso toccare nulla anche se a malincuore, vedo il bivio. Ma è subito qui! Allora mancano solo più sei km…

 

E li volo, quei sei km, almeno nella mia mente. In realtà sono irrigidita, dolorante, lenta, ma tanto felice. Alle mie spalle, qui, arrivano sia i ciclisti del percorso corto che quelli del medio e del lungo, alcuni davvero scriteriati in questo tratto di discesa con l’asfalto in condizioni precarie. Cerco di stare il più possibile a destra, raccomandando lo stesso ad Ivano. Manca ormai davvero poco, ma ho bisogno di mangiare ancora qualcosa di dolce per impedire che mi si spenga la luce. Una barretta di Ovomaltina, provvidenziale. Non invidio la famigliola di taglie extralarge che si rosola al sole cuocendo costine in un’area picnic, proprio per nulla: mi godo questi pochissimi ultimi km ed i saluti entusiasti di quasi tutti i ciclisti in arrivo. Ancora una volta i tornanti in discesa, con Aprica laggiù in fondo. Siamo entrambi su di giri, meglio fare attenzione a non farsi travolgere… Fine della discesa, il bivio. Raschiando il fondo del barile, trovo ancora la forza per corricchiare il tratto finale in salita, o almeno per dare l’impressione della corsa: il cuore protesta fieramente, ma me ne infischio. La strada spiana, l’arco ormai è lì. Un centinaio di metri, una decina, è fatta, con una pioggia di applausi che stavolta è solo per me. Un altro microfono, che stavolta affronto con tutt’altro spirito e con una gioia incontenibile. Il pubblico è incuriosito; molti mi guardano con un misto di sorpresa e di terrore. Eh sì, l’ho corsa a piedi, uno per uno tutti i 170 km. E non ho nemmeno l’aria di una vera atleta: infatti non sono una vera atleta, bensì fieramente una vera culona. E lasciamo perdere il fatto che, se voglio arrivare prima in una prova sportiva, me la devo inventare ed esserne l’unica partecipante. Sono circa le undici e venti: non posso che essere felice, considerato che avevo previsto l’arrivo intorno alle 15. Nonostante le infinite tribolazioni, il tempo di ventisei ore e dieci minuti per me è lusinghiero.

 

 

Dopo il bagno di folla, Ivano ed io ci avviamo verso l’auto, desiderosi adesso di una doccia vera. Ma non ce n’è nemmeno il tempo: squilla il cellulare, devo immediatamente tornare indietro e presentarmi in zona premiazione. Così ghermisco il povero assistente, visibilmente contrariato da tanta fretta, e mi rimetto in marcia, con le gambe anestetizzate dall’entusiasmo. Mi attende, anzi ci attende il podio, con la presenza, un’altra volta, della rappresentanza dell’Amministrazione Comunale e del GS Alpi, gruppo organizzatore della corsa. Credo di aver toccato il fondo della peggiore condizione fisica ed estetica, nonché odorosa, possibile: probabilmente questo podio non mi procurerà una candidatura alla copertina di Playboy. Magari un posto da protagonista per il prossimo film di Dario Argento sì, però.

 

Il podio è per due, perché questa impresa, come tante altre, l’abbiamo compiuta in due. Quindi è sacrosanto che ci salga anche Ivano, a cui sarà affidato anche il trasporto del ricco cesto alimentare ricevuto in premio. A me la targa con dedica del Consorzio Turistico Valtellina, altrettanto prestigiosa ma molto più leggera. Considerata la vocazione sportiva di Aprica e dei suoi rappresentanti, credo proprio che l’anno prossimo questo podio sarà più affollato: la gara podistica, a fianco di quella ciclistica, sarà una realtà, ci scommetto.

 

La doccia al Palasport è un vero toccasana. Ma ho dimenticato di restituire l’apparecchietto GPS che ha tracciato la mia corsa: devo quindi tornare in area premiazione, stavolta in tenuta borghese. Ritrovo Ivano pesantemente addormentato in auto. Io non sto molto meglio, in effetti. Tra una sosta abbiocco e l’altra, per tornare a casa impiegheremo quasi sette ore. Ma con la testa già rivolta al prossimo appuntamento, perché tra due settimane c’è la Fausto Coppi. Senza bici, ovviamente.

 

 

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!