22 e 23 agosto 2018 – IL TOUR DELLE TOILETTE secondo giorno: Croix de Fer, Telegraphe, Galibier

La sveglia, alle sei del mattino, ci strappa ad un’esperienza di premorte. Abbiamo dormito almeno nove ore, eppure ci è sembrato un minuto. Colpa della cena, senza dubbio. Ma ora è il momento di far danni con la colazione, anzi, con la pre colazione, in attesa delle sette, quando ci verrà servita quella ufficiale al B&B. Così, quel che resta dello yogurt della sera prima viene fagocitato. Il secondo mattone di formaggio, già diviso in spicchi confezionati, finisce nel bagaglio alimentare per la giornata, che sarà impegnativa.

Guardo quasi con timore fuori dalla finestra: dopo il diluvio di ieri sera, questa mattina si annuncia serena o quasi. Qualche baffo di nuvole qua e là, ma lo spazio di cielo che si vede da qui è troppo ristretto. Colazione alla svelta con pane, burro e marmellate varie: purtroppo non è prevista la versione salata, ma ci accontentiamo. Anzi, io mi infliggo anche il tazzone di terribile caffé francese, che ha un gusto orrendo ma perlomeno contiene caffeina. Matteo, approfittando del fatto che l’unico altro ospite dell’albergo è stato di pasto piccolo, lo lascia andar via e poi, furtivo come una faina, allunga la mano verso le fette di pane rimaste nel cestino sul tavolo accanto. Per la serie, facciamoci riconoscere. Se arriva la proprietaria, ci infila entrambi nell’aggeggio acchiappamosche. Meglio filare il prima possibile.

L’aria mattutina è frizzante, per non dire che fa un freddo boia. Del resto, siamo quasi a 1.400 m e dobbiamo partire in discesa, per andarci a ricongiungere con la strada del Col de la Croix de Fer all’altezza del lago. Scendendo, ci rendiamo conto, se ce ne fosse bisogno, del motivo per cui arrivare fin quassù con i bagagli sia stato arduo.

Dal bivio mancano circa 25 km alla Croix de Fer. Ho già percorso più volte questa salita, ma non ne ricordo mai i dettagli. Ricordo solo, ma è ovvio visti i numeri, che è una salita irregolare, con tratti in piano ed anche in discesa. In 25 km dobbiamo arrivare a poco più di quota 2000 m e siamo già alti. Dal lago, percorriamo alcuni km in leggera discesa, poi si comincia a salire un po’ più seriamente, mentre ci raggiungono alla spicciolata parecchi ciclisti. Altro tratto in piano e leggera discesa a Le Rivier d’Allemont, altro minuscolo paese con ben due toilette pubbliche segnalate da parecchi cartelli. Poco oltre il paese, picchiata in discesa e successiva cattivissima rampa in salita per superare il fiume e cambiare versante della valle, tutto ciò mentre Matteo, a seguito di una mia domanda sull’aspetto di un traliccio, s’ingegna a spiegarmi l’ABC della corrente elettrica, dalla generazione al trasporto. Qualcosa di cui avrei dovuto sentir parlare, e probabilmente ho sentito parlare a scuola, ma di cui non ho mai capito un beneamato nulla, se non che è meglio spegnere la luce prima di cambiare una lampadina. Oggi, sulla salita della Croix de Fer, mi si accende la luce, è proprio il caso di dirlo. Ma so che presto tornerà a calare il buio non appena mi passerà di mente la geniale spiegazione di oggi.

Tornanti secchi per superare la diga, dopo una pausa per bere un po’ di succo di frutta e sperimentare le banane essiccate comprate ieri. Un po’ coriacee, ma buone. Sentiamo arrivare alle spalle il rumore di un motore ed un fruscio intenso. Ci giriamo: in effetti è un camion con lampeggianti arancioni, ma non si capisce cos’abbia davanti. Ci arriva Matteo: è una spazzola gigante. Questo camion sta spazzando via le pietre e pietruzze dalla strada. Ci spostiamo dall’altro lato della strada e lo guardiamo passare come se avessimo visto un dinosauro con il tutù. Straordinari, ‘sti Francesi. Noi abbiamo strade di montagna che potrebbero essere patrimonio turistico inestimabile e le chiudiamo per incapacità di tenerle in condizioni degne, vedi Vallone dell’Orrido di Elva. Quelle che sono percorribili, lo sono a patto di avere un’auto o una bici ben robuste, vista la profondità delle buche e delle crepe in quel che resta dell’asfalto. Loro spazzano persino le strade con i camion e le spazzolone giganti. Chissà se sono interessati ad invaderci?

Gli ultimi km di strada, oltre il lago, sono blandi, addirittura per un tratto in discesa. A quattro o cinque km dalla vetta, Matteo si avvantaggia. Io procedo come posso, scrutando con preoccupazione i nuvoloni scuri densi che si affollano sia sull’orizzonte del colle che in fondo alla vallata. Vero, qui siamo ancora distanti dalla zona del Galibier, ma è una distanza nulla per le nubi. Le previsioni di MeteoFrance per oggi pomeriggio annunciavano pioggia. Ed io non ho proprio voglia di finirci sotto a quota 2.600 e rotti. Né in salita, né tantomeno in discesa.

L’alternativa sarebbe tornare giù da questa stessa strada e risalire al Lautaret, un incubo di lentissima e noiosissima ascesa di quasi 40 km, che però arriva “solo” a quota 2000 e non ai 2.600 del Galibier, differenza non da poco. Ma ho il sospetto che Matteo non sarà d’accordo.

Dal bivio per il Glandon al colle mancano ancora meno di due km. Ora i ciclisti sono davvero tanti, idem i turisti in auto. Il tempo di una foto davanti al cartello di vetta e poi esprimo le mie perplessità: “Non mi sembra la condizione meteo migliore per andare sul Galibier”, osservo. Ma, come immaginavo, mi sa che mi toccherà andarci lo stesso. Se scendiamo verso St Jean de Maurienne, poi non ci sarà altra alternativa per tornare a Briançon. Ed io odio di tutto cuore non avere una via di fuga sicura. Sbotto: “Sì, però se piove io lassù non salgo, lo dico subito”. In effetti, non ho proprio l’animo della cicloturista da viaggio. Fatico ad adattarmi agli imprevisti e ad affrontare le difficoltà. C’è anche da dire che, a certe quote, cicloturisti ne ho sempre visti pochini. Alle nostre latitudini, a quota 1000 m un temporale può essere fastidioso, ma a quota 2.600 diventa seriamente pericoloso. Insomma: quiete della giornata rovinata.

Potrei semplicemente decidere di scendere, io, dallo stesso versante da cui sono salita ed andare al Lautaret. Anzi, qualche anno fa l’avrei fatto senza indugio e senza alcuna cura per chi avesse avuto la sventura di condividere il viaggio con me. Purtroppo, invecchiando si diventa saggi, dicevamo, e si impara ad accettare anche qualche piccolo compromesso. A mangiare qualche rospo, via. Con tutto ciò che abbiamo già mangiato da ieri, il rospo ci sta, dai. Obtorto collo, comincio la discesa verso St Jean, sempre con un occhio torvo ai nuvoloni. Discesa lunghissima, al pari della salita. Ma non me la immagino lunga quanto sarà davvero…

Attraversiamo St Sorlin d’Arves, altra stazione sciistica, con un po’ di cautela per l’affollamento di turisti. Poco oltre, dopo circa dieci km di discesa, ci imbattiamo in un cartello giallo, con una scritta nera, che non dice “Addio Bocca di Rosa, con te se ne parte la primavera”, bensì qualcosa di più inquietante: “Route barrée a 2 km”. Il cartello è piazzato in mezzo alla strada, in corrispondenza di un incrocio, in modo tale da rendere evidente la via alternativa: bisognerebbe prendere a destra, direzione “St Jean par le Col de Mollard”. E mò che si fa? Matteo consulta alla svelta la mappa sul telefonino: il Col de Mollard prevede di aggiungere al giro circa 500 m di dislivello, il che non sarebbe nulla di tragico, di per sé. Il problema è che io non ce la farei a raggiungere Briançon entro le ore di luce… E non ho portato né la pila frontale, né la luce rossa posteriore.

Non abbiamo scelta. Proviamo a proseguire sulla “route barrée”. Magari è chiusa per le auto, ma in bici si passa. Ci rimettiamo in marcia, su un tratto che per un paio di km tende a risalire. La strada qui è ampia e sembra gettarsi giù verso il fondo di una valle boscosa e selvaggia. Un paio di km dopo, un altro incrocio, questa volta con una strada che sale a sinistra, ed un altro cartello giallo con scritta nera, che dice semplicemente “Route barrée”. A che distanza, non si sa.

La discesa passa attraverso alcune gallerie. Il pensiero contemporaneo di Matteo e mio è “se la strada è chiusa, le gallerie non saranno illuminate”. Invece lo sono. Ancora un paio di tornanti e poi ci troviamo di fronte uno sbarramento con due blocchi di cemento. Superiamo anche lo sbarramento, ma ciò che troviamo oltre la curva pone la pietra tombale sul nostro ottimismo. Avevamo scordato di non essere in Italia. Se i Francesi dicono che la route è barrée, è proprio barrée, punto. Quindi, grate di metallo bloccate con basi di cemento e catena con lucchetto, più matasse di filo spinato a chiudere lo spiraglio tra la grata e la parete rocciosa, a destra, e matasse di filo spinato sporgenti oltre il guard rail, a sinistra. Non si passa, non ce n’è.

Momento di profondo sconforto. E mò? Si potrebbe al limite tentare di scavalcare, il che non sarebbe un problema per Matteo, ma sarebbe un dramma per me, che già a salire in piedi su una sedia ho le mie difficoltà. E poi, oggi è giorno infrasettimanale; magari noi scavalchiamo, attraversiamo il cantiere e ci troviamo gli operai al lavoro. Non è una buona idea. Matteo compulsa la mappa sul cellulare. Un centinaio di metri più indietro, c’era un bivio a sinistra, cioè risalendo a destra, per una borgata, Charvin. La mappa evidenzia una traccia che arriva, appunto, dal bivio alla borgata ed un’altra traccia, probabilmente un sentiero, che dalla borgata prosegue e si ricongiunge alla strada sbarrata. Un percorso apparentemente breve. L’alternativa è risalire al Col de la Croix de Fer, che da qui sarà ormai a più di venti km, ridiscendere a fondovalle di là ed infliggersi i lunghissimi quaranta km fino al Lautaret. Un’agonia.

Nel dubbio, decidiamo di mettere in moto le mascelle: pane, formaggio, qualcosa di dolce. Poi tenteremo la via di Charvin e successivo sentiero. Mentre mastichiamo avidamente, arrivano due ciclisti che, a giudicare dalla lingua, potrebbero essere olandesi. Anche loro hanno confidato nel fatto di poter passare lo sbarramento, in bici. Sono due ciclisti di quelli molto chic, divise perfette in tinta con le bici, tutto coordinato, maglia, pantaloni e telaio neri, nastro manubrio, calzini e casco rossi, senza l’ombra di un bagaglio e forse con una o due barrette nelle tasche sulla schiena. Stradisti puri, insomma. In preda ad uno slancio di generosità, provo a spiegare loro in inglese la possibile alternativa che abbiamo individuato, premurandomi però di ripetere tre o quattro volte che si tratta di un tentativo. “Maybe”, forse. Così, tutti e quattro torniamo con poche pedalate al bivio superato prima, per Charvin. I due olandesi si fermano lì, perché, dicono, devono aspettare altri amici che stanno scendendo. Noi procediamo e li salutiamo: “Se non ci vedete tornare, significa che la strada c’è”. Poche decine di metri di asfalto, altrettante di strada bianca per arrivare alle poche case di questa isolatissima borgata, con tracce di vita individuabili in un bucato steso ad asciugare.

Da lì la strada diventa un sentiero in mezzo all’erba, sempre più scosceso nel bosco. Portare le bici a mano non è così comodo, nemmeno per me che pure indosso un paio di scarpe da trekking. Matteo non fa testo, lui è funambolo e se la caverebbe anche con un paio di scarpe con tacco 12, ma immagino gli olandesi fighetti… Curva dopo curva, tra sassi, rami e radici, comincio seriamente a dubitare dell’opportunità di procedere. Matteo mi precede già di un bel po’, non lo vedo più, ma lo sento ripetere che “manca poco”. Mah. Ormai sono rassegnata agli eventi. Se ci acchiappano gli Olandesi, ci fanno fuori…

Donna di poca fede, quasi non ci credo, quando vedo effettivamente la strada sotto di me, qualche metro sotto di me. Il sentiero diventa una minuscola traccia su cui solo Matteo, appunto funambolo, riesce a stare in equilibrio con le scarpe da bici con le tacchette ed a far passare sia la sua che la mia bici. La mia bici con i bagagli, tra l’altro. Io faccio già fatica a far passare me stessa: nell’ultimo tratto, ricorro all’appoggio di sicurezza, chiappe a terra e via. E’ fatta, si riprende la discesa. A poche centinaia di metri, un bivio ed un gruppo di ciclisti dubbiosi: questa volta omettiamo di dare dettagli sul sentiero, anzi, li scoraggiamo immediatamente.

Non manca più molto a St Jean, dove ci fermiamo ancora una volta ad una fontana. Qui in fondovalle fa parecchio caldo. Il mio morale è in fondo alle scarpe, anche se la situazione meteo, per quel che si vede di qua, pare un po’ migliorata. Una dozzina di km di agonia fino a St Michel de Maurienne, su uno stradone che pure offre il conforto di una corsia dedicata alla pista ciclabile. La fiacca si impossessa di me, non so se per il caldo, per la fame o per lo sconforto. Abbiamo impiegato un’eternità ad arrivare fin qui, ovviamente per colpa mia che sono lenta come la Quaresima, e dobbiamo ancora salire al Galibier… Non mi libererò mai di quest’ansia che mi assale se so che devo per forza superare un colle così alto. Se non fossi costretta a farlo, probabilmente lo farei con la massima serenità. Devo mettermelo in testa: solo più itinerari che consentano vie di fuga rapide ed agevoli in caso di problemi.

Discutiamo sull’opportunità di fare una pausa ed un pasto consistenti. A Valloire? Sarebbe forse meglio, ma prima di Valloire ci sono i 12 km di salita del Telegraphe. Meglio mettere qualcosa nello stomaco già a St Michel. Neanche a farlo apposta, appena entrati in paese ci imbattiamo in una boulangerie. E qui non facciamo prigionieri: un bombolone alla Nutella ciascuno, più una quiche al formaggio per me, più un’altra maialata dolce per Matteo, più la bottiglia da un litro e mezzo di Coca Cola. Roba che i denti cadono tutti da soli, ad uno ad uno, scegliendo il suicidio piuttosto che la lenta agonia per consunzione da carie. Roba che le coronarie si ostruiscono immediatamente per il raccapriccio. Ci sediamo ad uno dei tavolini di fronte alla vetrina: probabilmente, guardandoci mangiare, le commesse penseranno che siamo profughi travestiti da ciclisti, che non mangiano da una settimana… Mentre sbraniamo il fiero pasto, un dubbio ci assale: chissà gli Olandesi? I loro resti saranno ritrovati nel bosco tra chissà quanti anni…

La Nutella spande immediatamente il suo effetto benefico sia sull’umore che sul neurone. Ora proviamo a ragionare. Io vorrei che Matteo partisse già da qui con il suo passo, salisse al Galibier ed andasse all’auto, in modo da avere la certezza che almeno uno dei due riesca a concludere il giro con la luce del giorno. Sono quasi le due; da qui al Galibier ci sono trentacinque km, di cui trenta di salita. Con la MTB e le borse, io non credo di impiegare meno di cinque ore. Il che significa essere alle sette in cima al Galibier ed un’ora dopo a Briançon, al pelo, salvo imprevisti. Matteo però si oppone. Alla fine, concordiamo di andare insieme fino a Valloire: da lì, ognuno proseguirà con il proprio passo.

Le centomila calorie ingerite con il clamoroso pranzo sortiscono, evidentemente, un ottimo effetto sulla mia pedalata. Complice anche il fatto che, nel pomeriggio, buona parte di questa salita è ombreggiata, e complice l’accesa discussione a tema politico ingaggiata con Matteo, finisco per dimenticare chilometri e pendenza e ritrovarmi in cima senza quasi aver fatto fatica. Il Telegraphe non è una salita terribile, quanto a pendenza, ma per i primi dieci km è molto costante e può dare il colpo di grazia a chi non è in forma.

Qualche km di discesa fino a Valloire, dove scopriamo essere in corso un raduno di veicoli 4×4: un caos infernale. Ultima sosta ad una fontana e, per me, all’immancabile toilette pubblica. Una toilette che pare un’astronave: entri schiacciando un bottone, ti ritrovi in un locale tutto specchi e metallo, wc compreso, esci schiacciando un bottone, con quei due secondi di puro panico tra la pressione del pulsante e l’inizio dell’apertura della porta. Vedo una signora che entra in una chiesa accompagnata dal proprio cagnone: toh, ecco un episodio che potrebbe contribuire a rendermi un po’ meno odioso l’edificio religioso. Ultimi sorsi dal bottiglione di Coca che Matteo ha portato, legato al borsello posteriore, fin quassù. Ma è ora di ripartire. Con il groppo in gola guardando il cielo che, in direzione del colle, è plumbeo.

Matteo parte e sparisce alla mia vista in poche pedalate. Diciassette km che attacco con la massima prudenza ed un senso di imminente tragedia, nel bel mezzo di un traffico di fuoristrada delle più strane fogge che vanno e vengono. Altra toilette alle ultime propaggini dell’abitato: la Francia deve avere un altissimo tasso di disturbi intestinali e problemi di prostata, non c’è che dire.

A meno sedici, i primi goccioloni. Scruto con ansia le auto che vengono in senso contrario: tutte hanno il cofano puntinato di gocce, alcune i tergicristallo in azione. Mi devo rassegnare, la prenderò, e pure tanta. Saranno due ore da incubo fino al colle, per tacere poi della discesa. Ma non indosso ancora la giacca impermeabile: per ora, attendo. Procedo lungo il traverso in salita costante, con curve appena accennate, lungo ed angoscioso, quello che porta al primo tornante di Plan Lachat. Smette di piovere. Non solo: qualche sprazzo di cielo squarcia le nuvole. Calma, Gian, non ti fare illusioni. Cerca di star tranquilla: tanto, qualunque cosa il meteo decida di fare, tu non puoi farci nulla. Ogni metro asciutto è un metro asciutto, sembra un’ovvietà ma, per il morale, non lo è affatto.

A Plan Lachat, sbrano l’ultimo boccone di baguette spremendoci sopra la maionese, con evidente sgomento di un ciclista che mi passa accanto proprio in quel punto. Poi, con circospezione, affronto la prima vera rampa. E lì mi parte l’antico ardore dei tempi in cui salivo in bici da corsa: mi sembra incredibile che sia così facile… Curva dopo curva, guadagno terreno e dislivello. Dall’altro versante della valle, un enorme gregge di pecore si sposta, con una fila di pecore nere in testa, seguita da un ammasso informe di pecore bianche. Solo più pascoli, quassù. Curva dopo curva, km dopo km, mentre i fuoristrada continuano a sciamare: ecco l’ultimo chalet, siamo a quattro km dalla vetta. Mi rimane l’ultima barretta, con lo stomaco che, nonostante tutto, continua a chiedere: probabilmente l’euforia fa sì che io non mi renda ben conto della fatica di portare quassù il biciclettone stracarico. Ma ormai il colle è in vista: non mi ferma più nessuno. Nemmeno la botta di fiacca che mi assale proprio nell’ultimissimo km, passando davanti alla galleria che permette ai veicoli, non alle bici, di tagliare un centinaio di metri di dislivello.

Il colle è quasi deserto. Solo due ciclisti, molto nordici ma non tedeschi, a giudicare dalla lingua. Un po’ di tedesco lo capisco, ma questo è ostrogoto. Scatto una foto alla bici sotto al cartello di vetta: tempo di indossare la giacca e comincia a piovere. Già, oltrepassato il Galibier, dall’altra parte il meteo è inquietante. Fantastico, la discesa da quota 2.600 e rotti sotto l’acqua era proprio il mio sogno. Ma non ho alternativa. Mi avvio, con la massima cautela per la strada che sembra parecchio viscida. Stringo i freni, ho paura a stare a bordo strada, sento il freddo che si impossessa in fretta delle mie ossa. E gli occhiali bagnati… Curva dopo curva, è tutto uno sforzo per tenere a bada la paura. Eppure, più penso che non cadrò, più mi prende la sensazione di perdere l’equilibrio e cadere, al punto che più volte mi devo fermare per fare mente locale e ricacciare indietro il panico. Quando poi, ancora a qualche km dal Lautaret, il freddo fa sì che io cominci a tremare come una foglia, ecco, è proprio l’ideale. Non riesco a restare sul bordo destro, devo viaggiare un po’ più verso il centro della strada. Per fortuna, i pochi automobilisti che incrocio o che mi sorpassano sembrano capire la mia difficoltà. Nessuno suona il clacson, tutti passano con cautela.

Ormai Matteo dovrebbe essere arrivato all’auto da un po’. Chissà se avrà l’illuminazione di venire un pezzo incontro, risparmiandomi il calvario dei km di discesa che ancora mi attendono dal Lautaret? Sì, certo, da lì la strada è ampia e facile, ma fa tanto freddo. E continua a piovere senza sosta.

A poche centinaia di metri dal Col de Lautaret, mi si para di fronte l’immagine maestosa della Meje avvolta dalle nuvole ma al contempo illuminata da un raggio di sole. Non posso non scattare una foto, l’ultima disponibile nella memoria della macchina fotografica, anche se ho le mani talmente irrigidite che faccio fatica ad impugnarla. Poi ancora giù, piano, senza smettere di tremare e con un occhio a tutte le auto che salgono in senso contrario. La Zafira non c’è. Siamo rimasti d’accordo di trovarci nel primo paesino che incontrerò lungo la discesa, quindi qualche km prima di Briançon dove ieri abbiamo parcheggiato, nel caso in cui Matteo avesse fatto in tempo ad arrivare a fine giro e spostare l’auto. Ma io spero ancora che abbia pietà e salga un po’ di più. Intanto, continuo a procedere tremando come se viaggiassi sul pavè.

Per mia fortuna, almeno gli ultimissimi km offrono una tregua dalla pioggia. Cerco di ricordare tutti i particolari notati all’andata, ieri mattina, per capire quanto manchi alla fine dell’agonia, maledicendo me stessa per essermi ancora una volta cacciata in una brutta situazione. Ormai la stanchezza mi è crollata tutta addosso: male al deretano, male ai piedi, male al collo, perché sono tutto fuorché allenata per la bici. Le uscite serie che ho collezionato negli ultimi mesi si contano sulle dita di una mano. L’allenamento dato dalla corsa può supplire per quanto riguarda la fatica della spinta in salita, ma nulla può contro gli indolenzimenti dovuti alla prolungata permanenza in sella.

Le Monetier, finalmente. Speriamo che Matteo sia riuscito a spostare l’auto… L’idea di dover macinare ancora quattro o cinque km potrebbe prostrarmi. Ci è riuscito: nella piazzetta della toilette vedo l’inconfondibile sagoma della mia Zafirona. Lo so, la Zafira grigia è tutto fuorché un’auto esclusiva ed inconfondibile, ma la mia è la mia e la riconoscerei tra mille. In caso di dubbi, poi, basta avvicinarsi e guardare dentro: non credo esista al mondo auto più lurida.

Matteo è lì che traffica con il telefono. Mi guarda stralunato: “Hai preso pioggia? Non immaginavo, altrimenti ti sarei venuto incontro più su”. Eh no, non era prevedibile. Quei nuvoloni neri come la pece che vedi in direzione del Lautaret fanno chiaramente intendere che, per andare lassù, siano indispensabili occhiali scuri e crema solare, altrimenti c’è rischio di scottarsi. E le auto che scendono con i tergicristallo accesi appartengono evidentemente ad automobilisti maniaci della pulizia del parabrezza con l’apposito liquido… Oh insomma, Gian, stai zitta, una volta tanto. Non bofonchiare. Questo pover’uomo ti ha sopportata due giorni e ti sta pure caricando premurosamente la bici in auto. Sono quasi le otto: non ho sbagliato di molto le mie fosche previsioni a proposito del tempo che avrei impiegato ad arrivare qui. 125 km e 3.800 m di dislivello complessivi.

Sono talmente stravolta ed infreddolita che, evento più unico che raro, cedo il volante. Non è che non mi fidi della guida di Matteo, anzi, è probabilmente l’unica persona o quasi di cui mi fido come autista. E’ che io sono come i bambini: guidare mi piace talmente tanto che non farlo mi dispiace… Ma, per questa volta, va bene così. Si torna a casa, dai cagnoni. Una volta tanto, dimenticheremo di puntare la sveglia.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!