21 novembre 2009 – Di corsa verso Pian del Re

L’area picnic di Calcinere mi sembra già una sufficiente concessione alla mia pigrizia. Il piano d’azione, nella sua versione valida fino a dieci minuti fa, avrebbe previsto la partenza da Paesana: ma sì… Per questa volta posso anche abbuonarmi un paio di km di stradone rettilineo.
Abbandono la Opel là dove, nella bella stagione, decine di fenomeni della mandibola ammassano e mescolano le proprie adipose membra, in una strenua agghiacciante lotta all’ultima braciola: oggi invece, sommo gaudio, tavoli e panchine di pietra si prestano quasi quasi come luogo per una sessione di meditazione ascetica. Non c’è un’anima: sarà anche l’ora… Sono le sette e un quarto, minuto più, minuto meno. Un freddo siberiano mi morde le ossa non appena metto piede giù dalla mia fida carriola a motore. Però la giornata si preannuncia meravigliosa: cielo limpidissimo, blu, montagne azzurre pure loro, azzurre e bianche di una spruzzata di neve; aria leggera, gelida, secca, da respirare a pieni polmoni. Mi saltano per un attimo in mente le fesserie di chi inorridisce all’idea di respirare aria fredda, si copre la bocca con ogni sorta di sciarpe e foulard d’inverno, perché “fa male”… Me ne riempo i polmoni, forse anche per disintossicarmi dalla nebbia della pianura; lì sì, pare di respirare acqua. Zainetto pronto: un paio di barrette, un cambio di maglietta alla pelle, una giacchetta impermeabile, che non si sa mai; indosso i pantaloni ¾, un pile leggero con il collo alto, un gilet, la giacca invernale da bici, i guanti. L’equipaggiamento dovrebbe essere sufficiente per non ibernare, lassù. Ultimo ma non meno importante elemento del corredo di oggi, le scarpe: rigorosamente da strada, perché, con sommo sdegno dei montanari che si rispettino, io oggi torno a trovare la montagna, ma senza allontanarmi dal sicuro rifugio dell’asfalto. Non posso farci nulla: in fondo, la mia carriera podistica, se così si può dire, è nata sull’asfalto e vi è legatissima… In più, detesto la neve; infatti, oggi andrò su finché non la incontrerò sul mio cammino; da lì, dietrofront, si torna giù, al calduccio di casa. Chissà se a Pian del Re, a queste condizioni, si arriva?

Mi avvio di corsa. Non mi costa fatica, anzi; sembra quasi che le gambe ne abbiano una gran voglia. Nello stomaco, mezzo quadrato di Ritter, cioccolato bianco con nocciole, un vero attentato ai parametri delle analisi del sangue: glicemia, colesterolo, trigliceridi, chi più ne ha più ne metta. Goduria allo stato puro, conforto del palato e della mente. E’ già tanto se son riuscita a trattenermi dallo spazzolarlo per intero!
L’aria taglia la faccia, gela persino il lobo delle orecchie, l’unica parte che resta fuori dalla fascia, poverella. Gela le mani nei guanti, ed anche un po’ i piedi, finché il movimento della corsa non vale a scaldarli un po’. Quattro salti e sono all’abitato di Calcinere: mi risparmio un po’ di strada principale, passando in mezzo alle case del paese. Sono poche le abitazioni dall’aspetto moderno: la maggior parte sono vecchi edifici con arcate, porticati e volte in mattoni, balconi in legno dall’aspetto davvero precario, qualche muro in pietra. Butto l’occhio nei cortili, ristretti, ancora bui, perché il sole qui arriverà solo tra qualche ora; il fondo in ciottoli lucidi dell’acqua di fiume e di chissà quanti passi. Il bar ristorante lungo la via principale è ancora chiuso; gli unici rumori che posso percepire sono lo scroscio dell’acqua delle fontane e lo scampanìo delle mucche al pascolo nel prato tra le case e lo stradone. Un micio mi osserva preoccupato, nascosto, ironia della sorte, dietro ad un’orrenda statua in pietra che rappresenta un cane tozzo e tarchiato: magari è un’opera d’arte, ma io di arte non ho mai capito un accidente… Solo un uomo, sulla soglia di casa, sembra in attesa di qualcuno; mi squadra con aria perplessa.

Uno sguardo furtivo alle montagne: quaggiù il sole non è ancora arrivato e non arriverà per un po’, ma là il cielo splende. Poi gli occhi tornano bassi: mi sa che ho un po’ esagerato con l’ottimismo… La forza di gravità non ha tardato a ricordarmi la sua ingombrante presenza. O meglio, l’ingombrante presenza del mio posteriore, che della forza di gravità risente non poco. Abbiamo scherzato: ma la strada adesso sale, eccome! All’uscita dal paese, torno a zampettare sulla strada principale, a poche decine di metri dalla prima curva. Ci sarebbe uno dei cartelli che indicano pendenza e distanza: ma non ha importanza; non è il caso di sprecar fatica per voltarsi e leggerlo. Tanto, qui, conosco ogni centimetro a memoria. La fatica mi è piombata addosso tutta assieme: passo lento, ma sempre di corsa; voglio sforzarmi di reggere, finché riesco, anche se so benissimo che, camminando di buon passo, forse andrei più forte. O meno piano, a seconda dei punti di vista.

Le dita delle mani pian piano riprendono vita. M’infilo nel punto più stretto della prima parte di salita, una piccola gola, umida e fredda più che mai. L’asfalto è bagnato e scivoloso per via delle foglie viscide; se dovessi passar da queste parti in bici, non mi sentirei affatto tranquilla…. Ma di passarci in bici, in questa stagione e soprattutto a quest’ora del mattino, non ho la minima intenzione. Magari ad arrivare fin su ce la farei… Ma, in discesa, rischierei di raggiungere Paesana con traiettoria brevissima e rettilinea! Per carità. Pazienza se ginocchia e quadricipiti stanno combattendo una lotta senza speranza; l’unico rischio che corro, oggi, è di scoppiare qui.
Breve tratto quasi in piano, appena prima del bivio per Oncino. Ancora ombra e venticello, leggero ma siberiano; passa qualche auto, chissà, forse escursionisti non troppo mattinieri. Già, perché, come m’insegnavano da piccola, “in montagna si va quand’è ancora buio!”. Oggi non ho rispettato l’aurea regola… Ma è novembre, spero mi sia concesso il perdono! E poi, in fondo, rispetto all’alba avrò tardato si e no mezz’ora. Corro tagliando i due tornanti: che soddisfazione; in bici non è altrettanto facile. Pazienza se le gambe non la prendono bene. Quando arriverà il sole, quaggiù? La boscaglia è ancora fitta di chiome, ormai secche. La casetta sulla sinistra, con il camino che fuma e sa di legna e risveglia l’olfatto, intirizzito pure lui dal freddo che quasi quasi attraversa la giacca, nonostante lo sforzo. Poi la salita torna cattiva: eppure, nella sua versione ciclistica, non mi è mai parsa così spietata… Tra non molto dovrei arrivare ai tornanti, i due che conducono al bivio per Ostana. Che fatica… E che dispetto! Eppure non ho mai avuto problemi a sciropparmi di corsa, pur con tempi biblici, la salita da Bagnolo a Rucas di Montoso, che pure è ben più impegnativa. E mò? Che succede? Si batte la fiacca? Manca l’allenamento? O è la trippa che eccede? Niente da fare. Proviamo a rimediare, qualche metro al passo. Poi riparto: mi sembra quasi che vada un po’ meglio, ma certo è solo un’impressione. Passeggera, ahimè.

Supero il tornante: il cartello in legno sulla mia sinistra prepara gli stomaci voraci all’incontro con la Baita della Polenta, a Pian della Regina. Addavenì il Pian della Regina, però… Altro che polenta! Se tiro su il naso, ormai Crissolo è appena sopra la mia testa; se ne vedono le prime case, ma c’è ancora un bel salto da spiccare. Appena oltre le case ed il bivio verso Ostana, lo strappo assassino: qui non c’è storia, cedo al passo, un passo di marcia imperioso e furibondo: quello per cui, nella lunga sera della 100 km Torino Saint Vincent, i compagni d’avventura mi avevano soprannominata “il Generale”. Non so se sia un buon grado nell’esercito, ma suona bene!
Riprendo la corsa non appena la rampa si addolcisce, in vista del tornante. Mi distrae uno scroscio inatteso: toh… La fontanella sulla sinistra butta ancora, più arzilla che mai! Pensavo che, nella stagione fredda, fosse chiusa per evitare il gelo. Ne approfitto, visto che non ho portato con me la borraccia e, da quando son partita, non ho ancora bevuto: con cautela, però… E’ gelida! Poi riparto con foga: troppa foga, tanto che per un pelo non finisco con un piede nel fosso. Tornante, altro tornante; ormai ci siamo: a passi e balzelloni, raggiungo Crissolo. Peccato che l’ingresso in paese sia ben poco glorioso: mancano le gambe, manca il fiato, manca tutto; salgo al passo. L’unico conforto è la luce del sole, che finalmente, almeno in qualche tratto, è arrivata a farmi compagnia. Terapeutica, consolante, graditissima. Senza dubbio la temperatura è più confortevole quassù, di quanto non lo fosse giù a fondovalle.
Ben poca vita da queste parti. Gli alloggi, in buona parte di proprietà o in affitto ai villeggianti, sono sprangati; in giro non c’è un’anima, o quasi. Solo il fiume non manca di far sentire la sua voce impetuosa. Sulla destra, ancora quel cartello che tanto mi urta, ogni volta che passo di qui, appeso alla porta di un locale: “Lascia fuori la tua bestia”. In primis, “bestia” lo dici a tua sorella, se credi. In secundis, per quel che può valere, un locale i cui titolari la pensano così non mi avrà mai come cliente: se la mia adoratissima “bestia” deve restare fuori, allora resto fuori anch’io!

Ancora una sosta alla fontana sulla piazzetta, qualche sorso d’acqua: ottima, limpida… Ma, il giorno in cui qualcuno inventerà le fontanelle che buttano Coca Cola, sarò più contenta! Poi riprendo di corsa: pochi passi… Ed il mio viaggio viene ancora interrotto, bruscamente ma piacevolmente, dalla debordante manifestazione di affetto che mi riserva un bel cagnone appostato sullo scalino del negozio di alimentari. Mi salta addosso, mugola, chiede le coccole: non sono certo io che mi tiro indietro, anzi! Ha qualcosa del cane da caccia, i colori nero, marrone e bianco, il muso e le orecchie pendule da bracco. Soprattutto, ha una gran voglia di giocare. Sulla porta del negozio si affaccia il titolare: “Se vai a camminare, lui viene fin su con te!”. Detto, fatto; sorrido alla bestiola, gli dico “Dai, su, di corsa, tutti e due!”. Un attimo dopo, imbocchiamo la stretta curva verso destra che segna l’inizio dell’ultima “fetta” di salita, quella da Crissolo a Pian del Re. Il cagnone non sta più nella pelle; parte a razzo, mi precede, si ferma, mi aspetta, quasi a dirmi “Allora, non ce la fai a starmi dietro?”. Eh no tesoro, no che non ce la faccio… Tu hai quattro zampe, un po’ stortignaccole ma efficienti; io ho solo due gambe e nemmeno di gran qualità.
E’ evidente che la bestiola è ben abituata a queste scorribande. Sembra conoscere la strada senza ombra di dubbio, manco avesse capito quel che ho detto al suo papà bipede, ossia che vorrei salire a Pian del Re. Si lancia in volo radente contro i pantaloni di un signore in attesa sulla soglia di casa: ne riceve una carezza. Passo anch’io, divertita: “Le avessi io, le sue gambe”, esclamo. Il signore, allibito, di rimando: “Mi sembra che siano già abbastanza buone le tue!”. Beh, che dire, un bell’incoraggiamento, anche se immeritato. Ora riesco a correre, perché la pendenza è minima, ma non credo che durerò a lungo. Il cagnone è già oltre il tornante; arranco per raggiungerlo. A dire la verità, non è che io sia così tranquilla all’idea che il bestione scorrazzi così in mezzo alla strada. Infatti, non appena si avvicina un’auto, sento il brivido nella schiena: lo schiverà? Brivido che ben presto sale a terrore: l’auto passa, rallenta, il cagnone si lancia all’inseguimento, con il tartufo ad un palmo dalla ruota posteriore. Corro più forte anch’io, gli strillo “No!”, ma è inutile… Non sono certo io la sua autorità di riferimento, il suo “capobranco”. Mi devo rassegnare all’idea che sappia quel che fa, o che, perlomeno, ci sia abituato. Per fortuna delle mie coronarie, in questa stagione il traffico quassù è quasi nullo. C’è un po’ di viavai di mezzi da lavoro: già prima di Crissolo, nei tornanti, una scavatrice era all’opera appena oltre il bordo strada; quassù ora è appena passato un camion di quelli per il trasporto della terra. Il mio compagno di viaggio peloso non se n’è accorto, o non ci ha dato peso: è troppo impegnato a scavare forsennatamente un una chiazza di neve. Una delle poche! Già, proprio non me l’aspettavo, che la valle fosse così sgompra, brulla, color terra ed erba secca. Il Monviso, imponente proprio sopra di me, è ancora più azzurro che bianco; una spruzzata di neve imbianca la parte della valle in ombra, alla mia sinistra. Ne è rimasta appena un po’ di più sui tetti delle baite. Ma da questa parte, dove s’arrampica la strada, è tutto spoglio, pulito. Qui poi, dove batte il sole, l’asfalto è asciutto: praticabilissimo, direi, ancche per chi volesse avventurarsi con la bici da corsa. Anzi, chissà che, scendendo, non mi capiti d’incontrare qualche coraggioso!

Serre Uberto, qualche auto parcheggiata lungo la strada: allora un po’ di vita c’è! Fumo dai camini, profumi di pappatoria, anche se è ancora presto… Forse olezzo di colazione? Il quadrupede interrompe per qualche momento le sue scorribande: qualche decina di metri avanti a me, si ferma, mi osserva; lo chiamo sottovoce, si avvicina, guaisce per chiedere coccole. Non mi faccio pregare. Ha due occhioni gioiosi, scuri, dolcissimi; un attimo dopo è già in fuga, dietro a chissà quale preda immaginaria. Io non vedo nulla, se non prato. Sempre di corsa, mi godo l’ultimo tratto quasi in piano, prima dello strappetto cattivo nel tornante. Lavori in corso, anche qui; un operaio mi osserva con aria interrogativa, mentre passo camminando sì, ma con ritmo da marcia militare. Mi manca solo il fucile sulla spalla! Devo darmi un tono… Guai a cedere un millimetro qui sulle rampe! Poi, appena superato il secondo tornante, potrò stramazzare senza rimetterci la faccia.
Ancora un sorso d’acqua dalla fontanella appena prima del Pian della Regina; poi le baite, il ristorante. Deserto: non un’auto, né una voce, nulla. Solo una donna, appoggiata all’ingresso del locale. E il Monviso, sempre più bello.
Supero la sbarra che chiude la strada; mi basta un’occhiata rapida per capire che oggi, volendo, si arriva proprio fin su, al Pian del Re. Neve, nisba. E chi l’avrebbe mai detto? Continuo a salire, corricchio; la fame ha fatto capolino già da un po’, ma ora reclama attenzione. Mezza barretta, spero che basti a placare le pretese del pancino, almeno fin lassù. Il mio compagno a quattro zampe è sparito: ma dove… Un moto d’ansia: dove diavolo ti sei cacciato? Mi guardo intorno preoccupatissima… Poi scorgo, lassù, un puntino scuro: strizzo gli occhi, metto a fuoco; guardalo lassù, il filibustiere, ha tagliato il tornante e mi scodinzola quasi divertito. Procedo con un po’ d’affanno; qui la pendenza è più lieve, si può correre, anche se le forze sono al lumicino. Ormai le punte delle mie scarpe le conosco bene, a furia di guardarle… Posso dire di sapere a che punto sono, solo perché le gambe sentono appena un po’ meno fatica di prima, lì dove la strada spiana, oltre una curva a sinistra ed un ponticello. Col naso rivolto al Monviso, mi accorgo all’ultimo istante che la strada è sbarrata da una grata. Una grata? E che diamine ci fa quassù? Perché? Sarà mica un’allucinazione da fame?
Mi avvicino. No no, è proprio una grata. Una sorta di cancello. Non sia mai. Sguardo furtivo a destra ed a sinistra: con un po’ di acrobazia, ci si passa. Bastian contrario, non sia mai che io ceda ad un simile affronto! Passo, infatti, sulla sinistra, aggrappandomi al reticolo di metallo che, a ben pensarci, ha un aspetto ben poco solido. Ma muovo solo qualche passo precario, al di là. Poi il venticello gelido e, soprattutto, il guaito del cagnone, mi richiamano alla realtà. Come mai non passa, il bestio? Ohibò, che sappia qualcosa che io non so? Scodinzola, quasi volesse richiamarmi… E’ solo suggestione, ovvio, ma in fondo me la posso anche permettere; il neurone, in carenza di ossigeno e di pappatoria, dà i numeri. Torno agilmente, strano ma vero, sui miei passi. Beh, caro il mio Rintintin, per oggi abbiamo dato. Okkei, non sarò arrivata proprio a Pian del Re, ma posso abbuonarmi gli ultimi, boh, cinquecento metri. Mi rammarico solo di non avere la macchina fotografica con me. Il mio potere distruttivo è tale che ho dovuto dare l’estremo saluto alla seconda fotocamera nel giro di un anno: insomma, se non ci hanno il fisico… Adesso e per un bel po’, non ne comprerò più. Se ne riparlerà, forse, durante i saldi, dopo le feste natalizie.

Incerta sul da farsi, se cambiare la maglia alla pelle o meno, mi avvio di corsa. Uno dei pochi momenti in cui la corsa in discesa si rivela un sollievo ed una goduria. L’andatura è di tutt’altro genere; con un po’ di sforzo, potrei anche assumere l’espressione di una che non è per niente stanca! Ma stanca lo sono, eccome, ed anche affamata. Sgranocchio irriverente la barretta al cospetto del Monviso e del Visolotto; lungo il sentiero che scende a Pian Regina s’arrampica un fuoristrada. Dal parcheggio accanto al ristorante, un escursionista si è avviato lungo la strada asfaltata. Lo incontro, di lì a poco; con mia gran sorpresa, il cagnone si arresta: guarda me, guarda il nuovo venuto, esita un attimo… E riparte su, in salita, insieme a lui. Ma tu guarda che quadrupede infingardo! Il miglior amico dell’uomo, ma del primo uomo che passa per la strada! Ci faccio una risata; mi tornano alla mente le parole del negoziante, giù a Crissolo: “Ti segue per tutto il giorno”… Già, proprio vero, è un cane che ama la salita! Come dargli torto? Già, ma adesso chi lo spiega ai suoi padroni, a Crissolo? Mah… Saranno abituati, pure loro. Del resto, non c’è nulla che io possa fare per riportare giù il segugio con me. Buon viaggio piccolo!

La strada del ritorno è rapida ed indolore. Facile sfoggiare un sorriso a trentadue denti, anzi a ventinove, quelli che restano. Un po’ meno gravoso anche tener su la testa e guardare la pianura, o meglio, là dove dovrebbe esserci la pianura ed invece si scorge una coltre di foschia. Trotto verso Crissolo: la tentazione è di prendere la strada verso Ostana ed i Ciampetti… Ma è meglio non lanciarsi in esplorazioni: vero, ci son già passata, ma solo una volta, in bici, anni fa. Rimandiamo l’avventura alla prossima volta. Mi fiondo, si fa per dire, giù verso i tetti di Crissolo: qualche camino fuma, ma son proprio pochi. Scendo giù sulla piazza, con l’animo soddisfatto di chi ha raggiunto il proprio sia pur piccolo obiettivo, anche se di strada, da qui a Calcinere, ce n’è ancora. Che ora sarà, le undici? Più o meno, sì.
Faccio capolino nel negozio: devo confessare il misfatto… Il cagnone è rimasto su! C’è una donna questa volta al bancone, gentile, molto bella; mi dice di non preoccuparmi: tornerà da solo, il bestio, e, se non dovesse tornare, ci sarà qualcuno che lo va a raccattare. “Siamo andati a prenderlo persino in Francia”, ride. Cavoli, speriamo bene, fa così freddo lassù! Impazzirei all’idea che il mio amore a quattro zampe sia disperso chissà dove. Per fortuna, so benissimo dov’è Skipper in questo momento; sul mio lettone!

Riprendo il trotto. Le gambe non fanno una piega, benché la discesa su asfalto sia di solito lo spauracchio dei podisti. Le ginocchia non si lamentano: è la pancia a protestare; vuota, emette rumori di caverna, di pozzo senza fondo. Vorrei provare a resistere: insomma, con la fame si può convivere, soprattutto ora che la strada è in discesa. Ancora una sosta alla fontanella, prima del bivio per Ostana; incontro qui una coppia di camminatori e, poco più avanti, un corridore dal fisico asciutto che sale di corsa, a buon ritmo. Beato lui. Al contrario del cagnone di Crissolo, io non giro indietro!
La fame allunga la strada. Penso al cartoccio di succo di frutta nel baule della Opel: non che sia un lauto pasto, ma servirà a tamponare un po’ la falla, ed anche a levare la sete. Non avrei mai detto che sarei arrivata a sentire caldo. Lascio andare le gambe, più sciolte possibile, ma non è facile impostare una simile andatura se non ci pensi costantemente. Anche il bivio per Oncino, oltre gli ultimi due tornanti, mi tenta: ma dai Gian, basta… Trentacinque km te li macini già, oggi, e più di un migliaio di metri di salita. Milledue, forse. Levo la giacca un attimo prima, scelta infelice, d’imboccare la strettoia gelida, la curva all’ombra. Calcinere, eccola là. Alzo lo sguardo a cercare, sulla montagna, il sentiero, o forse la strada, chissà, che già da Calcinere dovrebbe partire per andarsi poi a congiungere dalle parti di Ostana all’altra strada che sale a Pian del Re. Chissà dove s’imbocca.

Con lo stomaco che rantola, mi costringo all’ultima galoppata in paese. Profumi di sughi, di carne alla brace, di chissà quali leccornie. Mezzogiorno, proprio l’ora giusta. Un ramo di pere sporge sulla strada: la tentazione di rubacchiarne una… E dai, la Opel è vicina. Oltre le case, oltre ai capannelli di anziani reduci dalla messa, oltre al cimitero. Incrocio due ciclisti, li saluto: che coraggio, andar su in questa stagione. Non invidio la loro discesa. A me il succo di pompelmo. E un biscotto di meliga, dimenticato da chissà quanto tempo in uno dei cassetti della mia vecchia bagnarola. Va giù come se fosse acqua nel lavandino… Piccole grandi soddisfazioni! Ma la pacchia è finita, a Barge mi rituffo nella nebbia. Per parecchi giorni non rivedrò più il sole.

(Visited 6 times, 1 visits today)

Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!