18 aprile 2010 – Maratona Alpina di Valdellatorre

C’è mancato davvero un pelo, ma che dico, mezzo pelo, un quarto di pelo. Nell’istante in cui le nostre auto sfilano l’una accanto all’altra, incrocio lo sguardo di un distinto pilota brizzolato con cui ho appena perso l’occasione di condividere un bel volo in elisoccorso, destinazione Pronto Soccorso, nella migliore delle ipotesi, oppure, se proprio fosse stata una giornata no, obitorio. Un’emozione intensa e gratis: merito del fenomeno alla guida della Punto che, stufo di rimirare il posteriore della mia Corsa, s’è lanciato in sorpasso, nel più disgraziato dei momenti e dei punti possibili. E’ evidente che credeva, il fenomeno, che a far da tappo fossi io; non s’è nemmeno accorto della Cinquecento scura che procedeva, davanti a me, con passo da lumaca. S’è accorto troppo tardi, il novello Schumacher, di un particolare del tutto trascurabile: e dire che non occorre una laurea in fisica nucleare, per capire che superare due auto richiede più spazio e più tempo che superarne una sola, o almeno un pestone più deciso sul pedale dell’acceleratore. A maggior ragione se il tutto avviene a ridosso di una curva e se, da quella curva, spunta un’auto in senso contrario. Per fortuna di tutti, alla guida di quell’auto c’è un uomo dai capelli d’argento e dai riflessi più che pronti: deve aver affondato entrambi i piedi sul freno; quasi quasi m’è sembrato di vedere le nuvolette di fumo levarsi dagli pneumatici della sua carretta rossa, che, quanto ad età ed esperienze di vita vissuta, dev’essere più o meno coscritta della mia Opel. E’ andata di lusso, anche questa volta. Ma non mi sento, nonostante tutto, di rovesciare biasimo incondizionato sull’ardito guidatore già scomparso all’orizzonte. Sarà che nelle mie vene scorre il sangue dell’automobilista torinese, ma condivido l’insofferenza verso il morto di sonno al volante della Cinquecento: è il caso di viaggiare ai sessantac inque all’ora fissi, su una strada come questa? A me manca lo slancio di fantasia; prima di decidermi ad azzardare un sorpasso, devo proprio vedere davanti al mio naso un rettilineo di almeno due chilometri, completamente sgombro, ed essere nella giusta disposizione d’animo e cogliere la migliore congiunzione astrale. Ma la pazienza ha un limite; alla fine mi decido anch’io, con un moto di stizza, scalo in terza e salto l’inopportuno lentardo: salvo trovarmi, cinquecento metri più avanti, di fronte alla meta del mio viaggio, il Palazzetto dello Sport di Valdellatorre. Inchiodata criminale appena oltre l’incrocio; altrettanto criminale inversione a U, subito imitata da un paio di inseguitori, ed eccomi nel parcheggio del Palazzetto,. dove un solerte volontario mi costringe a parcheggiare a due dita dall’auto a destra. Lancio uno sguardo implorante al tapino che stava per spalancare la portiera e che s’è visto, così, di fatto sequestrato nell’abitacolo: perdonami, non è colpa mia… A mia volta murata viva grazie all’auto subito comparsa a sinistra, m’ingegno a liberarmi con movenze da anguilla. Sono quasi le sette, il cielo è ormai quasi chiaro: non si può dire che sia sereno, ma nemmeno poi così minaccioso. Visto l’andazzo della stagione, è già molto.

Rapidissima puntata al tavolino della distribuzione dei pettorali di gara: sono il numero 83. D’istinto, l’ambiente mi piace: semplice, senza fronzoli; poca gente, niente striscioni né archi di partenza, niente altoparlanti né musica sguaiata, niente arie da grande evento. Ci sarà da correre su e giù per i bricchi, per 42 km, punto e basta. Sbrigata in un attimo la formalità burocratica, mi ritiro nella quiete della mia Opel. Passo probabilmente per asociale, se non per maleducata: ho intravisto, di sfuggita, qualche volto noto, di quelli che ricorrono ai vari appuntamenti podistici in giro per il mondo, ma non sono proprio il tipo che va in giro a dispensare squillanti saluti e pacche sulle spalle a persone con cui ha scambiato, fino a quel giorno, magari tre parole in croce. Non credo, con ciò, di mancare di rispetto a qualcuno, e in ogni caso non ne ho l’intenzione; se poi c’è chi se la prende a male, pace, non ci perderò certo il sonno. Attacco però volentieri bottone con i conoscenti di più vecchia data: il primo, in ordine di tempo, è Isacco, che ha parcheggiato il suo bolide, quella sua scatola di sardine con la targa, proprio davanti a me. Toh chi si vede, colui che ha mantenuto fino all’ultimo il più stretto riserbo sulla sua partecipazione alla corsa.

Bando alle inezie, è giunto il momento più importante per la preparazione psicofisica della singolar tenzone contro la montagna. Imprescindibile necessità di raccoglimento spirituale e meditazione: la visita alla toilette. Ecco: un moto di sincera gratitudine va agli organizzatori di gare che tappezzano il luogo della partenza con enormi cartelli fluorescenti, “WC” o altre espressioni di analogo significato ed immediata comprensione. Si sa, l’atleta o presunto tale, prima del via, è agitato, nervoso, ha bisogno di indicazioni chiare, di immediata comprensione, ha bisogno di certezze, e mai nessuna certezza è più solida ed incrollabile del trono di ceramica. Oggi, purtroppo, nulla di tutto ciò: mi tocca tentare una battuta di caccia solitaria, sperando di non dovermi spingere all’imbarazzantissimo estremo di chiedere dove stia il bagno. Dalla rapida ma ragionata analisi fisiognomica di alcuni personaggi apparentemente in coda, deduco che la porta dinanzi ai loro nasi possa fare al caso mio. Se non che, uno dei corridori in paziente attesa, forse mosso dal nobile intento di farmi un favore, mi indica la porta del bagno per i disabili, in cui, a quanto pare, nessuno ha ancora avuto il coraggio di avventurarsi. Un po’ dubbiosa, ma punta nell’orgoglio, rompo il ghiaccio e mi c’infilo. Non se ne dolgano i benpensanti: nei giorni di gara, nell’affollamento della partenza, tutto fa brodo; non c’è distinzione che tenga. Purtroppo, le premesse non sono eccellenti: la porta non si chiude, o forse sono io che non capisco come la si possa chiudere. Mi tocca impegnarmi in un mirabolante esercizio di contorsionismo ed allungamento, per tenerla ferma con una mano durante il mio esercizio di meditazione yoga; un urlo agghiacciante dissuade immediatamente la mano che per un attimo tenta di violare il santuario. Che situazione spinosa… Ma è proprio vero, non c’è mai limite al peggio. Quando ti aspetti che un fragoroso scroscio d’acqua giunga a purificare l’aere, cancellando ogni traccia di te… Scopri con raccapriccio che il pulsante non funziona. No, non è possibile, ci dev’essere un errore, Gian: prova un’altra volta, vedrai che va tutto a posto. Provo, riprovo, schiaccio, picchio e batto i pugni, niente. Significa che ai posteri resterà viva, indelebile testimonianza del mio passaggio… Imbarazzo e disperazione mi travolgono. C’è una cordicella pendente: forse il pulsante non funziona, perché lo sciacquone è collegato alla cordicella… Al cavetto bianco appendo la mia mano e tutte le mie speranze. Immediatamente un suono metallico, squillante, acuto squarcia l’aria e non si ferma più. Ossignùr, non era lo sciacquone, era l’allarme… Assordata dal suono continuo che mi rimbomba nel cervello, non ho scelta, mi butto fuori da lì: almeno dieci paia d’occhi tra il divertito e l’allibito mi si posano addosso, pesanti al punto da schiacciarmi, mentre due personaggi, credo custodi del palazzetto, ridendo sotto i baffi, si precipitano incontro a me. Vorrei sprofondare sotto una tonnellata di ciò che ho invano cercato di far sprofondare… Abbozzo qualche parola di scusa, poi mi dileguo, via, nel parcheggio, frenando a stento le gambe che vorrebbero correre via, almeno fino in cima al Musiné; l’allarme ancora risuona nell’aria. La faccia di fuoco, mi rintano nel bagagliaio della fida Corsa, l’unico vano accessibile senza rischiare di danneggiare le carrozzerie delle auto a fianco, a meditare sulla mia sventura. Guardiamo il lato positivo: con ciò, mi sono senz’altro conquistata un posto d’onore negli annali del Palazzetto dello Sport di Valdellatorre, e pazienza se non sarà per meriti atletici!

La mezz’ora che manca alla partenza è interminabile. Mi sento come sempre a disagio nel brusio crescente, tra scoppi di risa, frizzi e lazzi da cui la radio e le cuffie non bastano ad isolarmi. Il cielo concede qualche sprazzo d’azzurro tra le nuvole, ma senza vera generosità. Qualcuno decanta il meraviglioso panorama che andremo a godere dall’alto: non so perché, ma ho la sensazione che ci toccherà accontentarci di una cartolina, se vorremo ammirarlo… Il freddo è pungente; levo la giacca, che sarà eccessiva non appena avrò cominciato a correre, e mi dispongo nella mia posizione di massima conservazione del calore, braccia conserte, mento incollato al petto, implorando la partenza.
Verso le otto, la massa si sposta verso la stradina di accesso al Palazzetto. Si parte da lì: il via è quasi improvviso, inatteso, ci coglie di sorpresa. Stavo dando un’occhiata qua e là alle altrui scarpe, una sorta di sondaggio di mercato su marche e modelli, ma è ora di muoversi, adesso! Un breve tratto di corsa in piano, prima su asfalto e poi su strada sterrata: curiosa, questa valle che sembra non avere pendii; una distesa di piattissima pianura, in cui si piantano, senza digradare, le pareti della montagna, scure di bosco e di giornata senza luce. Come sempre, l’andatura sulle prime è baldanzosa; tutt’intorno si menano i piedi e le lingue, in un’atmosfera di forzata ilarità, quasi una liberazione dalla tensione pre gara. Sì, non è il caso di sprecare sorrisi di commiserazione: è tensione bella e buona, profonda, lacerante, e pazienza se è solo una corsa; per molti, per me senz’altro, in questo momento è tutto ciò che esiste e che conta; il resto può attendere.
La strada prende un po’ di pendenza, torna asfaltata, attraversa una borgata dal nome beneaugurante, “Abbondanza”. Una rampa senza misericordia: qui le voci già si affievoliscono, si spengono; non tutti corrono in salita, qualcuno appoggia le mani sui fianchi in segno di faticosa rassegnazione al passo di marcia. Ancora sentiero, ripido, poi asfalto, quindi una discesa: non me l’aspettavo, di dover scendere così presto; mi lascio assalire dall’affanno, siamo tutti ancora troppo vicini, l’uno a ridosso dell’alto, troppo alto il rischio di colpirsi a vicenda con i bastoncini, di farsi travolgere dai fenomeni che a tutti i costi vogliono passare avanti, di scivolare e farsi male. Non è possibile che si debba scendere a lungo: non abbiamo ancor preso quota, quasi… Infatti, la pendenza ben presto torna ad invertirsi. Curioso: s’arriva ad un bivio, un sentiero che sale verso l’alto, un altro che punta in basso, verso fondovalle; da questo sentiero, arriva di gran carriera un manipolo di corridori che subito fa rotta verso monte. Non ci vuol molto a realizzare che qualcuno dei primi, a questo bivio, ha sbagliato strada… E che altri gli sono andati dietro, fiduciosi, senza badare alle segnalazioni blu pennellate su pietre e tronchi degli alberi. I tapini stanno tornando or ora sui loro passi.

Le partenze così concitate sono per me un vero trauma. Anche qui, in salita, mi sforzo di non creare il buco tra me e chi mi precede; non certo a beneficio del mio tempo di gara, bensì per evitare di fare da tappo, attirandomi la gragnuola di miserie dei corridori che mi seguono. Su questo minuscolo sentierino è quasi impossibile il sorpasso. Mi fanno compagnia i rovi; ho già rimediato parecchi centimetri di graffio su un braccio… Meno male che ho provveduto da poco al richiamo del vaccino contro il tetano. Anche se resto dell’idea che, nello scontro tra me ed il rovo, sia sempre quest’ultimo ad avere la peggio… Lunghi, troppo lunghi i tratti di traverso in mezzo al pendio, sempre alla stessa quota o con pendenza appena accennata: mi costringono a correre, ben più di quanto mi sentirei di fare, sempre con l’intento di non fare da tappo e magari, possibilmente, di non restare proprio ultima, abbandonata dal mondo. Per ora, le gambe non chiedono di meglio, ma so che è un exploit inopportuno: finirò per pagarlo, e caro.
Soffio come un mantice; il mio respiro è affannoso e rumoroso… Io so che non c’è da preoccuparsi; è sempre così, il mio motore all’inizio va in affanno; poi, dopo un paio d’ore, si quieta, prende il suo ritmo e via. Ma non lo sa chi mi precede, che di tanto in tanto si volta, preoccupato che io possa passare a miglior vita da un attimo all’altro. Corro ed azzardo anch’io qualche sorpasso, ove possibile: ma sempre con un po’ di vergogna e bofonchiando qualche parola di scusa. In effetti, alla prima discesa, so già che sarò inesorabilmente riacchiappata. Di gran carriera, mi arriva alle spalle Isacco: capperi, credevo fosse già parecchio avanti… Invece no: è uno dei fenomeni che hanno sbagliato strada. Mi fa notare che questo trail è vietato alle culone: incasso e taccio, ma pianto uno spillone nella mia personale bambolina vudù con la sua effigie. Spillone che puntualmente oggi andrà a segno…

La prima salita è davvero dura. Finito il lungo tratto corribile, in costa, ci s’inerpica su per un sentierino tutto tornanti, ripido, cattivo. Per fortuna, il terreno non è fangoso come temevo, dopo le piogge dei giorni scorsi. Ma l’insidia, qui, per me, è il respiro: su una pendenza del genere, tocca fare il pieno ai polmoni, e non è facile, con i postumi di una specie di bronchite che mi trascino da un paio di settimane. Respirone profondo, un tappo in gola e via, son fatta, mi sembra di soffocare. Insomma, non sono ancor partita e già ho seri dubbi circa il successo della mia gara. Perdo terreno da chi mi precede, ma ora non ha più importanza; la folla s’è diradata, le distanze tra i corridori aumentano. Tutto ciò che vedo, dell’ascesa al Monte Baron, sono i pochi centimetri di terra oltre le punte delle mie scarpe: non ce la faccio ad alzar la testa; vorrei distrarmi guardando il panorama, ma anche il pensiero di dovermi distrarre è troppo faticoso da sostenere. E poi, il panorama non è comunque gran che; il cielo resta bigio, c’è un po’ di nebbia. Si vede la pianura, ecco, ma nulla della superba cerchia di montagne che ci circonda.
Sono le gambe, ben prima degli occhi, ad accorgersi che la pendenza s’è attenuata. Siamo in cima? Chissà, forse, visto che ora non si sale più, anche se non sono del tutto convinta che si scenda. Percorro lunghi tratti di sentiero alternato a pietraia: qui, i massi più grossi e squadrati sono stati ben riordinati a formare passerelle. Peccato che a me la pietra così liscia ed umida non dia proprio alcun senso di sicurezza: ci passo sopra come se stessi camminando sulle uova… Quando sento avvicinarsi qualcuno alle spalle, mi affretto a cedere il passo; corricchio solo ove il sentiero è davvero sentiero e dove la pendenza lo consente. Si attraversa a mezza costa un pendio di erba e di pietraie; perdo terreno, vedo le figure davanti a me sempre più piccole e lontane. Litigo con gli occhiali appannati e con il passo instabile; se solo alzo gli occhi da terra, inciampare è il minimo che mi possa capitare.

Il primo punto di ristoro giunge proprio di sorpresa: m’ero dimenticata che esistessero, i ristori… Un bicchiere di aranciata, qualche zolletta di zucchero, e pazienza se, in questi pochi istanti, perdo qualche posizione. Centesima o centodecima, fa poca differenza, e poi ormai lo so, che su di qua ne riacchiappo qualcuno. Il sentiero si tuffa in mezzo al bosco, con rampe da capre; naso in su, vedo chiazze di colore muoversi tra i tronchi e la nebbia, sempre più fitta, man mano che si sale. I bastoncini qui sono la mia salvezza; infliggo loro tutto il mio peso ad ogni passo, lavorando di braccia e spalle almeno tanto quanto di polpacci. Non ci sono scuse: lo zaino oggi è leggerissimo… Quel che tira disperatamente verso terra è proprio il mio posteriore! Altro che dieta e sport, ci vorrebbe l’affettatrice del macellaio, qui, per porre rimedio.

La salita è lunga ed impegnativa, la foschia greve, fitta. Si sale senza veder nulla; non ho riferimenti di tempo né di spazio: potrei trovarmi ovunque, sola o forse con dieci compagni di fatica che però non si vedono, né si sentono. Sospesa, scoraggiata, percepisco solo la mia fatica, che mi sembra di non poter sopportare ancora a lungo. Non ho fame, anche se la colazione non è stata poi così abbondante ed è comunque ormai lontana. Lo zucchero mi ha levato un po’ di fiacca, ma forse è stata solo l’impressione del momento. Quando finirà questa salita? Dove diamine sto andando? Cerco le tacche di vernice blu con la foga del cane da tartufo; perdersi, qui, è davvero un attimo. La pentola a pressione dei pensieri negativi ribolle, si agita, fino a scoppiare: ecco, dov’è che credevi di andare, Gian? Pensavi d’essere ben allenata, pronta per chissà quali mattane? Ti han detto che sei in forma e tu, povera illusa, ci hai pure creduto! Ecco qui che fine fa la tua preparazione; tra un po’ va a finire che ti allunghi sull’erba e non ti muovi più… Così rimugino, afflitta e corrucciata. Per fortuna, le gambe già sanno che non devono dare retta al cervello.

Una strettoia tra le rocce: toh, che sorpresa, un essere umano. “Ah, ma allora c’è ancora qualcuno… Credevo d’essermi persa nel nulla!”. “Tranquilla – replica l’inatteso collega – alla peggio, ci perdiamo in due!”. Potere della suggestione, mi sento già un po’ meglio. E la nube fitta in cui tracciamo la nostra strada mi pare già quasi amica. Raggiungiamo in breve una vasca in pietra: dev’essere la Fontana Bruna di cui si parla nella descrizione ufficiale del percorso di gara. Ne approfitto volentieri per due sorsi d’acqua e per riempire la mia minuscola borraccia, che non ho ancora toccato. Una coppia di atleti riparte appena prima di noi: li sento lamentarsi di non avere alcun riferimento sulla posizione… Nemmeno io so a che punto siamo, ma non ha molta importanza. Finché c’è sentiero sotto i piedi, non importa quanto se n’è percorso e quanto ne rimane davanti; tocca andare. Un cartello di legno indica il Colle Lunella a 15 minuti: “Quello è il tempo per gli escursionisti della domenica”, osservo, “a noi basta la metà”. La risposta del mio occasionale compagno di marcia mi sbatte in faccia tutta l’arroganza delle mie parole, che pure ho pronunciato con tutta la mia buona fede: “In questo momento – osserva – mi sento anch’io molto escursionista della domenica…”. Suvvia, non esageriamo, non stiamo affatto andando a spasso.
Pochi minuti più tardi, proprio su quello che ha tutta l’aria di essere un colle, ci imbattiamo in un gruppo di gitanti. Ci annunciano che il Colle del Lys è a circa quattro km e che non c’è più molto da salire, perlomeno, non prima del Lys appunto. Quel che non ci dicono è che la discesa, almeno nella prima parte, sarà tutt’altro che una passeggiata di piacere. Ben presto mi ritrovo a fare uso di tutti i possibili appigli, piedi, mani e fondoschiena, per calare giù tra pietroni umidi, scivolosi, dai bordi aguzzi e dagli insidiosi dislivelli. Tribolo e tengo a freno a stento la paura: alcuni passaggi sfidano il limite delle mie possibilità… Mi muovo con circospezione, provo il passo, conio in silenzio una lunghissima teoria di improperi all’indirizzo di chi ha deciso di farci passare di qua. Mi raggiunge un collega di fatiche che tenta una parola di conforto: “Dai, che tra un quarto d’ora è tutto finito…”. “E’ finito per te, se ti fermi al Lys, alla mezza maratona, ma per me no, niente affatto!”. Mi passa avanti, si dilegua, mentre io resto a lottare con il mio terrore, per ora sotto controllo. Non voglio insegnare il mestiere a chi organizza questo genere di prove, ma, a mio modesto parere, passaggi di questo tipo andrebbero evidenziati già nella descrizione del percorso. Mi torna in mente l’incubo del Trofeo Besimauda, quella tremenda discesa su pietroni che mi è costata una memorabile craniata ed una ricca collezione di contusioni varie…
Il supplizio, per fortuna, è lungo ma non eterno. Infatti, il sentiero diventa qui una bella strada sterrata, ampia, che permette a tratti anche di correre. O meglio: sarebbe da correre tutta, per chi ne avesse le gambe… Per quel che la nebbia mi lascia intravedere, la strada descrive un’ampia curva a destra; è di continuo attraversata da vivaci torrentelli. E’ rassicurante, la presenza dell’acqua. Un po’ meno quella della neve, che ben presto fa la sua comparsa, a chiazze, malconcia, sporca e calpestata. Ritrovo qui il corridore che, poco prima, mi ha sorpassata in discesa: assillato dai crampi, cammina anche in pianura. Da lontano, si scorge una costruzione, su un avvallamento che ha tutta l’aria di un colle. Immagino che il Lys sia quello, anche se non è il punto in cui si approda salendo in bici. Peccato che la conquista della mezza maratona richieda ancora il versamento di un congruo obolo: anziché raggiungere il rifugio per la via diretta, si scende giù di qualche metro, per poi risalire un pendio che è per metà una distesa di fango, denso, tenace, e per metà neve, molle ed acquitrinosa. Dallo spiazzo del rifugio squillano voci di festa in attesa di chi concluderà lì la propria gara. Arranco, sprofondo, scivolo; m’immedesimo per un attimo nella marcia affannosa, lenta ma inesorabile, degli alpinisti che conquistano la cima di un Ottomila… Un passo dopo l’altro, strappato per loro alla mancanza di ossigeno, al gelo, alle intemperie, per me, più terra terra, al fango che inchioda le scarpe al suolo. Quando finalmente guadagno la ghiaia del piazzale, le mie povere calzature hanno l’aspetto di due gommoni…
Al banchetto del ristoro, mi concedo, questa volta, due minuti di tregua. Un bicchiere di the caldo, uno di Coca Cola, un pugno di cubetti di zucchero. Non c’è altro, salvo qualche spicchio d’arancia, ma per me va benissimo così. Anzi, accidenti a me, avevo pensato di mettere nello zaino un po’ delle bustine di zucchero avanzate in ufficio, poi non l’ho fatto. Provvederò la prossima volta. Lascio l’atmosfera di festa allegra ma misurata e mi rimetto in cammino; qualche centinaio di metri avanti a me, alcuni compari di sventura avanzano in gruppo, curvi sotto il peso della pendenza e della fatica già accumulata. Una famigliola di merenderos osserva attonita la scena, dal suo palco privilegiato, una stuoia stesa in mezzo all’erba. Cerco nel prato la traccia di un sentiero: c’è, ma è appena appena accennata; se non avessi il riferimento di chi mi precede, in questo punto non avrei la più pallida idea di dove sia la retta via. Solo più avanti, sui sassi e sui tronchi nella boscaglia, ricompaiono le tacche azzurre.

Improvvisamente sento che ora va meglio. Ho patito, fino al Lys, una stanchezza esagerata, una fiacca di muscoli e volontà che quasi quasi m’avrebbe fatto venir voglia di fermarmi lì. Tutto ciò sembra scomparso, almeno per il momento. Ho la mia lepre, anzi, più di una lepre. non mi resta che inseguire. Il sentiero procede a tornantini, secchi, ripidi, a scalini di terra e pietra nel chiuso della vegetazione. Poi, più avanti, il fitto degli alberi cede il posto alla nebbia: da quassù, chissà dove potrebbe spaziare la vista: è tutto bianco; riesco appena a scorgere le sagome delle persone che mi precedono. Un po’ di distacco l’ho già rosicchiato, anzi, direi un bel po’: raggiungo infatti e supero uno dei fuggiaschi, che ha l’aria di essere davvero stanco. Cammina a passo lento, affannoso, con le mani sui fianchi; si fa da parte quando s’accorge che gli sono ormai alle spalle. Il sentiero è sempre più ripido, tanto che, qui e là, mi viene comodo l’aiuto delle mani; davanti a me sono rimasti in tre. Faccio il possibile per non lasciarmi staccare: qui, la faccenda si fa grama, per me che ho qualche difficoltà con il concetto di equilibrio. Ma alcuni passaggi sono un po’ esposti, la nebbia non dà tregua e in più ci si mette anche la neve: date le circostanze, è meglio farsi degli amici, piuttosto che degli avversari. Meglio lasciar perdere l’agonismo ed aggrapparsi al puro, semplice, materialismo senso dell’utile. Quassù, da soli, fa paura… Non mollare Gian, seguili. Un corridore in maglietta bianca, uno in giacca antivento verde e con i bastoncini, uno con i pantaloncini corti blu; sarà questo, per un po’, il mio arcobaleno di riferimento. Sono ormai quasi a tiro. Ecco le prime chiazze di neve: altro che chiazze, sono veri e propri nevaietti. Siamo alla Cima Coppi della giornata, il Monte Arpone, all’incirca 1.600 m di quota; almeno, questo è ciò che sostiene la cartina del percorso. Tocca prenderla per buona: qui non si vede nulla. Mio malgrado, devo confessare che l’aiuto, sia pure involontario, dei miei compari di fatica mi è preziosissimo: non solo per il conforto della loro presenza, ma anche per le tracce dei loro passi. In questo bianco uniforme non si vede nulla, nemmeno le tacche blu del percorso; se fossi sola, mi troverei in seria difficoltà. Non saprei proprio da che parte andare: mi domando come facciano, loro… Sfrutto le impronte altrui come comodo alloggio per i miei piedi, ma ciò non m’impedisce di incespicare, scivolare, sprofondare di colpo fino al ginocchio. Tutto congiura contro di me: anche madre natura, per mezzo di questi messaggi subliminali, lascia intendere che dovrei dimagrire…

Scolliniamo e mi trovo d’improvviso di fronte al corridore con i pantaloncini blu, fermo e chino sullo zaino. Lo sorpasso, si accoda: buona occasione per far due chiacchiere. La discesa impegna allo spasimo i muscoli delle gambe, ma concede respiro alla lingua. Il sentiero piomba giù ripidissimo, sconnesso, una vera tribolazione: ringrazio il sostegno dei bastoncini, senza cui le mie ginocchia, a quest’ora, sarebbero già esplose. Ogni passo richiede uno studio approfondito: chissà mai se e quando vedrò la fine di quest’incubo… La compagnia mi distrae un po’: a quanto pare, non sono l’unica a vivere istanti di grave difficoltà. Anche il mio compare, il 67, sacramenta parecchio. E dire che lui, di gare toste, ha una bella esperienza: chilometri verticali, Mezzalama Skyrace, maratona corsa in 3h 10′, di certo è uno che non le manda a dire. In più è simpatico ed ha una spiccata pronuncia piemontese, cosa che non guasta, perché almeno i miei irosi “bojafaus” saranno comprensibili. Si lagna d’essere stanco, di aver esagerato, di essersi iscritto ad una gara troppo lunga in rapporto alla sua attuale preparazione: ma non me la dà a bere. Non ha il passo di uno che è al limite delle proprie forze, tutt’altro; a me pare sciolto, agile. La sua stanchezza, se c’è, si chiama “non ho più voglia”, tutto qui. Succede: quante volte m’è capitato di sentirmi lì lì per stramazzare, di pensare ai km ancora da macinare ed alle mie forze che non bastano più. Ma ormai so che le crisi, quasi sempre, si risolvono. Quasi. A volte basta una mezza parola, qualche decina di metri corsi in compagnia, magari un semplice pensiero che avvolge e scuote il neurone dal suo torpore… E via, si riparte. “Dai – lo esorto – non pensarci, ormai è fatta”. Anche se Madonna della Bassa sembra essere davvero molto, molto bassa: questa discesa non finisce più, logora i muscoli e la pazienza. “Non si sente nulla, nemmeno una voce”, sospira “Sessantasette”: ma no dai, sarà la nebbia che attenua anche i rumori. Infatti, di lì a poco, spunta la traccia di una costruzione. La sagoma pian piano si definisce; un edificio, un prato, un brevissimo tratto lastricato, un piccolo porticato. Ed il banchetto del ristoro. Alle spalle dei volontari, una finestra illuminata che sa di tepore: verrebbe voglia di infilarcisi… Invece no. Butto giù un bicchiere di Coca Cola, afferro un boccone di crostata e qualche zolletta di zucchero, e via, di corsetta, lungo un’ampia strada sterrata. L’occhio sempre attento alle tacche azzurre, perché qui, davanti a me, non c’è più anima viva. Se non sono l’ultima, poco ci manca.

Un po’ di respiro per le zampe, che finalmente corricchiano su un fondo un po’ più regolare. Ma non dura a lungo. Con la coda dell’occhio, intuisco una figura bianca muoversi nel bosco, parecchio più in su della mia testa: significa che la pacchia sta per finire… Infatti. Un bivio, segnalato in modo inequivocabile, ed un sentiero che schizza su senza preamboli, nel fitto della vegetazione. Se non fosse per il colore squillante delle gemme, per le foglioline appena spuntate, oggi potrebbe essere una giornata cupa d’autunno, anche perché i piedi scivolano ancora su un tappeto di foglie morte e viscide d’umido. Salgo di gran carriera; della stanchezza molle di qualche ora fa non c’è più traccia. Persino i postumi della bronchite sembrano essersi ritirati in buon ordine. Chi la dura, la vince! A lungo, sento solo il fruscio dei miei passi, il ticchiettio dei bastoncini sulle pietre. L’ascesa è ripida, ma regolare e varia, a tornanti. I fiori: ne ho visti chissà quanti, oggi, ma solo adesso, a mente sgombra, me ne accorgo. Bellissimi mazzi di bucaneve dai colori tenui, lilla, rosa, bianchi, molti in mezzo al sentiero, scampati chissà come al passaggio dell’orda di unni; alberelli dalla chioma grigia, quasi una nuvola di cotone. D’improvviso, mi sembra di sentire passi alle mie spalle: ma sì, eccolo qui, Sessantasette. Ha recuperato il vantaggio che gli ho guadagnato mentre lui indugiava al tavolino del ristoro. Alla faccia della stanchezza! E costui sostiene di volersi ritirare? Gli offro strada, visto che ha birra ben più di me, ma non ne approfitta. Mi fa piacere: così il nostro chiacchiericcio può riprendere, fitto fitto. Dalle nostre avventure passate ai nostri gloriosi progetti per il futuro. Dal sentiero alle roccette, s’intravede la sagoma confusa di ciò che potrebbe essere una vetta. La penultima meta della nostra lunga fatica. Quasi inatteso, ci troviamo accanto il cartello di legno: “Mont Curt”. Alla faccia del “curt, è una vita che saliamo!

Sotto i miei piedi si squarcia il baratro. Questa non è una discesa… Qui ci vuole una scala a pioli, una calata in corda doppia! Per un attimo, mi manca il respiro; poi mi mancano anche le braccia e le gambe. Calma, Gian, è vero, qui sotto c’è il vuoto, ma se tu fissi le punte delle scarpe, forse non te ne accorgi nemmeno troppo… A distogliere il mio pensiero dalla sciagura imminente, provvede l’improvviso straziante lamento del mio compagno di viaggio: lacerante, da strappare il cuore. Anziché guardare in giù, il tapino ha rivolto lo sguardo all’orizzonte; di fronte a noi, leggermente a destra, campeggia la vetta del Musinè: alta, aguzza, soprattutto ancora terribilmente lontana. E riecco la nenia: “No, non ce la faccio, io non arrivo più fin lassù, io mi ritiro”… Già m’immagino la scena: Sessantasette piantato quassù, nel bel mezzo della discesa, che rifiuta ostinato di muovere un altro passo, e l’elicottero che sale da fondovalle per imbragarlo e ricondurlo a casa. A me non pare poi così lontano, il Musinè: spesso, in montagna, la valutazione della distanza e della difficoltà “ad occhio” si rivela del tutto campata in aria. E poi, comunque, è l’ultima salita: non ci si arrende all’ultima salita. Tento la strada della razionalità: “Dai, su, se al Lys eravamo a 22 km, alla Bassa circa a 26, qui avremo almeno 30 km alle spalle. In tutto sono 42; metti 43 o 44, in caso di misura rilevata per difetto. Insomma, non mancheranno più di 12 o 13 km alla fine; quindi, l’orrenda croce di vetta non può essere lontana!”. Il collega protesta, bofonchia, ma continua a camminare. Rimpiange di non aver partecipato, oggi, alla “Tutta dritta”, da Torino a Stupinigi: dieci km di asfalto sarebbe stato tutto l’impegno da profondere, e poi via, a tavola. Mi s’accappona la pelle al solo pensiero, nonostante il mio amore incondizionato per la corsa su asfalto. E’ la seconda volta, oggi, che le mie povere orecchie devono subire questa bestemmia!
Triboliamo entrambi giù per questo sentierino da capre, con la nebbia che s’è diradata giusto in tempo per lasciarmi intuire l’idea del baratro sotto di me. Per fortuna, la discesa ripida è anche breve; segue un lunghissimo tratto di saliscendi, proprio sul crinale che ci avvicina al corpaccione imponente del Musinè. Cammina e cammina, la cima è sempre là; però, quando il sentiero si fa più ripido e la croce scompare, abbiamo la certezza che ormai siamo vicini. Attacchiamo decisi l’anticima, su un sentiero fangoso e ripido che affronto forse con troppo entusiasmo; è tale la voglia di arrivare alla fine… Sessantasette sbuffa, ma non protesta più. “Dai, ormai ci siamo, è fatta davvero”. L’importante è non lasciarsi ingannare: questa è l’anticima. Quando usciremo lassù, ci sarà da salire ancora un po’. Il Musiné è scomparso qui dietro, ma ci attende al varco! Infatti, oltre un breve tratto in piano, le tacche blu ci conducono verso quel che sembra un enorme mucchio di pietre scure, squadrate; è lì che dobbiamo farci strada, piedi e mani e bastoncini, alla volta del nostro piccolo Everest di oggi. Le tacche blu si perdono in una marea di tacche verdi e fucsia: Sessantasette mi spiega che quelle sono le tracce di una cronoscalata che si corre qui, su questa stessa montagna, caratteristica per tante ragioni, per la sua forma, la sua posizione di dominio sulla pianura e le leggende che la circondano. Quattro salti e siamo ai piedi dell’enorme croce bianca: di fronte a me spunta un viso, un banchetto, un altro viso. Ma guarda tu: un punto di ristoro proprio quassù! Che coraggio, chissà quanto freddo hanno incamerato oggi questi due eroici volontari, di certo più loro di noi. Ci offrono vino e formaggio: una meraviglia… Ma non mi sento di approfittarne; ora che sono quassù, il mio unico impeto è la discesa. Mi avvio risoluta verso la classica via di discesa, la diretta verso il Santuario di Sant’Abaco, ma non è questo l’itinerario corretto: ci tocca infilare un altro sentiero, più a destra. Anche qui, il colpo d’occhio è notevole; sotto i nostri piedi si apre l’intera pianura, ma molto, molto più in basso. Se non ricordo male, il Musinè è all’incirca milletrecento metri. Noto uno sperone della montagna che sembra un trampolino di lancio sul baratro, molto più in basso di noi. Anche qui, la prima parte di discesa è aspra, tecnica, rognosa, da prendere con le molle. Vorrei evitare, se possibile, di farmi male proprio adesso… Tutto sommato, fin qui è andata bene; posso contare un buon numero di graffi ed un paio di tentativi di scarnificazione contro gli spigoli della roccia, ma, a parte ciò, nessun problema. Ma, quando si rilassa l’attenzione, il rischio diventa altissimo.

Sessantasette mette in pratica il suo proposito: chiama al telefono la mamma; “Mi vedi? Sto facendo ciao con la manina..:”. Da casa della mamma si vede la cima che ci siamo appena lasciati alle spalle. Qualche pallido raggio di sole si fa strada tra la foschia; la pianura, giù in fondo, illuminata dal sole, è un gioco di forme rettangolari di vari colori, terra, verde. Di lì a poco, sento ancora la voce di Sessantasette: non capisco se stia parlando al cellulare… Eppure sento un’altra voce, in lontananza. Ah, ecco, forse ci sono… Mi aveva accennato alla promessa di un suo collega di lavoro, di andarlo ad attendere sul Musinè. Si vede che la promessa è stata mantenuta! In un attimo, infatti, i due mi raggiungono; il nuovo venuto, Luca, prende vantaggio per scattare qualche foto, poi si mette paziente in coda, accompagnandoci per un buon tratto. Scopro quasi per caso che è uno dei quattro lettori di manzoniana memoria dei miei racconti: anzi, se il Manzoni ne aveva quattro, io ne avrò al massimo tre… Resta da scoprire chi siano gli altri due!
La discesa ripida, ancorché difficile, ora è quasi benvenuta, perché pian piano rende case e capannoni più grandi, più netti, più vicini; insomma, è quasi finita. E proprio per questo, non finisce mai. Riconosco, molto più in basso, il sentiero su cui ci siamo ritrovati, una tarda sera dello scorso inverno, Mik ed io, in vena di esplorazione durante la discesa notturna dal Musinè: quanta fatica, quella notte, per trovare il bandolo di una matassa che oggi, alla luce del pomeriggio, è già bell’e sbrogliata sotto i nostri piedi. Ritrovo anche la traccia appena accennata che ci ha portati giù, sulla strada tagliafuoco, passando per un intricato e rocambolesco giro tra le rocce, quando sarebbe bastato… Andar dritto!

Questo versante della montagna, già di per sé pelato ed inospitale per qualsiasi forma di vita vegetale più alta di un cespuglio, dev’essere stato recente vittima di un incendio; fili d’erba novelli spuntano in mezzo a ciuffi carbonizzati, così come sono anneriti i rami degli arbusti. Ora il sentiero corre a mezza costa, sale e scende; andiamo e andiamo, senza mai veder la fine. Ho fame, sento la fiacca che mi assedia sulla spalla: corro ovunque posso, quasi bastasse ad abbreviare la sofferenza. Ci vorrebbe un po’ di zucchero… Luca e Sessantasette – a questo punto mi pare un po’ tardi per chiedergli come si chiami – non perdono terreno. Ormai è un coro di lamentele: ma quando finirà?

D’improvviso, eccoci alla strada tagliafuoco. Finalmente si corre! Non che io abbia tutta quest’energia residua da sprigionare… Ma le gambe, contratte per tanto tempo nello spasimo contro la gravità, hanno bisogno di lasciarsi andare. Nella nostra galoppata verso il fondovalle, abbiamo raccattato un terzo corridore, che ora si unisce. Luca ci lascia, torna all’auto: tanto ormai è finita… O meglio, questo è ciò di cui siamo convinti. Confortati dal tepore del sole e della temperatura di pianura, trottiamo verso il campo sportivo di Caselette. E’ in corso il gioco di un gruppo di ragazzini che vestono tutti la stessa divisa, camicia azzurra, pantaloncini blu ed una striscia di stoffa che pende giù dalla cintura, sul didietro. Scout? Credevo non esistessero più… Lì in mezzo, una visione mistica: il banchetto del ristoro, l’ultimo. Sognavo la zolletta di zucchero, eccomi accontentata; ne arraffo tre. Il volontario ci redarguisce: non è finita… Ancora quattro chilometri e mezzo ed una bella salita! Con un lamento spezzato, Sessantasette si accascia sul banchetto. Ormai non mi domando nemmeno più se gli devo credere… Ha zampettato fin qui in tutta disinvoltura; ne ha ancora per farne quaranta, di km, altro che quattro!

Mi lancio su per la strada sterrata, coperta di ciottoli tondi in cui il piede affonda. So che il mio compagno di fatica non mollerà l’osso, proprio adesso. Infatti, poco dopo, è già alle mie spalle, cupo, contrito, ma c’è. Sarà questa, la “bella salita”? In effetti si va in su, ma per pochi minuti; poi, la strada ciottolosa diventa sterrata e piega netta a destra. Sul fatto che siamo in direzione di Valdellatorre non c’è dubbio; alla nostra destra abbiamo la pianura e la strada asfaltata. Quel che ci preoccupa è il montrucco alla nostra sinistra: dovremo aggirarlo, oppure saltarlo? Sarà lì la “bella salita”? Scrutiamo con ansia il gruppetto di corridori che ci precede di un centinaio di metri; strada, poi sentiero tra prato e boscaglia, ancora strada. Li vediamo piegare decisi a sinistra: oh no, non diteci che… “No, no, io mi fermo qui, basta”, sbotta Sessantasette. Ma dai, non è possibile che si vada lassù. Se la matematica non è un opinione, non è proprio possibile. Da qui, mancheranno tre chilometri… Raggiungere i tre fuggitivi ormai è quasi un punto d’onore, più per me che per il mio fido alleato, che ormai mi segue senza protestare. Corricchio tra i rovi ed il fango; ma che fango, ormai è tutto un unico pantano. Fango, pozze, acqua nera e melmosa; non voglio nemmeno sapere in cosa sto affondando le mie povere scarpe. E’ ben difficile stare in piedi, altro che correre. Ma era proprio necessario costringerci ad attraversare un acquitrino? Un po’ di sano asfalto non avrebbe ucciso nessuno, checché ne dicano i puristi della corsa in montagna… I tre fuggiaschi sembrano ormai aver consolidato il vantaggio, quand’ecco che… Una radura, la strada asfaltata. “Secondo me ci siamo”. Sessantasette è scettico, ma io non ho dubbi. “Quello è il palazzetto”, ripeto. Ecco il guado che ci avevano annunciato prima del via: beh insomma, guado… E’ fino adesso che sguazziamo in mezzo ad una melma ben peggiore! Se non altro, questo è un torrente; acqua limpida che potrà pulire un po’ le suole. Ecco il gruppetto: mi sembra chiaro che i tre personaggi se ne infischiano di noi e del nostro inseguimento, perché si godono gli ultimi metri al passo di chiacchierata. Io non sento ragioni, voglio concludere: sotto l’occhio vigile dei volontari addetti al traffico, mi tuffo in mezzo alla strada e mi godo gli ultimi cento metri di pura, regolare, godutissima corsa su asfalto. “Non so come tu faccia a correre ancora”, osserva il mio compagno di viaggio: “Beh, faccio esattamente come stai facendo tu! Dai che è finita!”.

L’arrivo si addice alla partenza ed all’intero sviluppo della corsa: essenziale, spartano, attraverso una porticina e davanti al tavolino degli addetti che si annotano il numero di gara. Senza tante cerimonie, tante inutili parole: bellissimo… Un saluto veloce, “Alla prossima”, e me ne vado a cercare il conforto dell’Opelina: eccola là, in paziente attesa, come sempre, nel parcheggio ormai quasi vuoto, indicativo della mia posizione in classifica. Ai primi posti, capovolgendo l’elenco, come sempre. Mentre armeggio con le scarpe infangate, seduta sul bordo del bagagliaio, alzo gli occhi e mi trovo davanti il buon Isacco, con l’aria da cane bastonato, dolorante e deluso della giornata: il ginocchio malconcio, a quanto pare, è tornato a tormentarlo. Sapevo che il mio spillone non avrebbe fallito… Così impari a prenderti gioco della parte migliore, beh, diciamo più grossa e pesante, di me! Ma mi dispiace per lui, mi fa tenerezza, lo so che è un bruto dal cuore d’oro, e che non è cattivo ma lo disegnano così. Se non altro, questa volta, io non ho colpa dei suoi guai, se non nell’intenzione. Mi annuncia che al ristoro finale, dentro al palazzetto, c’è abbondanza di cibo spazzatura: mi ci fiondo senza esitazione, è proprio vero, pizza e Coca Cola a gogò. Degna conclusione di una splendida giornata. Ci sono persino le uova sode, ma la focaccia ha già conquistato il mio cuore ed il mio stomaco. Gli ultimi saluti qua e là, poi via, direzione Torino, tangenziale, casa. Con il sogno della focaccia che mi attende anche a casa: in previsione dell’arrivo di Matteo, ovviamente in sella da Genova ed affamato, ho fatto scorta e riempito il frigo; un vassoio intero di tranci di ogni genere, bianca, al pomodoro, con pomodoro e formaggio, con le melanzane, con le zucchine. Più dodici vasetti di yogurt, mezzo chilo di pane, mezzo chilo di gelato. Conoscendo il soggetto, non resteranno avanzi…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!