17 marzo 2018 – SONO MOMENTI DIFFICILI…

La vita di una podista può essere, talvolta, molto triste. Capita che, da qualche settimana, un subdolo, ostinato, acuto dolore ai piedi, precisamente sotto la parte anteriore dei piedi, renda un supplizio ogni uscita di allenamento che la podista si ostina ad infliggersi. Capita che, al dolore ai piedi, da alcuni giorni si sia aggiunta una bronchite con i controfiocchi, con annessi febbre e scatarramenti da tisico all’ultimo stadio. Infine, capita che piova: giornata grigia, fredda, uggiosa d’inverno, in cui qualunque persona di buon senso eviterebbe accuratamente di uscire da sotto le coperte, foss’anche per i normali bisogni corporali.

Ma io sono già in ansia da giorni: dovrei accumulare chilometri e non riesco a correre; mi ci costringo, con risultati frustranti. Non riesco a stare senza far nulla, non posso, è più forte di me. Il mio rifugio, in questi casi di estremo strazio, rimane la bici da spinning: l’acquisto più azzeccato che, in tema sportivo, abbia mai fatto. Ecco, non si può proprio dire che la bici da spinning, a casa mia, abbia fatto la classica fine degli attrezzi ginnici da casa. Ce l’ho da qualche anno e penso di averla consumata, ormai.

Quindi, oggi spinning, almeno un’ora. Accanto alla stufa, però, perché il clima e la febbre mi hanno appiccicato il gelo addosso.

Già, fosse semplice. Per me, la bici da spinning è la bici da spinning, strumento di allenamento e fatica. Per MADRE, la bici da spinning è una sorta di appendino multifunzione. Quindi, prima di poter saltare in sella, io devo rimuovere, con ordine e metodo, tutto ciò che è appoggiato sulla sella o appeso al manubrio: borse, borsette, borsine, stracci per il pavimento piegati ed impilati, giacche messe ad asciugare. Una decina di minuti di lavoro: tutte le sante volte. Disseppellito finalmente il mio attrezzo ginnico, lo sposto a fatica verso la stufa a legna: in altri tempi, la bici avrebbe avuto le rotelline, ma ora ne resta solo qualche frammento. Quindi, la faccio scorrere sui feltrini che ho opportunamente appiccicato sotto gli appoggi, da bravo donnino di casa quale sono, per pietà dei pavimenti. Ci salgo sopra, schierando sul vicino tavolo tutta l’elettronica di cui dispongo: Garmin per misurare i battiti cardiaci, tablet per la musica, cellulare in modalità cronometro per controllare i tempi dei vari esercizi.

MADRE, in casa, ascolta la radio 24h su 24. O meglio, tiene accesa la radio. Credo che, per la maggior parte del tempo, non abbia neppure idea di cosa venga detto, cantato o recitato. Di tanto in tanto, si risveglia dal suo mondo e si domanda “Ma perché io sto ascoltando la partita di calcio?” e cambia canale. Io non amo la radio, o meglio: in casa, amo il silenzio. O il frastuono degli ululati dei cagnoni. Infatti, da molti anni non ho più il televisore. Ma, povera donna, non posso pensare di proibire a MADRE anche la radio. Risolvo il problema con le cuffie, ignorando con un improperio l’avviso accorato del tablet: “ascoltare musica a volume troppo alto con le cuffie può causare danni all’udito”. Benissimo, grazie, occupati degli affari tuoi, che alle mie orecchie penso io.

Finalmente, allestito tutto l’ambaradan, posso cominciare. Sono pronta: indosso un paio di vecchi pantaloncini da bici troppo sforacchiati per essere proposti in pubblico, una maglietta con le maniche corte che ha visto tempi migliori, una bandana per limitare le cascate di sudore sulle lenti degli occhiali, due calze, non un paio, proprio due calze, accoppiate in modo rigorosamente casuale, ed un paio di scarpe da corsa non più adattea alla corsa. Riscaldamento, esercizi, ripetute. I cagnetti piccoli, Fulmine e Zampa, manco a farlo apposta, circolano a due dita dai miei pedali, azzuffandosi per gioco; Céline ci si sdraia addirittura vicino. Gli spazi, in casa mia, sono angusti e gli abitanti, soprattutto a quattro zampe, sono parecchi. Pedalo con un po’ di ansia: se si avvicinano troppo, un colpo del pedale li può ferire… Proseguo il mio programma, fiduciosa, sulle note delle compilation di musica disco anni Novanta che scovo in giro per Internet.

Ma la stufa sembra stia per spegnersi. MADRE se ne accorge, circumnaviga la postazione da spinning, ci si avvicina, la apre, la colma di legna: una nuvola di fumo caldo mi investe, causandomi un mezzo soffocamento con l’aiuto della tosse incarognita. Ovviamente, ero nel momento di massimo sforzo e massima necessità di ossigeno. Coraggio, Gian. Ciò che non uccide fortifica… Con i polmoni ormai rivestiti di catrame e le vie aeree ustionate, continuo a pedalare. Spero almeno che il trattamento giovi alla bronchite.

Ancora i cagnetti che giocano alla lotta e mi si avvicinano troppo. Provo ad intimorirli con un bercio: “Se vi fate male, sono poi cavoli vostri!”. Quelli si bloccano per un nanosecondo, mi guardano con l’aria di “Ma che vuole questa” e poi riprendono a scannarsi. So di aver sempre avuto il carisma del capobranco.

Non passano dieci minuti, che MADRE è colta da un raptus di pulizia domestica. Deve aver percepito un improvviso accumulo di polvere sul pavimento, proprio sotto la mia bici da spinning. Mi ritrovo, infatti, la ramazza proprio sotto ai pedali, mentre, ormai quasi scoraggiata, mi sforzo di proseguire seriamente il mio programma di allenamento della giornata. Prima a destra, poi dietro, poi riecco la ramazza, a sinistra. MADRE è granitica nel suo intento, la polvere va debellata subito, senza tentennamenti, ora, qui, adesso.

Inutile arrabbiarsi. MADRE non è cattiva, è che la disegnano così. E continua a piovere, ed è buio anche se è primo pomeriggio. Mestamente concludo il mio allenamento, nella speranza che sia servito a qualcosa. Ma ovviamente ho scordato di accendere il boiler per la doccia. Sì, sarebbe stato meglio restare a dormire.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!