17 aprile 2011 – Al Beigua in mountain bike

“Aiuto… Dove sono, chi sono, perché?”. Brancolo nel buio alla ricerca dell’interruttore dell’abat-jour, ma non potrei trovarlo neanche avessi tante braccia quante la dea Kalì. Impiego qualche secondo a realizzare che ieri sera mi sono coricata sul divano, non in letto. Quel che proprio non riesco a ricordare, benché mi sforzi di spremere il neurone, è il motivo: perché oggi è particolarmente importante che io mi alzi a quest’ora? La sveglia alle quattro e mezza è ormai da tempo la mia abitudine quotidiana; oggi, però, c’è proprio un preciso motivo per cui l’ho puntata a quest’ora. Ma quale?

Allungo un braccio verso il pavimento. La mano piomba su un corpo caldo, ossuto e peloso: ah già… Ci sono, ora ricordo. La sequenza di vertebre sotto le mie dita appartiene a Céline, che al trillo dell’infernale marchingegno non ha fatto una piega. E’ importante che io mi alzi immediatamente, perché devo preparare la pappa per lei e per il Tittone, due razioni per colazione e due per pranzo, devo portarli a far la passeggiata mattutina, devo sistemare lo zaino e la borsa per me, devo far colazione, caricare la mountain bike in auto, raggiungere Varazze alle sette e mezza.

Rispetto ai miei due ammassi pelosi, le leggi della matematica sono costrette a chinare il capo e ad ammettere eccezioni altrimenti inammissibili. Non è affatto vero che uno più uno fa due, se si mettono insieme il Tittone e Céline. Il Tittone è ormai un cane di mondo, abituato alla vita di casa ed ai ritmi forsennati della sua padrona, a cui ha ormai sviluppato un’inattaccabile resistenza passiva; ogni volta che fiuta aria di preparativi per qualche trasferta sportiva, il furbacchione si ritira sul lettone, maestoso, e sprizza più o meno la stessa vitalità di una statua di sale. Credo sia una forma di difesa preventiva, casomai mi venisse in mente di coinvolgerlo. Ergo, con lui avevo vita facile: passeggiata in giardino, ciotola piena e via, a qualsiasi ora del giorno e della notte, contando sulla collaborazione di mammà che, in orari più congrui per i comuni mortali, passava a raccattare il suo beniamino peloso e lo portava con sé all’aperto. Da quando Céline ha invaso la mia casa e la mia vita, la faccenda s’è un tantino complicata: la bestiola, si fa per dire, riunisce in sé l’esuberanza incontenibile di un cucciolo di sei mesi con la stazza altrettanto incontenibile di un goffo corpaccione di venticinque chili, destinati a diventare, in un futuro molto prossimo, ben di più.

Riesco a mettermi al volante con venti minuti di ritardo rispetto al mio piano d’azione, solo dopo lunga operazione di diplomazia per convincere Céline a restare da sola in giardino, a quest’ora, senza abbaiare. Piange disperata, quando mi vede andar via, ma il suo dolore è tanto acuto quanto facile da consolare: il mio posto nel suo cuoricino può essere ben riempito da un osso di pelle pressata, che masticherà furiosamente per qualche ora. Sarà mattino inoltrato quando il terremoto peloso avrà sbriciolato l’ultimo frammento del giocattolo e si ricorderà di essere un cane vivace e rumoroso: a quel punto, non ci saranno più vicini inferociti per essere stati svegliati nel cuore della notte.

Per fortuna, le mie previsioni circa i tempi di percorrenza sono sempre pessimiste: così, nonostante il ritardo, riesco comunque a parcheggiare l’auto a Varazze alle sette e mezza in punto. Abbandono la Opel in un parcheggio in cui, in teoria, ci si potrebbe fermare al massimo per due ore: Matteo giura che non è vero… Rinuncio a domandarmi quale sia il fondamento di cotanta sicurezza; speriamo di ritrovare ancora l’auto, stasera.

Pochi minuti e sono in sella alla MTB, lungo l’Aurelia, in direzione Varazze. Cielo limpido, una leggera brezza, il profumo inebriante del mare, a cui non sono abituata. E’ stupenda l’Aurelia alle prime ore del mattino, quando le bestie da spiaggia sono ancora sprofondate nel sonno. Poche auto, poco movimento; si può permettere allo sguardo di posarsi sulle rocce, sulle onde, sull’orizzonte senza rischiare di essere travolti, centrati da una sportellata, disarcionati da un pedone che attraversa la strada senza alcun criterio. A Cogoleto, finisco in pieno nella corrente del profumo di brioche. Ci sono già parecchi ciclisti operativi, quasi tutti in bici da corsa, quasi tutti tirati a lucido, vestiti a puntino, tesi e carichi come molle. Strizzo gli occhi per riconoscere, fra i tanti, Matteo, ma sarà lui per primo a mettere a fuoco me, poco oltre Cogoleto. L’ora quieta del mattino mi permette una disinvolta inversione a U: se solo mi azzardassi a ripetere la manovra tra un paio d’ore, qui, si troverebbero frammenti di me fino a La Spezia…

Torniamo per un breve tratto verso Cogoleto; svolta a destra et voilà, la prima salita. Una strada asfaltata con pendenza scandalosa: “Strada dei Maxetti”, leggo su un cartello, ma non ho il fiato per chiedere a Matteo cosa siano i “maxetti”. Anche lui oggi è munito di mountain bike: il programma prevede la salita al Beigua per una strada in gran parte sterrata. Ma già qui, sull’asfalto, in mezzo a ville e giardini, mi trovo in seria difficoltà. Sulla prima rampa, la ruota anteriore ha minacciato di staccarsi da terra; le rampe successive non promettono nulla di buono. Beh Gian, cosa ti aspettavi? Hai accettato il rischio di un giro in bici con itinerario creato da Matteo; ormai sai bene a cosa vai incontro. Nessun problema: la vecchiaia porta consiglio; col tempo, ho imparato anche a difendermi. Pedalo finché posso; non appena la pendenza, oltre una curva, torna ad essere indecente, butto giù i piedi e salgo con la bici per mano, pedibus calcantibus. Una nota di delusione nella voce di Matteo: “Ah… Proprio così?”. “Sì, proprio così – rispondo, secca – non ho alcuna intenzione di morire”. Non l’avrei fatto, tempo fa: mi sarei incaponita per salire in sella ad ogni costo, avrei provato paura, mi sarei arrabbiata. Cui prodest? In fondo, a pedali o al passo, il tempo che impiego per salire è lo stesso…

La stradina risale, stretta ed inondata di sole, tra abitazioni sempre più rade, spesso difese da minacciosi cani da guardia. In effetti, una villa appariscente in un luogo così isolato eppure, tutto sommato, accessibile, è un obiettivo fin troppo ovvio per gli amanti delle rapine. La pendenza si attenua, man mano che saliamo; la stradina si restringe passando tra due ali di fitto bosco. Domina il colore verde brillante delle foglie appena schiuse. Poi, quasi d’improvviso, si scende, giù di gran carriera fino a Sciarborasca. Da qui, riprendiamo la salita, in direzione delle Faie, con pendenza più dolce e curve che seguono i pendii della montagna, il bosco dinuovo fitto che spesso lascia vedere solo il culmine dei tetti di qualche abitazione isolata. Proprio mentre imbocchiamo il bivio verso l’Eremo del Deserto, il trillo di un messaggio sul telefonino. E’ mia mamma che annuncia, per sommi capi, uno dei disastri di Céline… Approfittando del privilegio concesso alle chiamate tra i nostri due numeri, gratuite per contratto, le telefono: pare che la mostriciattola abbia disintegrato la bottiglia di Barbera ricevuta come pacco gara la scorsa domenica a Valdellatorre, bottiglia che avevo piazzato in un angolo degli scalini dell’ingresso, convinta che mai e poi mai la pelosa dispensatrice di danni se ne sarebbe interessata. Céline invece se n’è interessata eccome, tanto da rovesciarla, mandarla in frantumi e leccarne con entusiasmo il prezioso contenuto sparso sugli scalini e per terra.Già, avevo dimenticato l’incommensurabile potere disastrogeno di un cucciolo…

Risaliamo una strada asfaltata, ma in brutte condizioni, che costeggia un torrente; più di una frana ha grattato via parte della carreggiata, trascinandola giù per il pendio. Una specie di mezzo cratere è rimasto a testimonianza del punto in cui, racconta Matteo, la strada ha ceduto sotto il peso di un camion: nessuna conseguenza per l’autista, per fortuna, ma che disastro… Il sole va e viene; passa qualche nuvola di troppo. In località Le Faie, salutiamo l’asfalto per immetterci su una strada sterrata che, almeno sulle prime, promette bene: comoda, pedalabile, con un buon fondo. Ma non m’illudo. Il mio compare di viaggio mi ha più volte assicurato che lui stesso, anni fa, ha percorso questa strada in sella ad una bici precaria, senza difficoltà: sarà una passeggiata, a sentir lui. Ormai, questo genere di affermazioni da parte sua scatena in me un’istantanea, automatica reazione difensiva: Gian, preparati, perché sarà una catastrofe tale che, al confronto, i viaggiatori del Titanic sembreranno aver fatto il bagnetto nella piscina gonfiabile. E’ matematico, è ineluttabile. Sii coraggiosamente pronta al peggio.

Per i primi chilometri, la pedalata scorre sorprendentemente fluida; chiacchiero, mi godo il panorama e la quiete assoluta di questa bella strada sterrata. Man mano che si sale, però, cominciano gli intoppi. La pietra troppo sporgente, la ghiaia scivolosa; qualche esitazione di troppo, la paura di cadere. Butto i piedi a terra una volta, due, tre; fatico a risalire e ripartire, mi fermo ancora, m’innervosisco. Un lento ma inevitabile avvitamento che mi porta a temere anche i passaggi più innocui. La paura annienta quel poco di equilibrio. E’ vero, bisogna scegliere un rapportino molto agile ed accelerare la pedalata per superare l’ostacolo; tutto vero, in teoria: del resto, è quel che ho sperimentato solo pochi giorni fa, mercoledì pomeriggio, quando mi sono sciroppata per due volte la salita al Monte San Giorgio da Piossasco. Quel giorno è andato tutto bene, tutto sotto controllo; i piedi a terra li ho gettati ben poche volte. Ero tranquilla, non avevo fretta, ero sola. La salita al San Giorgio, come fondo, non è certo più agevole del terreno su cui mi trovo ad incespicare oggi; eppure… Mi conosco, ormai: va tutto bene se va tutto bene, e non è un’ovvietà; intendo dire che, alla prima difficoltà, il castello di carte della mia sicurezza crolla e si sparpaglia miseramente a terra. Percorro tratti sempre più lunghi camminando con la bici per mano: mi spiace per Matteo, che di tanto in tanto si ferma pazientemente ad aspettare. Il fondo peggiora, man mano che si sale. Già, per lui che è un funambolo, non c’è alcun problema; lo vedo sgambettare agile e sparire dietro alla curva. Eppure non si rende conto di quanto fuori del comune siano le sue doti di equilibrio, e non è un’osservazione soltanto mia. Per lui è tutto facile. Per me che, al contrario, sono patologicamente incapace anche della più elementare dimostrazione di senso dello spazio e della posizione, qualsiasi ostacolo è un abisso. Ed anche oggi ho avuto la conferma che qualsiasi valutazione delle difficoltà di un percorso, se proviene da Matteo, è per me del tutto inattendibile. Per fortuna, me l’aspettavo: quindi, salire di buon passo a piedi e guardare il mare non mi crea alcun dispiacere, anzi, aggiunge bellezza alla bellezza della giornata. E pazienza se un paio di frane, la prima davvero impressionante, mi costringono a complicate evoluzioni per traghettare me stessa e la bici.

Il vento più freddo ed appena più forte annuncia che ormai siamo vicini alla vetta. Anzi, sono: il mio compare sarà già su da un po’. Arranco pigramente lungo la strada sterrata; torno in sella solo quando ormai la pendenza ed il fondo sono decentemente praticabili. Raggiungiamo un ampio pianoro brullo, spazzato dal vento, con tracce di staccionate ed aree picnic. E’ bella la MTB, portata sul suo vero terreno, ma richiede molta concentrazione, genera tensione. Gioisco di vero cuore quando mi accorgo che si torna all’asfalto: sbuco proprio di fronte al rifugio di Prariondo. Matteo mi attende seduto su un muretto in pietra: sembra fiiutare l’aria, come il segugio, alla ricerca dell’elettricità che annuncia l’arrivo della tempesta. Ma oggi è giornata di luna buona. “Me lo ricordavo più facile” – si scusa, come a parare il colpo della scure che stia per abbattersi sul suo cranio. “Nessun problema” – replico – “Là dove non riesco a salire in bici, procedo a piedi”. Ma non mi nego il gusto di un succulento “Te l’avevo detto”, che, in questo caso specifico, significa: “Te l’avevo detto, che le tue valutazioni di percorso non meritano alcuna fiducia…”. Affermazione incontestabile, quindi a maggior ragione fonte di intima soddisfazione, la mia. Ormai non mi arrabbio più, ma so bene che, agli iniziali entusiasmi del mio accompagnatore, espressi sia in termini di chilometri che di dislivello e di tempo, corrisponde regolarmente un lavoro di taglio, limatura, sforbiciamenti vari, a causa della mia cronica lentezza. Insomma: se Matteo preventiva un giro con 150 km e cinque salite, in mia compagnia, a fine giornata avremo raggiunto sì e no metà degli obiettivi, non di più, spesso di meno. Lui prende se stesso come altissimo punto di riferimento, ma io, al confronto, ho preso la residenza al pian dei babi.

Finalmente poggio i piedi, e le ruote, sul confortevole asfalto. E’ un sollievo, anche se la salita sterrata appena conclusa è bellissima. Pedalare in mezzo alla vegetazione, nel silenzio e senza l’assillo delle auto è stupendo; diventa però fonte di tensione quando ci si rende conto di non essere all’altezza della situazione. Dal rifugio di Prariondo, ci avviamo per l’ultimo tratto della salita al Beigua via strada asfaltata, sferzati dal vento ancora freddo e da un sole incerto. Non so se sia una mia impressione, ma spingere in salita su sterrato prosciuga le energie, tanto che adesso sconto una gran fiacca, a cui spero che il miele possa porre rimedio. Raggiungo la selva di antenne e trovo Matteo intento nella sua attività principale: aspettarmi. Mi offre un po’ di cioccolato a cui non so dire di no. Certo che, se davvero le antenne, i ripetitori et similia fossero dannosi per la salute, stasera noi saremo defunti!

Indossate le giacche, ci lanciamo in discesa, ancora verso Prariondo e poi in direzione di Piampaludo. La strada, asfaltata per modo di dire, corre nel fitto del bosco; tra le varie specie di alberi, l’unica che riconosco senza dubbi è il faggio. Un trionfo di sfumature di verde acceso, le prime foglioline primaverili, che quassù spuntano con un certo ritardo rispetto alle colleghe della pianura e della costa. Si scorge ancora qualche chiazza di neve. Gli scorci aspri e selvaggi che di tanto in tanto le chiome degli alberi lasciano intravedere sono sempre, per me, una meraviglia.

A Piampaludo, Matteo indica una strada secondaria sulla destra. Lo seguo senza batter ciglio, dal momento che non ho idea né di dove ci troviamo, né tantomeno di quale sia il nostro itinerario. Percorriamo qualche chilometro di questa via stretta, buia nel folto della vegetazione, punteggiata di abitazioni. Quanto mi piacerebbe vivere qui, lontana da tutto. Ecco: poter vivere con il mestiere di scrittore e potersi ritirare quassù, senza essere per forza costretta a frequentare altri esseri umani al di là di poche persone fidate e gradite. Sarebbe un sogno. Io, che sono quasi preoccupata dall’immane difficoltà che incontro nell’avere a che fare con i miei simili, vivrei benissimo quassù, con la sola compagnia della mamma, dei miei cani e del mestiere che sarebbe per me ideale, se solo mi desse da vivere. E la più modesta e precaria di queste abitazioni sarebbe già una reggia.

Curva dopo curva, perdiamo quota, ma, quando meno ce l’aspettiamo… La strada finisce. S’interrompe, non c’è più. Chi avesse deciso di affrontare la discesa con piglio troppo sportivo, ritroverebbe brandelli di sé sparpagliati sulle rocce in fondo all’impetuoso torrente. La piena, la frana o chissà che, si è semplicemente portata via il ponte. Al suo posto, una voragine di almeno dieci metri di ampiezza. Che fare? Ad una prima occhiata, non pare impossibile discendere il pendio sabbioso a fianco della strada e guadare lì, in un punto in cui l’acqua è bassa ed alcune rocce affiorano a mò di passerella. Tuttavia Matteo, conscio della mia scarsa familiarità con i virtuosismi da equillibrista, e temendo i miei strali per le conseguenze nefaste di un’idea che tra l’altro è mia, preferisce fare dietrofront. A suo parere, per tornare a Piampaludo ed imboccare la strada principale, basteranno dieci minuti. Io quasi non fiato, ma ricordo bene la lunghezza e la pendenza di quest’ultimo tratto percorso in discesa: ci vorrà mezz’ora o quasi… In ogni caso, a ben pensarci, tornare su è l’idea più saggia. Chissà, magari ci lanciamo in un rocambolesco guado e poi, un chilometro dopo, ci troviamo di fronte ad un altro crollo…
Risaliamo con calma, all’ombra del fitto bosco. I cani di guardia ai giardini erano convinti di aver già fatto il loro chiassoso dovere al nostro passaggio di andata; beh, loro malgrado, dovranno sopportare gli straordinari. Da Piampaludo, seguiamo la direzione per Vara Superiore, dove finalmente, su uno spiazzo, individuiamo una fontanella. Il caldo si fa sentire e le borracce sono vuote: la mia, come sempre, era vuota già alla partenza. E’ già tanto che mi sia ricordata di portarla; riempirla, però, sarebbe stato troppo. Condividiamo il piazzale con un gruppo di motociclisti del genere “da turismo”, alla disperata ricerca di un tavolo sotto cui distendere le gambe e sopra cui sfogare la voracità repressa; addirittura si dividono, ciascun gruppo con un angolo del paese da scandagliare. Matteo traffica intorno alla mia ruota libera, che ha qualche problema: la catena rifiuta di saltare sulla corona posteriore più grande, che per inciso non so nemmeno quanti denti abbia. So solo che ogni tanto servirebbe, ma non la posso usare e me ne faccio una ragione.

Il sole non è abbastanza deciso da risparmiarmi i brividi, dopo qualche attimo di sosta. Saluto con sollievo il momento di ripartire. Attraversiamo le poche case del paese. Qui il panorama urbano è davvero desolato: siamo in mezzo ai monti, di fatto, e mi suona strano vedere tanti condomini: palazzine piccole, dieci, quindici alloggi al massimo, occhio e croce, ma che nel contesto sembrano del tutto fuori posto. Sembrano trapiantati qui dalla periferia di qualche città di pianura. L’impressione, poi, è uno stato di generale abbandono; molte abitazioni sembrano vuote, non per via di una presenza stagionale dei proprietari, ma proprio perché non servono più.
La strada, fin qui larga e dritta, si restringe e guadagna dislivello con un paio di curve. Oggi è terra di motociclisti: è con una certa apprensione che ascoltiamo il rombo dei motori alle nostre spalle… Sperando che non sbaglino la curva.

Lasciata più giù la civiltà, la strada ci regala lo spettacolare panorama che si gode dal Faiallo: una vista impagabile sulle valli boscose che digradano verso il mare. Peccato per la foschia che sfuma contorni e particolari. La pendenza è lieve e permette di guardarsi intorno, con un po’ d’attenzione per il vento, che quassù è rinvigorito. Sono a bocca aperta. Che meraviglia… Mi riporta alla dura realtà il carnaio che popola il belvedere al passo del Faiallo: decine di auto parcheggiate malamente a bordo strada ed i loro occupanti, moltiplicati per chissà quanti ogni auto, ammassati su un fazzoletto di prato, a menar le mandibole e dare aria all’ugola. Raccapricciante… Questi, con tutta probabilità, sono in gran parte genovesi; si lasciano alle spalle il caos folle di Genova per poi venire ad intrupparsi tutti quassù… Proprio come le pecore, tutti insieme; basterebbe spostarsi di cento metri per avere abbondanza di spazio vitale a propria disposizione. Ma far cento metri a piedi, magari con il cesto del picnic, è fatica. Tremendo. Piuttosto che trascorrere una giornata così, metto le dieci dita delle mani su un’incudine e me le faccio martellare una per una!

Matteo condivide il mio disgusto. Tiriamo avanti, la quiete riconquistata; non posso fare a meno di fermarmi un momento per osservare, da ferma, l’abisso che si apre giù sulla vallata. Splendido. Di qui passava il percorso del Gran Trail Rensen, il cui organizzatore purtroppo, nonostante gli sforzi e la passione profusi, è stato costretto a gettare la spugna ed a lasciar perdere. Ricordo bene che impressione mi ha fatto, per entrambe le edizioni, buttarmi giù lungo il sentiero che sembra voler schizzare in fondo al baratro.

Risaliamo al Passo del Turchino: la giacca, indossata per la discesa, mi riduce in pochi minuti ad un piatto cotto al vapore. Invidio Matteo che può permettersi di salire quassù tutti i giorni, se crede. Da Carmagnola bisogna macinare un bel po’ di km, per trovare una salita che non sia un cavalcavia; in più, negli ultimi anni, l’esplosione edilizia selvaggia ha rovinato anche quel poco di bella campagna che rimaneva. Una gran tristezza.
Oltre il primo tratto di discesa, imbocchiamo sulla sinistra una stradina sterrata in discesa, che va a passare sopra l’autostrada. Un tratto di difficoltà oserei dire elementare, ma ormai, per oggi, il mio senso dell’equilibrio ha davvero deciso di non concedere più alcuna collaborazione. Mi sento su una barca in balia del maremoto; non sono io a guidare la bici, bensì un senso di paura incontrollata di qualsiasi cosa. A furia di frenare e scender di sella, riesco ad impiegare un’eternità anche per questo brevissimo tratto, forse nemmeno due km. Trovo Matteo ormai stoicamente rassegnato a sopportare tutto ciò: alle sue spalle, una galleria ed un semaforo rosso. In me alberga ancora lo spirito del vero ciclista ligure: che sarà mai il rosso, è un colore come un altro… Forse per scacciare l’onta della fifa appena dimostrata giù per la stradina, mi dirigo decisa verso l’imbocco del tunnel e pronta a sfidare lo Scania che senz’altro incontrerò a metà del buio cammino. “Qui è meglio fermarsi”, azzarda Matteo: chissà perché, in un rigurgito di saggezza, l’istinto mi suggerisce che sia meglio dargli retta…

Il verde scatta quasi subito. “Ancora 5 km di discesa”, mi informa il compare, “poi 300 m di dislivello in salita”. Omette il piccolo, trascurabile particolare della distanza in cui quei 300 m saranno superati, ma, chissà perché, non mi aspetto nulla di buono. Mi godo quel che resta della discesa, che in MTB, su asfalto, mi sembra sempre troppo breve. Se non fosse per l’aria fredda, scivolerei volentieri ancora un po’ verso il mare… Una stradina sulla sinistra, con pendenza da parete dolomitica, è quel che mi attende. Con pazienza e sapiente uso della tripla, mi avvio su per la rampa con il brio del carro funebre; tornante, curva, altra curva. Mi consolo respirando il profumo del mare e dei fiori, quasi inebriante. 300 metri di salita alle Giutte: di questo passo, saremo su in un paio di km. Dai Gian, 300 m di dislivello non sono eterni. Anche se hai una bici che pesa due quintali in assetto da fuoristrada. Anche se ti porti a spasso un deretano che fa provincia ed ha il tonnellaggio dei contrappesi in cemento delle gru. Matteo danza sui pedali e se ne va; lo ritrovo, tanto per cambiare, in cima. La discesa, in compenso, ripaga di tutti gli sforzi con una vista mozzafiato sulla vallata punteggiata di poche case, muretti a secco e piante di ulivo. Quanto mi piacerebbe vivere quassù, dove osano le aquile ma non gli implacabili Testimoni di Geova ed i questuanti delle più varie specie.

I maestosi archi del ponte della ferrovia testimoniano che siamo arrivati alla meta intermedia: casa di Matteo. Ci attende, qui, la mamma, con uno spuntino. Il frugale pasto consiste in un’immensa vasca Jacuzzi ripiena di pasta con le noci, un container di torta salata con pasta sfoglia e verdura, una torta con i frutti di bosco e le bignole fatte in casa. Che disastro… Metter le gambe sotto il tavolo nel bel mezzo di un’impresa sportiva suona alle mie orecchie come la più rivoltante delle bestemmie; il guaio è che, in questo caso, la mamma di Matteo ha sferrato l’attacco nel modo più scaltro possibile: prendendomi per fame… Sarà che da molto tempo non pedalo più seriamente; sarà che la MTB pesa e chiede molte risorse; fatto sta che io mi ritrovo adesso con una fame tale da decimare l’intera popolazione di cinghiali dell’Appennino Ligure. Non ce la faccio a restare fedele ai miei principi. Cedo alla violenza del colesterolo ed all’ineguagliabile talento della cuoca. Quando riparto, un’ora più tardi, provo più o meno la stessa sensazione che credo alllieti l’eroinomane che ha trovato la dose dopo una lunga crisi di astinenza… Sono ormai anni che vivo per conto mio e mi alimento a suon di panini, surgelati e microonde. Giorni come oggi sono una vera manna! Anche perché credo di non aver motivo di farmi dei rimorsi, con tutta la strada già pedalata e da pedalare.

A fatica riusciamo a sopire il travolgente entusiasmo della mamma di Matteo. Vivere quassù sarebbe splendido per chi, come me, tendenzialmente detesta il contatto con il suo prossimo, ma dev’essere un po’ una pena per chi, come lei, sembra proprio aver bisogno di compagnia. Per quanto Matteo per lei si faccia in quattro, in otto ed in dodici, più di quanto qualsiasi figlio medio al mondo sarebbe in grado di fare ed avrebbe voglia di fare.
Il mio compare ha provveduto al cambio bici: abbandonata la MTB, riparte in sella alla bici da corsa. E con quella si lancia giù per la micidiale rampa in cemento, ripidissima, che collega casa sua alla strada del paesino. Io, pur dotata di carro armato, non ci provo nemmeno; scendo a piedi, con la bici per mano, e già così tribolo.
Breve pausa sulla piazza del paese per prendere acqua alla fontanella. Osservo con interesse l’edificio delle terme, ben rimesso all’onor del mondo: pare che l’attività sia ricominciata. C’è infatti un gran viavai.
L’intenzione è di scendere a Voltri, perché io possa togliermi la curiosità di vedere il negozio nuovo di Matteo finalmente concluso ed operativo. Per scendere, però, com’è ovvio, bisogna salire; la strada diretta è troppo banale, roba da poveri di spirito. Ci avviamo lungo la stradina che passa di fronte alle terme, sotto un bel viale alberato. Non avevo dubbi sulla natura della salita, di quelle che richiedono piccozza e ramponi. “E’ molto ripida solo nel tratto iniziale”, mi incoraggia Matteo, “poi spiana”. Beh, sì, non si può dire che sia una menzogna. In effetti, solo i primi 1,9 km costringono a sputare i bronchi per riuscire ad arrampicarsi. E la stradina sarà lunga, fino alla cima della Colla di Prà, si e no 2 km. Dopotutto, sul concetto di “tratto iniziale” si può discutere…

Al sole della metà del pomeriggio, ci lanciamo giù per una discesa sedicente asfaltata, in realtà poco più di una mulattiera con buche da far impallidire i crateri lunari, roba che, se ci caschi dentro, non ti trovano più. Spesso e volentieri, la pendenza è troppa per i miei gusti: rinuncio senza combattere, smonto di sella, scendo a piedi, ed anche così non è facile, soprattutto quando si tratta di mettere piede a terra in un tratto troppo pendente. La paura torna a farsi strada. Mi sorge un dubbio: Matteo sa benissimo che io di queste situazioni ho sacro terrore… Che lo faccia apposta a portarmici, per liberarsi di me? Cavoli, ma dovrebbe conoscermi ormai… Dovrebbe saperlo, che per liberarsi di me è sufficiente un “Arrivederci”, o un “Addio” se si preferisce! Non sono mai stata una persona appiccicosa e mai lo sarò, finché avrò coscienza… Non è il caso di torturarmi!

Quando già sono sull’orlo di un tentativo di omicidio, finalmente la strada assume contorni più umani. Posso godermi il verde del paesaggio ed il profumo intenso dei glicini, almeno finché non giungo in vista dei ben più prosaici tetti dei palazzoni che allietano la periferia genovese. Un percorso labirintico ci conduce al negozio: un gran trafficare di chiavistelli, codici e combinazioni, finché la serranda si solleva. Che dire: negozi come questo, per me, sono un paradiso; passerei ore a provare tutto, anche i moschettoni, i vari gingilli di metallo per l’arrampicata, le corde, gli zaini, le tute, le scarpe… Tutto! Locale molto bello, ben organizzato, dall’aspetto più vivibile rispetto alla sistemazione precedente.

Ci attendono ora gli ultimi km verso Varazze. Pedalo di buona lena, prima per levarmi in fretta dal caos allucinante di Voltri e poi per la voglia di arrivare a posare il mio riverito fondoschiena sul sedile dell’auto. Matteo lamenta di aver fame; sono sempre più convinta che in lui alberghi un verme solitario che ha invitato gli amici per una festa… Gli ultimi sguardi al mare, gli accidenti catapultati in direzione di automobilisti e pedoni indisciplinati, la risalita da Arenzano verso il casello dell’autostrada, che sembra un’inezia ma puntualmente smentisce le illusioni. Respiro ancora un po’ il profumo del mare. Mi resterà poi nelle orecchie, a lungo, il verso dei gabbiani. Cogoleto. Ancora qualche lieve saliscendi e siamo al parcheggio. La Opel, in barba ai divieti, è ancora lì. Come sempre, cedo volentieri a Matteo l’incarico di incastrare in auto i pezzi delle due bici, con la scusa che lui è più abile. Torno a casa con circa 110 km e poco meno di 3.000 m di dislivello, molto sofferti, e trascino anche Matteo nella desolata landa torinese. Deve ancora conoscere Céline. Poi, domani, tornerà a Genova. In bici, ovvio!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!