15-16 novembre 2008 – Un fine settimana di sole nel Levante ligure – parte II

L’appuntamento è stasera alle otto, appena oltre la galleria della Ruta di Camogli. Matteo mi ha promesso una bella camminata, sui 300 m di dislivello, “che non comprometterà il tuo trail dell’indomani”. Ma cosa vuoi compromettere? Le mie possibilità di successo sportivo, le ha già compromesse Madre Natura ventisette anni fa, e poi a completare il disastro provvedo io, a suon di pane e Nutella! Domani ci son 23 km di marcia; in un modo o nell’altro, alla fine ci arrivo, quarto d’ora più, quarto d’ora meno. E poi, non sia mai che io sacrifichi un’avventura a beneficio di un’altra avventura; valgono tutte allo stesso modo, tanto!

Però il tepore della doccia, quando arrivi in camera e sei tutto intirizzito, ha un effetto micidiale. Esco da sotto il getto bollente, mi asciugo e mi infilo sotto le coperte “solo per mezz’oretta”: va a finire che mi sveglio per un pelo! Schizzo subito in auto, mi lascio alle spalle quest’obbrobrio di cittadina turistica e caotica che è Rapallo, via verso Genova. Speriamo di vederla, la galleria: sono talmente suonata, stasera, che potrei passarci sotto e non accorgermene! Invece, per fortuna, la vedo: e, appena fuori, vedo anche la 313 di Matteo, ma quant’è bella ‘sta macchinina, così piccina che potrei quasi quasi parcheggiarla dentro la mia! Puntualissimi, sincronismo perfetto.

Molliamo le auto poco più avanti, lungo un bel viale alberato. Prendo la borsa con le focacce che ho portato da casa: stasera si va a far cena in un posto magnifico! E ancora non me l’immagino, ma so che, se Matteo dice che un qualche luogo è bello, allora è bello davvero, come dico io. Ovviamente mi son dimenticata un pezzo, cioè qualcosa da bere: meno male che lui ha la borraccia!

Chissà perché, quando mi ha preannunciato la passeggiata con un po’ di dislivello, ho pensato di dover prima salire, e poi scendere: in effetti, questa è la norma, per me che vivo tra le montagne da una parte e le colline dall’altra, ma qui non funziona così. Anche se impiego qualche momento a rendermene conto.

Appena scesa dall’auto, sono già a bocca aperta per le mille luci che brillano lungo la costa in questa serata limpidissima, ed altre luci che spuntano in mezzo al mare. In effetti, da quassù, è solo la linea delle luci lungo la spiaggia, che mi dice dove finisce il nero della terraferma e dove comincia quello del mare. Matteo imbocca con passo sicuro un sentiero che scende giù, in buona parte lungo una scalinata: è quasi tutto illuminato da lampioncini, quasi, appunto. Io incespico spesso, faccio fatica a mettere a fuoco il bordo dello scalino, che ogni tanto è smussato, spezzato, scivoloso. Guai poi quando la luce proprio non c’è! Però, che meraviglia di posto… Chiacchierando, poi, mi passa presto l’inquietudine; alla peggio, pianterò uno scivolone, nulla di che. L’aria è tiepida, le luci intorno scintillano sempre di più; man mano che scendo, sento sempre più nitido il rumore del mare, le onde tranquille che vanno e vengono un po’ più in basso. Incontriamo d’un tratto una chiesa attorno a cui sono raccolte poche case, poi ancora scalini, ancora ed ancora, fino ad un’altra minuscola bomboniera di casette che sembrano incastrate l’una sull’altra: passiamo proprio sulla porta di chi abita qui; sembra quasi di violarne la tranquillità domestica. Piante fiorite, rami carichi di limoni, pergolati. E’ tutto ristretto, schiacciato, persino il ruscello che scorre proprio sotto la scalinata ed accanto ai muri di queste abitazioni.

Bruta cittadina, io non ci avrei nemmeno fatto caso, se non me l’avesse fatto notare Matteo: come si sposta, chi abita qui? Semplice, ci sono due vie, la scalinata oppure il mare. Il mare… E’ vero, ormai siamo quasi a livello del mare; si vedono file di barchette ormeggiate, proprio come le auto parcheggiate sotto casa. Per chi vive qui, andare a far la spesa in barca è normale, continua Matteo, come, per te, andarci in bici o a piedi o in auto: difficile, davvero difficile da immaginare, anche se senz’altro è proprio così.

La scalinata finisce proprio giù al mare: ora la schiuma delle onde è proprio lì, sotto i miei piedi. Attraversiamo un ponticello che taglia un’insenatura: alla mia sinistra, a fatica nel buio, scorgo una vera e propria parete di roccia, e giù, accanto al ponticello, alcuni teloni tesi a ricoprire le barche. Incredibile… Ecco qui i garage! Io che mai, nonostante il mio corredo genetico savonese per metà, avevo visto una cosa del genere.

Il ponticello finisce sugli scogli, poi un’altra scalinata ci riporta un po’ più su, in mezzo ad altre case. Non c’è un’anima qui, sembra d’essere fuori dal mondo; siamo persi nella penombra, tutto ciò che muove è solo il vento, ed il mare. Poi il camminamento diventa terra; ci lasciamo alle spalle l’ultimo faro, che però è abbastanza potente da concederci ancora qualche metro di chiarore. Lo sapevo io, che prima o poi a seguire Matteo mi metto nei guai: infatti, gli ultimi metri sono sulle rocce, umide e scivolose quanto basta, ed irregolari ed insidiose per me che già non vedo un accidente con la luce del giorno, figuriamoci la notte. Ma, quasi in cima al promontorio, ne troviamo una che fa al caso nostro; sembra piatta e ce la faremo andar bene, anche se piatta non è. Che meraviglia: penso che, se avessi un sacco a pelo decente, mi piacerebbe un sacco dormire qui, magari solo un paio di rocce più in alto, giusto per evitare di andare alla deriva con l’alta marea. Anche se fa freddo: me ne accorgo ben presto, smaltito il calore della camminata. Ho la giacca impermeabile, ma il vento non perdona. Chissà fin dove si vede, di qui, la costa: Savona? O ancora oltre? Difficile stabilirlo. Intanto, dalla contemplazione dell’infinito passiamo rapidamente a qualcosa di ben più prosaico: la masticazione della focaccia! Cavoli, dopo la pedalata di oggi, ho una fame boia, e mi sa che Matteo non è da meno. Povera focaccia, che orrbile fine.

Non me ne vorrei più andare, da questo posto: è bellissimo, è pace, non c’è anima viva, o, se c’è, è ben chiusa dietro le imposte delle finestre sotto cui siamo passati poco fa, è un paradiso. Ma i brividi di freddo non danno tregua, il vento s’infila dappertutto e fa battere i denti: meglio avviarsi, almeno in salita ci si scalderà un po’. Superiamo un’altra volta il porticciolo, sempre con lo sguardo fisso al mare, con gli schizzi delle onde che di tanto in tanto raggiungono le mani, col vento che sferza il viso. Inizia la risalita, uno scalino dopo l’altro: e pensare che a me viene il fiatone già solo con i due piani di scale che mi portano a casa… Pianino, per evitare una sudata che adesso non è proprio necessaria, ma soprattutto per prolungare ancora un po’ questa sera bellissima che sembra sospesa al di là del solito mondo. Anche in salita, com’è ovvio, Matteo trotterella ed io arranco al seguito; adesso non dovrebbe più esserci gran rischio di scivolare… Infatti, le ultime parole famose, per un pelo evito un incontro ravvicinato tra il mio naso e lo scalino. Si chiacchiera del mio trail di domani, delle mattane passate e di quelle che verranno, mentre il mare scivola sempre più giù, rampa dopo rampa.

Rieccoci alla chiesetta; c’è solo una lucina ad una finestra, lì accanto: sarà il parroco. Ancora su, fino alla fontanella, al sagrato della chiesa da cui siamo partiti: ma guarda, non avrei mai pensato che fossimo già qui. Me ne accorgo con un pizzico di dispiacere ed un po’ di fastidio per la luce violenta dei lampioni, proprio ora che i miei occhi si erano abituati al buio. Mi volto ancora un momento; in mezzo al mare ci sono luci che sembrano appartenere a grosse navi: chissà come si sta, là in mezzo? L’idea del viaggio in mare non mi affascina, anzi, mi preoccupa quasi quanto quello aereo; però l’avrei, una volta, la curiosità di sentire il silenzio che dev’esserci in mezzo al mare, lontano dalla costa; silenzio e buio. Il buio perfetto della notte, non quello che vediamo noi dalla città, credo d’averlo già conosciuto in montagna, quando si vedono miriadi di stelle, ma il silenzio no, quello dev’essere una cosa particolare.

Ho sonno, sono cotta e stracotta, ma davvero non vorrei tornare all’auto. Avrei voglia di passeggiare ancora, in compagnia del mio Cicerone… Ma domani s’ha da correre; meglio che io non faccia troppo la furba. Mi vien da pensare, però, che non avrei potuto immaginare una serata più bella e suggestiva di quella che ho appena trascorso. Cena al sacco, solitudine, mare: e poi c’è chi si va ad infognare nei ristoranti che straripano di gente… Bleah! Penso che prenoterò subito Matteo per altri tre o quattro…cento passeggiate così!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!