14 febbraio 2010 – Freddo e neve in Liguria

“No no no, non se ne parla proprio”, mi risponde, scocciata, quasi indignata, la signora all’altro capo del telefono. “Guardi, non posso, ho l’ernia del disco, non è proprio possibile”, e giù con la storia clinica. E’ già tanto che non esploda nella tipica manifestazione d’enfasi dei locali: “OaOaOaOa eh B’llllin!”. Mi spiace tanto per Lei, madama… Ma che diamine potevo saperne io? Lasciamo perdere, evitiamo i battibecchi, non sono proprio in vena. E’ venerdì sera, domani niente ufficio, niente clienti, niente telefonate, niente mugugni, ottimo motivo per non guastarsi il buon umore. Riprendo l’elenco degli affittacamere in zona Finale che Matteo ha annotato per posta elettronica: o meglio, i Bed & Breakfast, perché non sia mai che neghiamo a questi signori un po’ di pomposo, altisonante, inutile inglese. Si sa, l’italiano offre così pochi spunti, nel vocabolario, che non si può fare a meno di ricorrere ai prestiti. Al secondo tentativo, mi tocca miglior fortuna. Risponde un uomo dalla voce stanca, che prontamente mi passa il boss: la moglie, una signora che già solo nella voce denota piglio spiccio e deciso. “Non c’è bisogno di prenotare in questo periodo, c’è posto. La segno per domani sera, mi lasci nome e numero di cellulare”. Perfetto.

Sabato, tardo pomeriggio: dopo i 40 km di corsa mattutina su e giù per il Roero e la passeggiata pomeridiana con mamma e cane, mi catapulto in auto. In un’ora scarsa ho concentrato la doccia, la preparazione del bagaglio, la sistemazione della bici in auto e l’acquisto di quel paio di tonnellate di pizza, tranci vari, che costituirà per me e Matteo il frugale pasto della serata. Si sa, noi sportivi siamo ascetici per natura. Anche lui ha provveduto alla scorta alimentare: poco male, vorrà dire che ci sacrificheremo, a malincuore s’intende, per impedire che cotanta grazia divina vada sciupata. L’appuntamento a Savona è per le 19.45: ci arrivo al pelo, salvo poi parcheggiare ad un paio di anni luce dal luogo deputato. Già, il fatto è che non ho idea di dove sia, quel luogo… Mando un messaggio al povero Matteo, che di lì a qualche minuto mi salta in auto, trafelato ed ansante: guai a sprecare una comunicazione telefonica; meglio improvvisare i quattrocento metri ostacoli, è anche più salutare!
Trasferiamo tutto il bagaglio sul suo furgone: mi perdonerà la povera Opel se l’abbandono così, sola, in una via periferica di Savona… Il viaggio verso Finale ed il suo entroterra è troppo breve per potersi raccontare tutte le vicende di due settimane di lontananza. A controllare l’indirizzo della nostra meta e la strada per raggiungerla ha pensato Matteo: giustamente, sapeva che io non ci avrei badato. Ed io, a mia volta, non me ne sono curata perché sapevo che avrebbe provveduto lui. Siamo o non siamo fatti l’uno per l’altra?
L’affittacamere non è esattamente, come ci si potrebbe immaginare, un ambiente caratteristico dell’entroterra della Liguria di Ponente. Ai miei occhi di amante dei cascinali ristrutturati, delle linee semplici e dei muri in mattoni o in pietra, appare una villona a cui la buonanima del nonno, geometra d’altri tempi, avrebbe appioppato senza esitazione un unico aggettivo, in dialetto ma di facile traduzione: “Mudèrna”. L’avrebbe esclamato storcendo il naso, accompagnandolo con un gesto della mano verso il basso, come a scacciare una mosca noiosa. “Mudèrna”, riferito ad un’abitazione, racchiudeva, per lui, tanti significati, nemmeno uno lusinghiero: lo diceva delle costruzioni estese su una superficie esagerata e con un solo piano fuori terra, di quelle articolate in forme ed incroci che avevano poco a vedere con gli angoli retti, di quelle con il tetto piatto o poco inclinato, non certo indicato per il clima delle nostre zone, ma anche di quelle con l’ingresso direttamente nel salone – living, come fa fine dire oggi – e di quelle con la zona fornelli e la sala da pranzo fuse in un unico locale, e con troppe stanze troppo piccole… La casa che ci accoglierà questa sera è proprio così, “mudèrna” all’ennesima potenza. Bella, per carità. Casa bassa, con giardino rasato e pettinato; già m’immagino che il responsabile della tosatura sia uno di quegli sciccosissimi tosaerba che fanno tutto da soli e, a fine lavoro, si ritirano nel casotto degli attrezzi, senza richiedere ferie e contributi. Bella, ma già mi ci sento a disagio, e dire che sono ancora in strada, di fronte al cancelletto d’ingresso. Pazienza, siamo pragmatici: per una volta, una ogni morte di Papa, che mi concedo una permanenza fuori casa, non troppo costosa e un po’ più confortevole del sedile della Opel o del sacco a pelo, non sempre con la tenda sopra la testa, posso anche mettere da parte il disagio. Ci accoglie un uomo di mezz’età, dall’aspetto bonario e cordiale, forse vagamente imbarazzato, come me del resto, che attraverso il giardino con il passo cauto di chi cammina sulle uova, mentre appioppo, tra me e me, la mia diagnosi al personaggio: “Secondo me è un ingegnere”. Il bel cagnone da guardia non ha smesso un attimo di abbaiare. Matteo ed io seguiamo il padrone di casa in un enorme soggiorno, tutto vetri, mobili, arredi e suppellettili di pregio; nel centro, una scala in marmo, altrettanto enorme, che conduce al primo piano, un soppalco su cui si affacciano le stanze. Per un attimo mi gira la testa: mi faccio piccola piccola, mi sento, qui dentro, terribilmente inadeguata. Troppo sfarzoso, troppo pulito, troppo tutto. Mi si serra la gola al pensiero di calpestare, con le mie scarpacce da sentiero che si portano dietro stratificazioni di fango di ere geologiche, il nero liscio e lucidissimo dei gradini; mi muovo con cautela, consapevole del mio portamento abituale da elefante in una cristalleria, per paura di urtare quadri e soprammobili che spuntano a tradimento, ovunque. Molto bella anche la camera, nel sottotetto abitabile: ma qui urge una boccata d’aria, quattro passi, magari giù, fino in paese. “Tanto”, ci rassicura il padrone di casa, “io resto a lavorare fino a tardi, e poi il cane quando rientrate mi avvisa”.
Detto, fatto. Un attimo dopo, siamo rifugiati nello spazio, ugualmente ampio ma certo più accogliente e familiare, del furgone di Matteo: perché abbiamo sì l’intenzione di andare a passeggio, ma non certo a stomaco vuoto. pizza Margherita, pizza con i carciofi, focaccia bianca, farinata, e poi le bugie della mamma di Matteo, una vera prelibatezza. Il mio compare è fornito di cibi più sani: Parmigiano, pasta, frutta… Ma non disdegna gli agglomerati di grassi saturi e colesterolo che invece costituiscono, di regola, la mia alimentazione quando sono in trasferta. E non solo. Oh, insomma, sono anni che le mie analisi del sangue, regolarmente fornite dalla Fidas, sono perfette. Quindi, perché dovrei rinunciare ad uno dei grandi piaceri della vita? E stasera non ho nemmeno il barattolo di Nutella…

A spasso sotto un cielo che ci illude con l’occhiolino di poche stelle e poi ci riporta alla realtà con qualche goccia di pioggia; seguiamo la strada che sale su, quella che, molti km più avanti, si immette sull’altra strada, la principale, che da Finale sale al Colle del Melogno. Ci attirano le luci sparse contro la montagna scura; schivata un’auto intenta a far manovra sul piazzale di un bar, ci lasciamo alle spalle un po’ di curve, fino a vedere la vallata che prende forma sotto di noi. Il passo affrettato, ormai una nostra deformazione, come se fossimo sempre in lotta con il cronometro: Matteo ben più di me, ha il passo lungo, si fatica a stargli dietro. Ma abbiamo un bel po’ di cose da raccontarci, quelle di tutti i giorni e quelle fuori del comune, e di certo qualche aneddoto che avevamo tenuto in caldo finirà dimenticato. Quando torniamo giù, l’auto sul piazzale è ancora lì che fa manovra.
Non ci allontaniamo troppo, per non costringere il nostro ospite a lunga attesa: non appena ci avviciniamo al cancello della villa, il cagnone non manca di segnalare la nostra presenza. Rieccoci nella reggia, di cui apprezzo, con moto davvero spontaneo del cuore, una sola cosa, il caldo. Non si può dire che il resto non mi piaccia, per carità, anzi; il fatto è che un ambiente così mi pare più adatto ad un museo, che ad una casa. Qui non c’è un granello di polvere; ogni oggetto ha il suo posto, calcolato con squadra e goniometro. Penso alle cataste di tutto sparse per casa mia, abiti, riviste, borse da viaggio sempre in partenza, alla mia abitudine al pasto itinerante per casa, all’inseguimento delle palle di pelo di Skipper lungo il corridoio… Ma un aspetto positivo, un altro, c’è: non appena mi lascio cadere, con tutto il tonnellaggio del mio posteriore che si avvicina sempre più a quello di una nave Costa Crociere, constato con approvazione che non ho sentito alcun rumore. Un lettone che non cigola: eccellente!

Domenica mattina: son passate da poco le sette; me l’ha annunciato la sveglia, perentoria ed odiosa, del telefonino di Matteo. Risveglio lento, faticoso, come se riemergessi or ora da un lunghissimo letargo. Dalle imposte della finestrella, un complicatissimo intrico di zanzariera e persiane, che il mio compare riesce ad aprire solo perché, anche se non ama ammetterlo, è un ingegnere, filtra una luce pallida, livida. Non mi avvicino: preferisco cullarmi ancora per un po’ nell’illusione che oggi sia una bella giornata di sole. Il calorifero semovente che riscalda la stanza ritarderà ancora un po’ lo scontro con la dura realtà. Ci presentiamo al piano terra, a colazione, con un po’ d’anticipo sull’orario stabilito: ormai so che, quando Matteo ha fame, contraddirlo potrebbe essere molto pericoloso. Abbiamo discusso su quale sia l’istinto animale prevalente: io sostengo che si tratti dell’istinto di prosecuzione della specie, sia pure con qualche correttivo per evitare danni, ma lui niente, non sente ragioni; in primis, la sopravvivenza di se stessi, in sostanza, la pagnotta. E qui, sono dolori. Al cospetto della consorte del padrone di casa, la signora con cui ho parlato al telefono, io non riesco a sentirmi a mio agio e mi costringo, mio malgrado, ad una colazione frugale, caffé, un po’ di pane e nutella e marmellate monodose, sognando quel che resta della focaccia, in auto. Matteo no, lui è un’idrovora, un buco nero, fagocita tutto quel che trova nel raggio di qualche metro, suppellettili comprese; secondo me, non è un caso che la madama, temendo un atto di cannibalismo, decida di rifugiarsi nella stanza accanto. Così, per non assistere al macabro spettacolo, non mi resta che distrarmi ancora una volta con l’osservazione dell’ambiente circostante; una cucina “mudèrna”, anzi “mudèrnissima”, identica a quelle che si vedono nelle pubblicità dei detergenti per piatti e superfici, impeccabilmente linda. Inevitabile, anche qui, il confronto con il cucinino di casa mia, che è sempre un macello di macchie di caffé, barattoli del miele che s’appiccicano, bottiglie d’olio con la goccia che cola giù, un caos tale che nessuno crederebbe che io riesca a generarlo senza cucinare. Eppure è così; a me il fornello serve per fare il caffé, per tutto il resto c’è il microonde…
Chiedo ai padroni di casa qualcosa di più sullo splendido cane: “Sì, ha la sua cuccia fuori, quando fa freddo lo facciamo entrare in casa…”. E, dopo un attimo di pausa, la signora aggiunge con una smorfia: “Di sotto, però. Qui no”. Non ne avevo il minimo dubbio, madama; l’avevo già inquadrata… Per carità, in casa propria ciascuno è liberissimo di fare quel che più gli aggrada. Ma se non conosci l’infinita tenerezza della testa del tuo cagnone, che ti pesa sulla coscia mentre sei seduto a tavola e ti guarda con l’occhione implorante da orfanello per convincerti a condividere con lui il tuo appetitoso pasto: se non capisci e non ami questo, allora tra me e te c’è un abisso, siamo proprio due mondi diversi, ed io non ci tengo per nulla a venirti a trovare sul tuo pianeta, né voglio che tu passi sul mio. Indignata, la signora mi racconta che, ultimamente, il cane si è macchiato di un orribile, inspiegabile crimine, un vero affronto: “E’ saltato sul divano…”. Così, i poveri castellani, afflitti, sono stati costretti a ricoprire con un telo divani e poltrone nella tavernetta, “e nessuno ci si siede più”. Matteo ascolta in silenzio, le mandibole in perenne movimento, ma so bene che se la ride sotto i baffi. Penso al corpo caldo di Skipper appoggiato ogni notte al mio, allo spazio che equamente ci dividiamo nel lettone, mia sorella, lui ed io, alla sua voglia di giocare e mai dormire, la sera, alle zampone che mi schiacciano la pancia, e poi al suo testone addormentato sulla mia spalla, lui che al mattino è caldo e pigro ed ha gli occhi piccoli e fa il morto per non doversi alzare… No, nulla a che spartire con chi non sa leggere l’affetto negli occhi del proprio compagno a quattro zampe, mai.

Mezz’ora dopo, parcheggiamo il furgone in una piazzetta, a Tovo. Pioviggina, il cielo è livido come il mio umore. Sto inseguendo, da troppo tempo, il coraggio di tornare in bici: la voglia c’è, quella non manca; ho nostalgia dei miei bei giri sulle due ruote, dell’inverno passato a pedalare in Langa ed in Liguria. Ma quello stupido incidente del primo gennaio mi ha lasciato addosso, oltre ad un paio di denti nuovi, un’eredità di paura che non riesco proprio a scacciare. Complice, forse, la stagione davvero inclemente, neve e pioggia e ghiaccio e ancora neve: fatto sta che non riesco a saltare in sella senza l’avvoltoio appollaiato sulla spalla; anzi, non ci riesco del tutto, finisco per rinunciare senza provare. Da Capodanno ad oggi, sono uscita in bici due volte: la prima volta, sono rientrata a casa dopo soli otto km, mezza congelata e sconfitta dalla paura irrazionale ed incontenibile che mi assaliva non appena sentivo arrivare un’auto; la seconda volta, è andata un po’ meglio, in Liguria in compagnia di Matteo e di un po’ di sole. Da anni, da quando ho abbracciato la passione della bici da corsa, non mi capitava di trascorrere un periodo così lungo di astinenza. Ne giova il contatore dei km percorsi a piedi, ma so bene che in fondo la mia passione vera è quella con i pedali…
Oggi il morale ha dovuto porgere l’altra guancia ed accettare un altro schiaffo. Pioggia, quindi freddo, quindi sarà una sofferenza, per la temperatura, per la strada bagnata. Se fossi da sola, so bene che non scaricherei nemmeno la bici dall’auto. Ma devo fare buon viso a cattivo gioco, perché non voglio rovinare la giornata a Matteo, che ha voglia, e bisogno, di allenarsi. A maggio lo attende una rando da 600 km… E poi, in fondo, fa bene anche a me che qualcuno mi costringa a mettermi in strada. Stampo in faccia un sorriso ed ostento una calma che non so quanto riuscirò a mantenere. Via, si parte: io sono bardata di mille strati, pantaloni lunghi pesanti, pile, giacca impermeabile, doppio strato di guanti; Matteo, manco a dirlo, indossa i pantaloncini corti. Ci avviamo verso l’alto, in direzione del Colle del Melogno, sotto una pioggerella fine che, pochi km più avanti, è già neve. Non sembra nemmeno d’essere in Liguria: e non solo perché si gela, e perché nevica; anche perché è tutto grigio, brullo, non un fiore. Niente mimose: se continua così, alla festa della donna si regaleranno i crisantemi ben conservati dalle festività di novembre! Le uniche macchie di colore sono i limoni, coriandoli gialli tra gli alberi.
Matteo ce la mette tutta per distrarmi, e un po’ ci riesce; mi piace moltissimo sentir raccontare gli aneddoti della vita del negozio o delle avventure da speleologo. Ma non basta a cancellare il freddo che si insinua nelle ossa. Fino a qualche tempo fa, del freddo non mi angosciavo più di tanto; era compagno inevitabile di una parte dell’anno e via, si sopportava, con pazienza. Ma ora, non c’è verso. Sarà che, con la corsa, mi sono viziata troppo. Se corri, il freddo è un problema marginale, nel senso che, con l’abbigliamento adeguato, può accanirsi, alla peggio, sulle estremità, sulle mani, sul naso. Il tronco si scalda anche se la temperatura esterna è sotto zero, a patto ovviamente di non fermarsi. In bici no: tutto ciò che sta sopra la cintura patisce, si raffredda. Alla fatica della ruggine, di troppi giorni senza bici, si aggiunge così il disagio della giornata becera. E, quando Matteo espone la sua teoria secondo cui, per riscaldarsi, bisogna andar più forte, provo il primo sincero moto di rabbia della mattinata. Sotto la neve che continua, indifferente, a cadere, per ora trattengo i nervi e le parole, mentre il mio compagno di viaggio, a suo inconsapevole rischio, ironizza: “Eh ma non si ferma nemmeno… Così è troppo facile!”. Non è colpa sua. Lui è un essere pressoché indistruttibile; non patisce freddo, né caldo, né fatica; quasi mai ho percepito in lui alcun segno di disagio, stanchezza o paura, in qualsiasi condizione. Forse le prova anche lui, quelle sensazioni, ma una cosa è certa; sa nasconderlo bene. In questo istante, sta pedalando sotto la nevicata ed in pantaloni corti, come se fosse la situazione più normale del mondo; se in cielo splendesse un bel sole tiepido primaverile, sarebbe esattamente la stessa cosa. Io no, niente di tutto ciò; in questo momento, mi sento un uccellino sbattuto giù dal nido, implume ed indifeso. So già che, quando sarò a casa, od anche solo in auto, tranquilla, al caldo ed al riparo, rievocherò questi istanti e mi renderò conto di quanto sproporzionate ed esagerate siano le mie reazioni, ma ora la mia mente è un caos di inquietudini: il brivido freddo lungo la schiena, il pensiero che tra poco affronterò una discesa gelida e sulla strada bagnata, l’incubo delle lunghe ore che ancora mi separano dall’auto. Ecco, il desiderio “farla finita” con questo giro in bici il più in fretta possibile è qualcosa che mi spaventa: non l’ho mai provato, non ho mai desiderato, pedalando, di essere altrove.

Il bivio con la strada che sale al Melogno finalmente arriva: “Abbiamo già alle spalle cinquecento metri di dislivello e non ce ne siamo nemmeno accorti”, chiosa Matteo. Sì certo, forse non te ne sei accorto tu. Io soffio come un mantice… Discesa lenta e prudente, aggrappata ai freni e concentrata sul pensiero di non inchiodare ogni volta che incrocio un’auto, per il solo fatto che la incrocio. Il mare, vicino, è grigio ed oleoso come il cielo, quasi non si distingue. Montagna, spiaggia, acqua, tutto dello stesso pesante colore metallico. L’idea originaria era di scendere sull’Aurelia da Borgio Verezzi, perché la strada ha una buona esposizione al sole. Già, in teoria… Di fatto, oggi una sola cosa è certa; non ci sarà data la soddisfazione di vedere la nostra ombra.
Giù per i tornanti, la mia paura latente si ringalluzzisce. Un po’ sono i blocchi di pietra in fila a bordo strada, che alimentano la mia macabra fantasia di cadute e testa che ci va a picchiare contro; un po’ sono i tornanti stretti, che non riesco a percorrere, in qualche caso, senza mettere piede a terra. Mi sento come se non fossi mai salita su una bici da corsa, in balia di un mezzo incontrollabile e con un’irrefrenabile voglia di piangere, come se fossi stata appena cacciata via da un amico a cui per anni ho dedicato tutta la mia passione. Possibile che debba finire così? E non riesco neppure a godermi questa strada che pure mi piace moltissimo, né la compagnia di Matteo che si sente a sua volta impotente. “Non so come aiutarti…”. Mi sa tanto che nessuno mi può aiutare, se da questa situazione non sono io stessa a cavarmi.

Il breve tratto di Aurelia è come il coltello che rigira nella piaga. Il caos di auto e ciclisti porta i miei nervi a fior di pelle; ad ogni incrocio, l’impulso è di afferrare i freni; già vedo l’auto che non si ferma, si immette, mi taglia la strada, la buca che mi fa cadere, la rotonda in cui scivolare. Più ci penso e più mi spavento. Come se non bastasse, ecco alla mia destra l'”Unità Spinale Unipolare” di Pietra Ligure… E’ lì che prima o poi andrò a finire e sarà troppo tardi per potermene pentire.
Al bivio per Boissano, siamo fuori dal caos. La risalita ci mostra un po’ di mare e ci risparmia qualche km di Aurelia. Fa freddo quando ci immettiamo, al bivio, sulla strada che sale al Giogo di Toirano. Qui, alla pioggia, al nevischio, si aggiunge il vento: gelido, violento, a raffiche. Proviamoci lo stesso, so che Matteo ci tiene, ad andare lassù. Ma il freddo, la fatica, la voglia di tornare indietro non vogliono saperne di cedere il passo. E’ una lotta continua; il dispiacere di aver rovinato giornata e giro a Matteo, anche se lui non me lo rinfaccerà mai, è molto, ma oggi proprio non ce la faccio. Qualche km, qualche tornante; poi, l’ennesima raffica abbatte il mio equilibrio e la mia volontà. Metto piede a terra, giro indietro la bici, si scende. Il mio compagno di viaggio, con santissima pazienza, tenta l’ultima carta. A Toirano, svolta a destra, direzione Balsetrino, nella speranza di dover litigare col vento un po’ meno. Intirizzita, ringrazio quell’onda di calore che subito infonde la salita. Qui la pendenza è tutt’altro che impossibile; eppure la fatica si fa sentire, da subito. Forse un po’ è colpa del raffreddore, del petto che si chiure e mi impedisce di respirare al meglio; almeno, spero, voglio credere che sia così. Nevischio, anche qui; vento, ma meno ostinato, colpisce a tradimento in qualche curva, ma poi si placa. Matteo mi racconta la sua lezione sull’abbigliamento, al corso di alpinismo, al CAI; e come si fa a non ridere? Nonostante l’apparenza possa sembrare quella di una persona poco espansiva, Matteo ha un’innata capacità di farsi apprezzare, forse perché è spontaneo e sincero, sempre, e di certo è uno che non se la tira. E’ un altro lato che un po’ gli invidio, la capacità di stare in mezzo alla gente; capacità che io non ho, se non in contesti molto particolari, nell’unico ambiente in cui mi sento davvero a mio agio, quello dello sport. Per il resto, in mezzo alla gente mi sento pesce fuor d’acqua; diplomazia e relazioni umane non sono il mio forte… Del resto, ammesso che sia un difetto, è un difetto che proprio non farei nulla per correggere, quindi non posso lamentarmi.

Passate le prime borgate, forse la strada in qualche punto pende un po’ di più. Gambe di legno, mi sento come se di colpo il mio peso fosse raddoppiato. Pesto sui pedali e non ottengo nulla in cambio; è già tanto se riesco a far loro fare un lentissimo, eterno giro… Nevischio e freddo mi sono sempre insieme. Precipito nel profondo dello sconforto: “Ora capisco quelli che smettono di praticare uno sport e, da quel giorno, non ricominceranno più”. Certo che li capisco: ricominciare è dannatamente difficile. Sbattere il muso contro il muro i ciò che, fino a poco tempo prima, si superava agevolmente è uno smacco pesante. Bisogna trovare il coraggio e la volontà per riprendere da zero, o quasi, e salire gradino dopo gradino tutta la scala, dopo essere già stati in cima: non è facile, non so se ne avrò la forza. Anche se, poco fa, mi è tornata in mente l’alba di uno splendido giorno, in cima al Colle dell’Agnello, con la Lombarda, la Bonette, il Vars, l’Izoard ed una notte burrascosa in bici alle spalle; ad attendermi, il mio amico Franco e la sua macchina fotografica, ed il momento in cui il mio giro massacrante e meraviglioso si è concluso, a Chianale, davanti ad una cioccolata calda… Dovrei rinunciare a tutto questo? Non posso…

L’edificio scuro, severo, cubico del castello di Balestrino è sempre più piccolo mentre saliamo verso il colle. Matteo si concede, poveretto, la sparata dell’ultimo km, dopo aver patito a lungo il mio ritmo: e chissà che freddo, a salire così, senza fatica ma col sudore che ti si ghiaccia addosso. Ed io oggi non so nemmeno dirgli grazie, tutta concentrata come sono nel mio egoismo. In vetta, sgranocchio un po’ di cioccolato. L’idea originaria avrebbe previsto la discesa a Ceriale ed il rientro via Aurelia. In una bella giornata di sole, avrei senz’altro proposto di scendere a Ceriale sì, ma poi tornare su al passo. Oggi sono freddo e fatica a decidere per me; si torna giù subito e dallo stesso versante percorso in salita. Discesa lunga, interminabile, gelida, al punto che, negli ultimi km, non riesco a smettere di tremare ed a tener dritta la bici. L’auto, voglio tornare all’auto. Chiedo più volte a Matteo di darmi le chiavi del furgone e poi continuare da solo il giro; so che lui potrebbe macinare molti km in più, senza problemi, ma io davvero non ce la faccio. E lui, poveretto, non sente ragione: verrà all’auto con me; ci cambieremo e completeremo la giornata con una camminata.

L’illusorio francobollo di cielo azzurro si è richiuso da un po’, senza speranza. Chiedo di risalire da Boissano per evitare, il più possibile, l’Aurelia. L’unico lato positivo della giornata plumbea è il fatto che molti turisti se ne son rimasti a casa, per fortuna. Altro bagno di folla automobilistica e terrore, ma per poco. Il bivio per Tovo San Giacomo è vicino. L’ultima impercettibile salita porta il mio umore all’estremo opposto; una gioia incontenibile, perché il supplizio sta per avere fine. Neanche fossi un condannato alla sedia elettrica, graziato all’ultimo minuto… 75 km e 1.700 m di dislivello; non è molto, ma non avrei potuto far di più.
Carichiamo le bici, ci chiudiamo nel furgone. Veloce cambio d’abito mentre diamo sfogo alla nostra fame, spazzolando l’ultimo residuo di focaccia ed abbassando di non poco il livello delle bugie nel vassoio. Indosso la felpa, la giacca da bici, il piumone, il collare ed il berretto di pile, eppure ho ancora freddo. Non mi scalda nemmeno il breve spostamento in auto a Giustenice: parto a piedi con la giacca piumone, anche se Matteo non è d’accordo e critica. Non ha importanza; se anche dovessi levarla in salita, l’apprezzerò in discesa.
Ci lasciamo alle spalle il paese, in cui le palme, in qualche giardino, sembrano un elemento quanto mai fuori posto, in questa luce che sa di paese nel cuore delle Alpi, di freddo, di umido. Ma ora sono finalmente tranquilla. A piedi, potrei andare in capo al mondo, anche se ora piove e, tra poco, tra un po’ di dislivello, tornerà a nevicare. Matteo provoca, vorrebbe vedermi correre, se non altro per scaldarmi. Ma io non ci penso nemmeno. Se ho deciso che è il giorno della corsa, allora corro, macino km, ma ora voglio solo godermi il tepore del piumone e la bellezza della passeggiata, tutto qui. Chissà che ne pensa, il povero Matteo. S’era illuso di aver conosciuto una specie di super donna, una che potesse reggere i suoi ritmi, e si ritrova a doversi trascinare dietro una bambina lagnosa, capricciosa, nemmeno l’ombra della persona che forse aveva immaginato. Chissà se cambierà idea, o se magari l’ha già cambiata…
Un buon numero di rampe spaccagambe e ci lasciamo l’asfalto alle spalle, nei pressi di una cascina, un campo chiuso da un recinto, la carcassa di un’automobilina per bambini abbandonata nell’erba. Impiego un po’ a realizzare che io quassù son già arrivata, in bici. Oggi si va oltre. Portiamo le scarpe avanti, procediamo sulla strada sterrata. Una freccia indica il Monte Carmo. Camminiamo e chiacchieriamo a lungo, mentre i fiocchi di neve, lievi e larghi, si posano sulle nostre giacche. Naso in su, non distinguo la possibile meta. A dire il vero, non so nemmeno quale sia, la meta, ammesso che ci sia. Cammino volentieri, basta questo.

Abbiamo dimenticato, entrambi, la borraccia. Ma, appena oltre un tornante, la natura ci viene in soccorso: qui la neve s’è già fermata nei giorni scorsi; ce n’è uno strato sufficiente per poterne grattare via un po’ e mangiarla. E’ talmente gelata che le dita, tese a morsa, la scalfiscono appena. Là dove il manto è stato schiacciato dalle ruote dei fuoristrada, si sono formate rotaie ghiacciate e scivolosissime; le tracce degli pneumatici sul fango sono calchi di creta, duri. Camminiamo e da tempo io ho già perso la nozione del tempo. Mi accorgo che, troppo spesso, rispondo con durezza alle battute di Matteo che mi prende un po’ in giro; non dovrei, non ha senso, è un malessere che dovrei tenere per me e soffocare, perché non ha ragione di esistere. Insomma Gian, stai trasformando una sciocchezza in un caso internazionale. Hai perso il senso della misura, e poi cosa ne può questo poveretto se tu stai correndo ad ampie falcate verso la paranoia?

La neve ben presto arriva a coprire tutta la strada, e si fa più profonda. Secondo Matteo, al passo dovrebbero mancare circa tre km: tradotto nel normale sistema metrico decimale, significa che ne mancano almeno sei o sette. Buonanotte, con questa neve non ci arriveremo mai; io son già stufa di incespicare. Ma paziento ancora un po’, perché Matteo vorrebbe mostrarmi l’ingresso di una grotta. “Una grottina insignificante, che non va da nessuna parte”, si affretta a precisare; ormai però la mia curiosità è mossa. La luce del giorno impallidisce ancora, mentre ci facciamo strada nella neve; raggiungiamo una piccola radura. Della grotta, neanche l’ombra; il passo è davanti al nostro naso, ma non ci arriveremo. Si torna indietro qui, troppa neve. E, pochi passi più avanti, eccola, la fessura. Mi ci avvicino con circospezione: mai e poi mai penserei che lì dentro possa infilarsi una persona…

Per la discesa, torno ad indossare il piumone. Ed a parlare di bici, rievocazione di avventure di qualche anno fa. Matteo sopporta, paziente; io ricordo quegli eventi, i giorni della XXAlps, con immutata emozione, anche se sono ormai trascorsi quasi sei anni; mi sembra di rivivere, ogni volta che ci ripenso, la stessa fatica, lo stesso abbattimento e la stessa felicità di quelle splendide dieci tappe di pura montagna, dal Liechtenstein alla Costa Azzurra. Posso davvero permettere che tutto questo mi sfugga? Posso pensare di non riviverlo più?

Il giorno si spegne nella lunga camminata che ci riporta a Giustenice, al furgone. Un saluto all’anziano col cane ed al sole, che oggi non s’è fatto vedere e adesso del tutto se ne va. Ci resta mezz’ora, ancora due bugie, un po’ di succo di frutta ed il viaggio fino a Savona. Non so con quale coraggio, Matteo abbandonerà il furgone ad Arenzano e si sciropperà gli ultimi 15 km, fino a casa, ad Acquasanta, in bici. Io non posso nemmeno lontanamente immaginare il coraggio che occorre per ributtarsi fuori, in questa serata gelida anche al mare, dopo il tormento del freddo del giorno intero; credo che non sarei capace di uscire dall’abitacolo nemmeno sotto minaccia delle armi. Infatti, una volta a casa, abbandonerò come sempre l’auto in cortile, per rendere minima l’esposizione al freddo, perché l’apertura del garage richiederebbe di sopportare una nuova glaciazione a cui non potrei sopravvivere. Ma lui non patisce nulla e, se decide una cosa, non ci ripensa mai. Infatti, quando sono quasi al casello di Carmagnola, ricevo un messaggio: “Alla fine, il senso del dovere ha prevalso”. Non avevo dubbi, io…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!