13 febbraio 2011 – Di corsa da Dogliani a casa

Una giornata anomala, già nella sua genesi. L’ha partorita, cullata e cresciuta Matteo, questa volta, l’idea: una pensata che nemmeno la mia mente bacata avrebbe potuto escogitare. Vegeto sul sedile passeggero, un po’ addormentata, un po’ infiacchita per colpa della giornata bigia, buia, umida. Non si vede ancora, che sarà bigia e buia ed umida, per la verità; in questa stagione, un po’ prima delle sette, è normale che la luce si faccia attendere. Già prima di abbandonare l’amena terra carmagnolese, nel furgone è calato un silenzio di tomba: un recupero di sonno in extremis, per me; la paralisi del terrore, per Matteo, che, tra meno di un’ora, sarà costretto ad affrontare le conseguenze della sua sconsideratissima trovata.

Si parcheggia a Dogliani, lungo la strada che sale verso Bossolasco, ma ancora in paese, proprio all’incrocio con la via che va a Monforte d’Alba. Il rito della vestizione, per Matteo, è lungo e tribolato; ma oggi, tutto sommato, non mi spiace godere ancora per qualche istante l’illusione di calduccio del sedile. Fa freddo e non c’è nemmeno la speranza di un raggio di sole, almeno a dar retta alle previsioni. Più rintronata che mai, osservo il piccolo parco giochi e la fontanella, rigorosamente a secco in questa stagione, ed i tronchi ed i rami nodosi e nudi dei grossi platani. Il furgone resta qui; noi torniamo a Carmagnola a piedi, di corsa. E non per la via diretta, ovvio: rientriamo via Monforte, Gallo, La Morra, Pocapaglia, Sommariva Perno, Ceresole. L’idea mi piace, m’è piaciuta subito quando ne ho letto la proposta via e-mail; datemi tanti km da correre e mi farete contenta… Nel contempo, però, mi ha stupito che a proporla sia stato proprio Matteo. Beninteso, non ho alcun dubbio che lui sia in grado di portare a termine la traversata; qui lo dico e qui lo ripeto, quel satanasso non patisce nulla, si farebbe calpestare da un camion a rimorchio piuttosto che cedere. Però, quando in passato ero io a spronarlo verso le lunghe distanze su asfalto, al solo pensiero attaccava a starnazzare come tutte le oche del Campidoglio messe assieme, adducendo le più fantasiose ed elaborate scuse per sottrarsi al supplizio. Oggi siamo qui e l’ha deciso lui… Non discuto e mi adeguo. Si parte e, di certo, indietro non si torna. Tanto lo so che, prima o poi, una cento km su asfalto la proverà anche lui… E’ un’attrazione fatale, non si scappa. Ci avviamo al trotto, con gli zaini in spalla: quello di Matteo è di dimensione ragionevole, il mio è proprio enorme, anche se quasi vuoto. Si parte in salita: l’ultima occhiata languida alla vetrina della panetteria sull’angolo: sforna vere prelibatezze, quella bottega, ma, a quanto pare, non apre la domenica mattina. Meglio così: affrontare l’ascesa con un chilometro cubo di focaccia sullo stomaco potrebbe forse risultare fastidioso.
La strada risale morbida lungo una valletta selvaggia, resa ancor più buia dalla coltre di nuvole. Poche abitazioni, che parlano di freddo e muri umidi quaggiù; qualche cane che abbaia nei cortili; vegetazione sparuta, invernale, grovigli di rovi. I fianchi della collina, chiazze bianche di sabbia che si sgretola pian piano e rovina giù. Si chiacchiera, anche se io fatico ancora un po’ a sfuggire alla morsa del sonno… E non ho ancora capito come butti, oggi; se le gambe mi faranno la grazia di girare bene oppure no. La strada, nera di pioggia, comincia con un accenno di salita e disegna curve morbide tra le colline; un ponticello in pietra, un arco che è un piccolo capolavoro, mi offre il passaggio verso un posticino strategico per una sosta. Al mio passaggio, urto qualche ramo che mi scarica in testa uno scroscio di pioggia. Per ora, quella dal cielo non arriva, anche se l’aria è talmente umida che gli indumenti ed i capelli sono già fradici. Matteo attacca ben presto il lavoro di ganasce, ancor prima di arrivare al punto in cui la strada svolta decisa a destra e prende a salire, portandoci via dal fondovalle, offrendoci un po’ d’aria, di luce in più. Il cielo è un po’ meno bigio, ma solo perché è sorto il sole. E’ la prima salita della giornata ed è tutt’altro che ostica: riesco a correrci senza problemi e senza smettere di chiacchierare. Il freddo se n’è andato ed ha ceduto il posto ad un bagno di sudore: purtroppo non c’è alternativa, se non quella di svestirsi e rivestirsi ad ogni inversione di pendenza. Ora sì che son contenta, quasi euforica direi. Conosco ogni millimetro di questa strada, per averci consumato i copertoncini della bici, anche se di solito qui passo in discesa. Quei piccoli rigonfiamenti, presto gemme, che punteggiano i rami degli alberi da frutto, i minuscoli fiori azzurri sul bordo della strada, la cascata gialla delle forsizie sul pilone di una casa ben esposta, tutto sembra smentire le minacce del termometro: graffia quanto vuoi, caro inverno, ormai sei agli sgoccioli. Poche auto: è ancora presto per i turisti. Quei pochi che si aggirano per le Langhe in questa stagione si materializzano all’ora del pranzo. Il grigiume appiattisce il paesaggio. In quattro e quattr’otto siamo a Monforte. Incredibile quanti particolari sfuggano non solo a chi viaggia in auto, ma anche a chi pedala in bici; la ricca e bellissima facciata del Duomo non è certo un’immagine di secondo piano… Eppure non l’avevo mai vista, o meglio, mai osservata con attenzione, passandoci davanti in bici. Avrei saputo dire che lì c’è una chiesa, questo sì, ma niente di più. Del resto, ripetuti incontri ravvicinati con l’asfalto o con la lamiera delle auto mi hanno convinta dell’opportunità di tenere gli occhi ben incollati alla strada.
Il centro del paese, curato e ristrutturato con gusto, è ancora deserto; solo qualche passante infreddolito, con il quotidiano del giorno sotto il braccio. Le mie narici, infallibili come quelle di un cane da tartufi quando si tratta di captare effluvi alimentari, si animano all’intenso profumo di croissant: meglio filare via di qui, e alla svelta, prima che la tentazione prenda il sopravvento. Imbocchiamo il bivio in direzione di Castiglione Falletto, passando davanti a palazzine costruite proprio sul ciglio, in faccia al panorama di Langa, verso Monchiero e Novello. Senz’altro gli ingegneri avranno fatto i dovuti conti per assicurare la stabilità degli edifici, ma io una casa così non la comprerei di certo, vista già solo la facilità con cui l’asfalto delle strade qui intorno scivola giù ad ogni pioggia. E poi sono orribili, queste costruzioni, non hanno nulla a che vedere con l’ambiente che le circonda. Rammarico inutile, tanto ormai è così dappertutto. Resta solo un magro sollievo: gi occhi dei posteri, nemmeno troppo lontani, probabilmente non saranno aggrediti dall’orrenda visione di questo ed altri anche peggiori scempi. Se buona parte delle nuove costruzioni, spuntate dal nulla a tempo di record, sono state erette con gli stessi “criteri” che ho visto, per lavoro, applicati in molti, troppi edifici nuovissimi in Carmagnola e dintorni… Quelle strutture non dureranno a lungo.

Seguire la strada principale per Castiglione, oppure scendere a Gallo via Perno? Non ho dubbi, la scelta cade su Perno; strada secondaria, offre un po’ di su e giù ed attraversa un borgo che io trovo meraviglioso. Matteo, preoccupatissimo per le sorti della sua impresa, mi prega di non aggiungere chilometri ai chilometri già previsti: “Ma no – lo rassicuro – tranquillo, di qua o di là come lunghezza è lo stesso!”. In realtà non ne ho la più pallida idea… Assaporo il gusto della vendetta: quasi sempre, quando ci lanciamo in qualche raid, è Matteo ad avere il controllo della situazione e del percorso; io, per quanto mi sforzi di prepararmi ogni volta al peggio, cado regolarmente vittima dei suoi peccati di sottostima (delle difficoltà del viaggio) e sovrastima (delle mie capacità fisiche e psicologiche). Nella corsa su asfalto conservo, per ora, una posizione di vantaggio: non certo per superiorità fisica, quanto piuttosto perché lui ha sempre rifiutato con orrore l’idea delle corse su asfalto di lunga distanza, già a partire dalla maratona, preferendo di gran lunga boschi e sentieri. Se io parto per correre sessanta km, ho la ragionevole certezza di completare il percorso, a meno di catastrofi; ce l’avrebbe anche lui, la certezza, solo che non ci crede. Per ora. Ergo, meglio che io mi goda quest’ultimo scampolo di supremazia.

Si torna a vedere cose belle: lungo la breve salita, un fitto bosco, intrecci di rami e rovi e primi timidi cenni di fiorellini; due edifici, uno più bello dell’altro; il secondo ancora in corso di ristrutturazione, ma un vero capolavoro, per quel che si può vedere. La strada abbandona il versante con vista su Novello per offrirci il panorama di Serralunga d’Alba; la pendenza s’inverte, in corrispondenza del bivio per la frazione Castello. Giù in discesa tra i filari di viti spoglie, d’aspetto quasi sinistro; il piccolo cimitero, l’abitato di Perno, un gioiello. Qui, chi ha messo mano alle case l’ha fatto con molto gusto. Oltrepassiamo la strettoia: i vistosi segni di strisciata sui muri lasciano intendere che non sempre chi guida i veicoli su di qua ha l’occhio attento per le misure…
Altri due ripidi tornanti ci precipitano giù verso il fondovalle. Per me, seconda sosta tecnica, a cui segue la saggia, sacrosanta quanto inutile lezione di Matteo sulla corretta alimentazione. Io lo so benissimo, cosa dovrei mangiare, quanto, quando e come. Ma è più forte di me: credo di avere una buona disciplina quando si tratta di costringermi a macinare km, ma sono impotente di fronte allo strapotere del mio disordine alimentare. I pasti regolari sono un lontanissimo ricordo dell’adolescenza, quando ancora comandava la mamma; da allora, non sono mai più riuscita a superare la dipendenza dal mangiucchiamento continuo e disordinato. Il fatto di lavorare a casa, vicina alla dispensa, peggiora la situazione; le premure di una mamma che mi vede sempre più smagrita e che, anziché prenotare una visita dall’oculista, mi fa trovare in ufficio carichi di derrate alimentari sufficienti per superare un assedio che duri un lustro, completano il disastro. Ovvio che ogni tanto il mio apparato digerente si ribelli, poveraccio, è il minimo che possa fare. Io invidio tanto, ma proprio tanto, chi ha la forza di volontà di seguire una dieta, o anche solo un criterio sensato nell’alimentazione; chi riesce a colmare il vuoto allo stomaco con una mela, anziché con un chilo di grissini; chi non sente la necessità di mantenere le mascelle in movimento perpetuo. Forse c’è stato un errore; forse era previsto che io nascessi ruminante, anziché essere umano… Non ce la faccio, non ce la faccio, non ce la faccio; ingurgito roba quando ho fame, per tacitare la fame, ed anche quando non ho fame, per chissà che razza di necessità compulsiva. Per carità, non uso condimenti di alcun genere al di fuori del sale, ma è proprio la quantità che mi rovina. Se non facessi tanto sport, sfiorerei probabilmente il quintale e mezzo…

La rampa più ripida ci scodella alla fine della discesa. Dal cortile di una cascina si avvicina un grosso cane: minaccioso per un istante, lascia ben presto intendere che l’abbaio è stato dettato da puro senso del dovere. Svolto il minimo sindacale del suo lavoro, ci osserva allontanarci, pigro. Ci rattrista molto, appena più avanti, il corpicino di un cagnolino a bordo strada: mi fermo, lo sfioro, ma non c’è speranza, è rigido. Morto, con l’occhio sbarrato. Una stretta al cuore: l’unica speranza è che, così com’è, credo che il trapasso sia stato istantaneo, senza troppa sofferenza. Povera bestiola…

La torre tonda di Castiglione Falletto incombe sui nostri crani, lassù, sulla sinistra. Non avevo mai notato la ricca segnaletica dei sentieri; forse è comparsa da poco, o forse me ne accorgo solo ora che mi sono convertita dalla bici da corsa alla MTB. In questa stagione sarebbe più adatta un’imbarcazione da palude, per sguazzare nel fango, ma, nella bella stagione, se mi resterà tempo, verrò in esplorazione. All’incrocio con la strada che da Gallo va a Serralunga, attraversa la strada un cagnolino quasi identico al piccolo che abbiamo trovato morto: un istante dopo, passa un’auto… Mi manca il fiato. Vorrei tanto poter mettere personalmente il cappio al collo del suo disgraziato padrone, due volte incosciente perché, lasciando l’animale libero, mette a rischio la vita della povera bestiola ed anche quella di chi, in auto o peggio in moto o in bici, dovesse trovarselo improvvisamente di fronte.

Superiamo l’ingresso della tenuta di Fontanafredda e raggiungiamo Gallo; da lì, imbocchiamo la direzione di La Morra. Un pallidissimo sole sembra quasi provare a farsi strada tra le nuvole. Qui la stanchezza si fa sentire, un po’. Gambe irrigidite, ecco, e fiato corto. Faccio finta di niente: la strada è ancora lunga; bisogna che mi convinca che sto bene, benissimo, perché in un modo o nell’altro a casa bisogna tornare. La collina è punteggiata di piccoli gruppi di case; i filari, ordinatissimi, sembrano disegnati con gli strumenti del geometra. Terra che deve valere uno sproposito, questa; pianti un palo ed esce vino, e che vino, per giunta!
L’avvicinamento al vero e proprio inizio dell’ascesa, alla frazione di Santa Maria, è uno strazio: un lunghissimo falsopiano in salita, con l’aggravante delle auto che, a quest’ora, ormai imperversano. Qualche timida sfumatura di azzurro si intravede in mezzo alla nebbia. Corro finché posso, o meglio, mi sforzo di rappresentare il movimento della corsa, ma c’è poco da fare. Riesco a correre per intero un’unica salita, anche ben più lunga di quella che ho affrontato stamattina verso Monforte; non riesco invece proprio a correre una seconda salita, per quanto facile, se in mezzo c’è stata una discesa. Le gambe si imballano, il cuore si rifiuta. Pazienza: m’infilo tra le case di Santa Maria al passo. Matteo non sembra avanzare obiezioni in proposito.

E’ ancora presto, ma già si sentono effluvii di sughi. Sulla piazzetta della frazione, adibita a parcheggio, un bellissimo cockerino ci punta con interesse: schizza sull’attenti, punta deciso verso di noi, scodinzolando con il suo moncherino di coda. Siamo in una doppia curva cieca; per evitare che il piccolo scriteriato finisca sotto un’auto, schizzo io dall’altro lato della strada. Una bestiola dolcissima, un bel pelo fulvo, fresco fresco di toeletta. Da un cortile, lì di fronte, esce una madama non più di primo pelo, fasciata in una pelliccia che arriva fino ai piedi e traballante su tacchi vertiginosi; “A cuccia – rivolta al cagnolino, in tono secco – a cuccia!”. Le lancio un’occhiata torva, che esprime tutto il mio disprezzo per l’indumento e per il contenuto; saluto il cagnetto, via, si riparte. Ma la bestiola non ritiene, è chiaro, di dare peso alle parole della proprietaria, ammesso che quella persona sia la proprietaria. Anzi, pensa bene di mettersi in marcia con noi. Trotta sul bordo della strada, salta il fosso con un’agilità insospettabile in un cagnetto di nobile stirpe, fa lo slalom tra le viti, ruzzola nel giardino non recintato di un’abitazione; esplora ogni centimetro quadrato di terra, ogni foglia, ogni vaso, tutti accuratamente segnati con alzata di zampa. Ma sì, adesso si ferma, adesso torna indietro… Macché: incurante dell’impegno profuso da chi gli ha appena lisciato, pettinato e cotonato il morbido mantello, il piccolo satanasso sguazza nel fosso, nel fango, in mezzo all’erba, fino ad assumere l’aspetto di uno straccio da pavimento infeltrito. Sembra persino felice di aver riconquistato la sua dignità di cane, lasciandosi alle spalle la maschera del pelouche da salotto. Se la carampana impellicciata è davvero la sua padrona, vorrei godermi lo spettacolo dell’espressione del suo viso, quando lo rivedrà… Come minimo stramazza a terra svenuta!

La sorpresa per il tenero incontro si tramuta però ben presto in un incubo, almeno per me. Il cagnetto non ha alcuna intenzione di tornare sui suoi passi. Continua a seguirci e, quel che è peggio, si lancia in folli corse da un capo all’altro della strada; ogni volta che si accorge dell’arrivo di un’auto, si acquatta e le si lancia contro, abbaiando, la insegue avvicinandosi alle ruote, troppo. Ho il cuore in gola, mi copro gli occhi ogni volta, vorrei fermarlo, prenderlo, riportarlo giù. E’ vero, ha senz’altro ragione Matteo, quell’animale conosce bene il posto e sembra muoversi con naturalezza; ciò non lo salva, tuttavia, dall’immenso rischio di finire investito. Angoscia, paura, lo vedo già colpito e steso sul ciglio, come quell’altro povero cagnotto che abbiamo visto appena prima di Gallo; mi manca il fiato… Non c’è verso di convincerlo a tornare a casa; non serve che Matteo ed io ci dividiamo, non serve che tentiamo la via in mezzo alla boscaglia; quello sparisce per qualche istante, ma poi ci ritrova, naso a terra, gioioso e soddisfatto come se si aspettasse un premio. Ed io che avrei voluto godermi questa piacevole, lunga salita! Eccolo dinuovo accucciato, ecco l’auto che arriva, lo investe, no, lo investe! Non c’è più nulla, né il panorama sfumato delle colline, né il timido raggio di sole, ho solo il terrore di ciò che accadrà a questa povera bestiola. Non è possibile che non accada… Vorrei, con tutte le mie forze, stringere un cappio al collo dell’irresponsabile che lo ha lasciato libero, mettendo a rischio lui stesso, povero piccolo, e chiunque abbia la sventura di cozzare contro di lui, magari in moto o in bici.

L’unica speranza è quella di “perderci”: oltre la rotonda, oltre il penultimo tornante prima di La Morra, tento il tutto per tutto, imboccando una stradina sulla sinistra che dovrebbe, credo, salire più diretta in centro paese. Faccio cenno a Matteo, che mi segue; il botolo è più avanti, impegnato in chissà quale tracciatura di piste ed odori. Ci affrettiamo su per la rampa: forse è fatta, forse non se n’è accorto, forse finalmente torna giù… Macché: rieccolo, più che mai allegro e sporco, infaticabile, torna a precederci, guida la nostra rotta. Dalla stradina imbocchiamo una ripida rampa in ciottoli, che ci porta al belvedere di La Morra: sbuffo, fatico, invoco i bastoncini. La bestiola no: da Santa Maria, avrà già percorso due volte la distanza ed il dislivello che ho accumulato io, a tutt’altra velocità, eppure schizza su come una biglia impazzita. In paese, prende ad esplorare tutti gli angoli, ad osservare i passanti; attraversa la strada principale schivando per un pelo le auto… Che facciamo adesso, che facciamo? Il senso di colpa è fortissimo, pari almeno a quello di impotenza. Sono terrorizzata; se ci ha seguiti fin qui, ci seguirà ancora, fin giù alla strada che passa sul Tanaro e raggiunge Pollenzo: lì non ha speranza, è destinato a finire sotto un’auto nei primi dieci metri. Bisogna fare in modo che non ci veda più, che se ne torni a casa, sperando che rientri incolume. Perché la strada la conosce, questo è sicuro. Detto, fatto; in un impeto di sconforto, ci lanciamo gambe in spalla lungo una via secondaria; non ci vede, non può vederci dal punto in cui si trova. Via, via, via, veloci! Il mio sprint dura poco: Matteo è già cento metri più avanti, quando io rischio il collasso. Non sono fatta per gli sprint. Qualche passante ci osserva interdetto; mi volto di continuo, come se fossi inseguita, braccata. Stavolta ce l’abbiamo fatta, sì, sembra proprio che ce l’abbiamo fatta. Devo solo fare attenzione a non inciamparmi, nella foga. E magari cercare di raggiungere Matteo, che ha preso il volo. Sussulto ad ogni fruscio di pianta, ad ogni abbaio dai giardini: non è lui, ditemi che non è lui… Infatti non lo vedo più. Spero solo, davvero, che torni a casa sua senza danni.

Imbocchiamo la lunga discesa verso Rivalta e poi al fondovalle; lunga, morbida e piacevole, con tanto di deviazione in mezzo ad un noccioleto. Esperimento da non ripetere attraverso i filari delle viti, onde evitare di essere impallinati all’istante. Va tutto bene, per il momento, anche se la pena per il cocker non si dissolve. Del resto, cosa avrei potuto fare? Non si sarebbe lasciato acchiappare… E ci avrebbe seguiti ancora, verso il tratto più pericoloso dell’itinerario.
Un pallido alone di sole tenta, di quando in quando, di bucare la foschia. I filari delle viti, ancora spoglie, danno al paesaggio un che di sinistro con questa luce così grigia. Ci sorpassano due ciclisti: mosche bianche, oggi. Del resto, io stessa non sarei saltata in sella; sono stufa stufa stufissima del freddo. Correndo ci si scalda di più.

Dalla vetta di La Morra a casa ci sono 38 km. Quindi ce ne mancheranno 36, giù di lì. A Rivalta poche anime al piccolo parco giochi davanti all’orrenda chiesa; nei cortili, solo i cani si accorgono del nostro passaggio. Non troppa fatica; solo qualche svogliato abbaio, il minimo sindacale per meritarsi la pappa. Appena prima del bivio con la strada di fondovalle, approfittiamo di una fontanella, accanto al cortile di un’abitazione; in bella vista campeggia la minaccia, “non potabile”, ma non ce ne curiamo. Io non ho nemmeno la borraccia: mi dà fastidio sentirla ballare nello zaino. E preferisco non approfittare troppo di quella di Matteo, che è molto più fobico verso la sete, rispetto a me. Berrò a casa.

Il tratto di corsa lungo la strada di fondovalle, che passa sul ponte del Tanaro ed arriva a Pollenzo, è il più caldo, proprio letteralmente. Il sole sembra finalmente fare breccia ed io sono vestita come l’Omino Michelin. In più, qui è il caso di accelerare il passo: c’è un traffico dannato; si respira gas di scarico e si rischia la cotenna. Via il berretto, almeno quello.
Pollenzo come non l’avevo mai vista: noto solo oggi un campanile ed un arco che non credo siano stati eretti negli ultimi mesi. E sì che in bici, di qua, sarò passata un milione di volte. Ma in bici, qui, non puoi permetterti di tenere d’occhio altro che la strada ed i criminali a quattro ruote.
Lancio un’occhiata di cupidigia al camioncino del venditore di arance, fermo alla rotonda. E pensare che a me neanche piacciono le arance; o meglio, mi piace la spremuta, ma non il frutto. Oggi però vince la sete… Matteo sembra tirare dritto senza esitazione: impossibile che lui ignori la presenza di materia commestibile nel raggio di sette chilometri! Che sia in arrivo la fine del mondo?

Ancora lo straziante rettilineo fino al semaforo di Macellai, poi saremo fuori dal caos. Attingo per l’ennesima volta alla borraccetta di miele, nell’illusione che questo basti ad allontanare la fiacca. Il boom dell’edilizia e del cattivo gusto ha dato il meglio di sé anche qui; ville, villette e palazzine spuntano come i funghi. Ce la faccio a proseguire fino a casa? E dai Gian, la cotta arriva sempre, ormai dovresti saperlo. Passerà. Superiamo il semaforo, le case, la farmacia; esorcizziamo la stanchezza chiacchierando. Ci troviamo in quel punto in cui abbiamo già tanta strada nelle scarpe, ma ancora tanta prima della meta. Matteo tenta il toto-chilometri mancanti. Venticinque o poco più. La breve risalita che passa sotto il ponte della ferrovia è un’ottima, inattaccabile scusa per camminare un po’; se persevero nel corricchiare in salita, qui rischio di saltare… Matteo accoglie la proposta e ne approfitta, guardacaso, per uno spuntino. La corsa riprende non appena dalla stradina di Macellai ci immettiamo sulla strada che da Bra va verso Pocapaglia. Il paese è steso come un lenzuolo sul pendio ripido della collina. Naso in su a guardare la chiesa; c’è una stradina che parte di lì e si reimmette su quella che stiamo percorrendo, più avanti. Certo, rispondo alla domanda inquisitoria di Matteo, che potremmo passarci, ma bisognerebbe salire fin lassù. Tutto dislivello inutile; non hai chiesto il percorso più breve possibile?
Superiamo un cortile con quattro splendidi pastori tedeschi che piantano cagnara per venti: non capita loro tutti i giorni di potersi scatenare contro un paio di podisti, qui. Passiamo anche oltre la microscopica filiale di banca, accanto al bivio per il centro dell’abitato: è una struttura così mingherlina che sembra di poterla rapinare dando un pugno alla parete… Un paio di curve e la pendenza s’inverte. Coraggio, un po’ di discesa e leggerissimo falsopiano. Poche case, pioppi, borgate sparse su per il pendio; il bivio per Monticello segna la fine della discesa. Le gambe se ne accorgono subito: si torna a salire, una salita appena accennata che patisco moltissimo. Mi distraggo seguendo con lo sguardo le stradine che si staccano sulla sinistra e risalgono la collina; chissà se ce n’è una che arriva a Sommariva perno, a parte quella che imboccheremo noi? Questo tratto mi sembra puntualmente interminabile, anche in bici. Mi conforta il pensiero della cioccolata calda che ci concederemo a Sommariva Perno: caso più unico che raro, è stato Matteo ad avanzare la proposta, questa volta. Anche se, ora che la temperatura ha raggiunto un livello confortevole, ci vorrebbe piuttosto una Coca Cola. Ed ho anche fame…

Accolgo la ripida “bretella” verso Sommariva con gratitudine. Oggi non è giornata: quanta fiacca… Si cammina, a passo svelto, in mezzo ai pioppi, per spuntare poi ai piedi dell’abitato. Lo risaliamo dall’interno, da una bella via in pavè, fino a tornare sulla strada principale, in corrispondenza del viale, che attraversiamo decisi in direzione del bar. Matteo armeggia con le bustine dello zucchero; ce ne metterà dodici, come minimo. E stavolta lo farei anch’io, se solo osassi. Invece ne metto una e mi tengo la fame. Ed anche la sete: la fontanella sulla piazza è ovviamente a secco, come precauzione per il gelo. Riparto mogia e molto fiacca, giù in discesa lungo la strada che porta a Ceresole. Matteo guadagna terreno, ma non ce la faccio proprio a seguirlo. Tengo il mio passo, aspetto che la situazione migliori un po’. Cimitero, supermercato, centro sportivo, in leggera discesa. Dalla rotonda mancheranno circa venti km. Orribili, lungo lo stradone, ma è la via più breve. Intanto, la regolarità dell’itinerario fa sì che io mi senta un po’ meglio. Ora procediamo per tappe ideali: la rotonda al bivio per Monteu; l’altro bivio per Sommariva Bosco; il passaggio a Ceresole; l’arrivo alla stradina di Santa Rita; casa. In effetti, la prima tappa è rispettata. Corro sul ciglio della strada; mi accorgo che sto tenendo, soprapensiero, una sorta di archivio dei rifiuti gettati nei fossi dai soliti, purtroppo numerosi ed agguerriti, idioti. Un ombrello, una bambola, una scarpa, l’altra chissà dov’è. Propongo a Matteo una variante: una stradina sulla destra che ci porta, con una breve risalita, a Ceresole per la via delle cascine. Almeno ci si leva da quest’autostrada. Matteo è molto preoccupato per l’inopportuna deviazione: “Ma no – sorvolo – fidati, è la stessa cosa”. Dinuovo con una certa maligna soddisfazione. Una volta tanto, non sono io quella che vive nell’angoscia. Anzi, devo dire che adesso mi sono ripresa; sto proprio bene. Un paio di morbide curve ed eccoci alla strettoia tra le cascine. Subito dopo, riprendiamo a correre in mezzo alla campagna, con l’occhio fisso al ripetitore, che indica la nostra meta. Intermedia, beninteso. Imponenti i filari di pioppi ancora spogli. In paese, tentiamo la sorte con la fontanella, senza speranza; infatti, anche questa è chiusa. Non lo ammetterò mai, ma ho una sete che mi divora. Dai, ancora un’ora o poco più e siamo a casa. Ultimo sforzo, ultimo tratto di strada trafficata. Ho la quasi certezza che ci sia, alla nostra destra, almeno una sterrata che corre parallela alla strada principale, ma non oso proporla; Matteo è un po’ provato, credo più preoccupato che stanco. Non vedo l’ora di potergli dire che manca poco, senza troppo mentire; conto i metri che mancano all’ultimo bivio, ma non posso ingannare me stessa, dal momento che conosco ogni sasso di questa strada.

“Ecco, guarda laggiù, quel cartello. Giriamo lì”. E poi, davvero, è l’ultimo sforzo; sei km al massimo, fuori dal traffico. Le cascine, i tralicci, l’impianto di pannelli solari ancora in costruzione; la cappella senza più tetto, in mezzo alla campagna. E’ bello questo tratto di strada, dolce, ondulato, da cui si vede, in posizione privilegiata e sopraelevata di qualche metro, la distesa della pianura e la corona delle Alpi. Offro per l’ennesima volta al mio sofferente compagno di viaggio la borraccetta del miele: “Dai prendila… Anche se ti fa venire sete, ormai siamo quasi arrivati”. Capitola, questa volta. Lo vedo più preoccupato che stanco, in realtà, ma non ce n’è più ragione. Quando ricevo il messaggio di mamma, che si domanda quale sia stato il nostro infausto destino, siamo ormai al cavalcavia dell’autostrada. Le prime case di Santa Rita, la curva, il sottopassaggio della ferrovia. E’ proprio fatta, poche centinaia di metri, l’ultimo tratto al passo. Casa: una sessantina di km di corsa alle spalle e l’accoglienza travolgente di Skipper, abbandonato parecchie ore fa, solo e ramingo, sul lettone. Solo dopo aver scolato un litro e mezzo d’acqua riprenderemo la favella.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!