1-2 aprile 2018 – PASQUA E PASQUETTA IN VERDON – primo giorno

“Non stai bene?”.

“Figurati. Per me, che patisco qualunque mezzo in movimento da chiunque condotto, questa meravigliosa sequenza di curve, su da Limone e Vernante e poi giù per la Valle Roja, con un migliaio di dossi talmente alti che solo Messner potrebbe superarli senza l’aiuto delle bombole di ossigeno, è una vera goduria”. Lo penso, ma non lo dico, anche se temo che il mio colorito verdognolo, gli sbadigli continui ed irrefrenabili, i ripetuti cedimenti ad un sonno breve quanto profondo lascino intuire qualcosa circa il mio stato confusionale del momento. Io adoro guidare, davvero, guiderei qualunque mezzo su qualunque strada, è un piacere quasi fisico, ma non posso pretendere di imporre sempre e comunque la mia volontà, soprattutto se il mezzo di trasporto in questione non è il mio. E poi, io amo guidare con la massima flemma, quella del pensionato col cappello e l’acceleratore fisso sui 30 km/h: ma il viaggio di oggi è già lungo… Quindi, alla fin fine, è meglio che guidi Matteo. Mi sacrifico.

Un breve tratto di autostrada mi concede di tornare temporaneamente allo stato di coscienza. I gendarmi, schierati in forze al passaggio della frontiera, non sembrano interessati al nostro furgone: probabilmente abbiamo la faccia di due che vanno a farsi la vacanza pasquale. Per fortuna non ci fermano per chiederci le nostre intenzioni: altrimenti, ci arresterebbero preventivamente, in attesa di accertamenti, perché chi progetta un attentato terroristico è senza dubbio un soggetto pericoloso, ma anche chi ha in animo di partire per il giro del Verdon di corsa a piedi non scherza.

La sosta all’autogrill è d’obbligo: scendere dal furgone è un’impresa per cui, in questo stato, mi servirebbero una corda ed un imbrago. Toccare terra in posizione eretta è un successo: ora tocca raggiungere le toilette. E qui, il primo successo della giornata. Dal bagno sulla sinistra esce un omone che biascica qualcosa facendo segno, sia a me che a Matteo, di entrare nel bagno di destra. Quello degli uomini. Io rimugino a voce alta: “Quello delle donne non funziona?”. E l’omone si illumina e ripete, in italiano molto stentato: “Non funziona!”. E già qui, se io fossi nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, dovrei immaginare che, se un uomo sta uscendo dal bagno delle donne per entrare in quello degli uomini, non è perché il bagno delle donne non funziona: semplicemente, è lui che ha sbagliato porta. Ma io raramente sono nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, soprattutto dopo tre ore di viaggio in dolce compagnia del mal d’auto. Il temutissimo “bergiabau”, come si chiama dalle mie parti. Quindi, sia pur tra mille titubanze, vinta dall’urgenza della vescica, entro furtiva come un ladro nella toilette degli uomini. Ma immediatamente si materializza un inserviente, maschio, che mi cazzia in francese e mi riconduce sulla retta via, nel bagno delle signore, perfettamente funzionante. Il fatto che ci entri pure lui è un dettaglio…

Insomma: espletate le formalità corporali, riprendiamo il viaggio. Purtroppo. E purtroppo, di lì a poco, abbandoniamo l’autostrada in quel di Grasse, per poi affrontare, dopo quindicimila rotonde e relativo sbatacchiamento della passeggera, la Route Napoleon verso Castellane. Come se non bastasse, Matteo, di norma pilota calmo, riflessivo ed attento a minimizzare il consumo di carburante, oggi dev’essere stato colto dal sacro fuoco del pilota di Formula Uno e prende sistematicamente le curve su due ruote, mentre io non ho nemmeno più la forza di protestare. Avremmo dovuto impiegare cinque ore di viaggio, ne impiegheremo sei, sempre che noi si arrivi interi: pazienza…

La mia agonia si conclude una dozzina di km prima di La Palud, al punto in cui la strada che arriva da Castellane si biforca e, a sinistra, va verso Trigance oltrepassando il ponte sul Verdon, mentre, a destra, prosegue diretta per La Palud. Abbandoniamo il furgone su una piazzola: la temperatura, ormai da parecchi km, non supera i 2-3 gradi, nonostante il sole sfavillante. Optiamo quindi entrambi, io che partirò a piedi e Matteo che si avvierà in bici, per l’abbigliamento lungo; io aggiungo anche la giacca antivento, perché sì, spira anche un vento discretamente gelido.

Il programma di viaggio per la giornata prevede questo: io percorrerò il giro delle Gorges correndo prima lungo la Rive Droite e poi risalendo per la Rive Gauche. Matteo partirà per il giro al contrario; mi incontrerà in un certo punto, presumibilmente intorno al giro di boa geografico del mio itinerario; poi farà il giro del Lac de la Croix, sempre pedalando; mi raggiungerà una seconda volta e infine tornerà all’auto. Per me saranno circa 80 km di corsa con, in sostanza, due punti di assistenza.

Sono ormai le dieci quando ci salutiamo e ci avviamo per i rispettivi allenamenti. Parto con un certo timore: fa parecchio freddo, tanto per cominciare, ed il vento s’infila nella giacca. Poi, ho pochi allenamenti lunghi nelle gambe. L’ultimo, da 77 km la scorsa domenica, è andato davvero bene, ma lì era un circuito, con assistenza ogni due km. Oggi qui è tutt’altra musica. Quasi quasi invidio un po’ i pescatori appostati sulle rive del Verdon, che scorre alla mia sinistra. Verdon di nome e di fatto: l’acqua ha un colore incredibile, non sembra nemmeno reale. Un po’, devo ammettere, è anche merito degli occhiali fotocromatici, mia recente scoperta che ha un ottimo influsso anche sull’umore. I colori rosso e verde, infatti, con le lenti scure risultano nettamente accentuati e fanno vedere il mondo a tinte più vivaci del reale, cosa che io adoro. Supero il ponte che abbiamo passato poco fa in auto: un cartello mi avvisa che sono sulla “Rive Droite”. Il primo tratto, tutto curve come l’intero giro del canyon, è di pianura, ma funestato dalle raffiche di vento che, quando arrivano di fronte, hanno l’effetto di una mano appoggiata sul petto per fermarmi. Poi la strada prende a salire, impercettibilmente, ma quel tanto che basta per abbattere il mio morale già sempre provato dai primi km di qualsiasi percorso.

Un cartello, dal ponte, avvisa che la strada è interrotta da lì a 12 km. Più o meno a La Palud, quindi. Non credo di dovermi preoccupare: penso che la chiusura non impensierisca chi si sposta a piedi. Alcuni km di salita appena più marcata, una breve discesa, poi ancora salita, su cui per ora mi sforzo di correre: ma ci rinuncio ben presto. Passo svelto, più svelto possibile, ma non sprechiamo inutilmente energie. Il traffico di auto e camper si fa intenso, per quanto possibile da queste parti: ma la strada sarà poi davvero interrotta?

Dopo l’Auberge du Pont Sublime, si comincia a salire, con ampie curve che fanno guadagnare quota ma mi stroncano le gambe. Non ho ancora preso il ritmo, il fiato, nulla. Cerco il lato della strada al sole, perché fa freddo anche in salita. Non ricordo molto di questi chilometri che pure, in passato, ho già percorso più e più volte in bici: e poi, in auto, in bici o a piedi, le strade sono completamente diverse.

Al bivio per la Route des Cretes, un cartello nella direzione di La Palud ribadisce il concetto: “Route barrée”. Ma vedo che le auto passano lo stesso, quindi proseguo la mia stanca corsa. Di lì a poco, appare La Palud, con la malefica salitella che porta in paese. E qui si svela l’arcano: la strada è interrotta perché, in centro paese, è stato completamente rimosso l’asfalto. Vedo un furgone ed un’auto arrampicarsi su per una stradina sulla destra, con pendenza al limite del ribaltamento: ci sarà un’alternativa… Ma io passo a piedi senza alcun problema, dritta e determinata verso uno dei punti segnati con vernice indelebile sulla mia personalissima mappa mentale dei bagni pubblici: la toilette appena all’uscita dell’abitato, sulla destra, subito dopo la grande vasca in pietra della fontana. Una delle cose che adoro, dei Paesi confinanti con l’Italia – perché sono certa che in Francia, Svizzera ed Austria sia così – è la densità di toilette pubbliche, tra l’altro quasi sempre molto pulite. Da noi non esistono: si presuppone che le persone siano puro spirito, scevre da volgari bisogni corporali. E, se esistono, sono in condizioni tali che una contaminazione da Ebola è il minimo che possa capitare a chi ci mette piede.

Tappa in bagno, con calma: ho macinato meno di 15 km, ma mi sento sfinita. Poi riparto alternando corsa e passo svelto, perché la salita, sia pur blanda, prosegue ancora per un po’. Nel frattempo, prendo nello zaino la mini-Colomba pasquale che sbranerò non appena inizierà la discesa. Alla mia sinistra, il canyon, profondissimo ed imponente, è sempre più vicino. Inizia, finalmente, la picchiata verso Moustiers, quasi tutta a fianco del baratro, pareti impressionanti di roccia che si stringono a picco sul fiume. E, all’orizzonte, la vetta del Mont Ventoux, innevata. Una meraviglia da allargare il cuore.

Sbocconcello la colomba a piccoli pezzi: credo siano tre etti abbondanti, con il cuore di crema di cioccolato. Ho una fame che ne mangerei tre… Intanto, la discesa mi dà l’illusione di star meglio e procedere spedita, anche se son sempre le gambe a sostenermi. Gli occhi fissi sul fondo della gola rocciosa e, ogni tanto, anche sulle vetture che mi arrivano di fronte. Breve pausa alla grossa fontana in pietra sulla destra, per riempire la borraccia: anche se la temperatura non è alta, il vento e la corsa seccano la gola. E poi, devo cercare di non patire la sete, ancor meno che la fame.

Negli ultimi km prima di Moustiers, la strada si allontana dal corso del fiume. Guardando dall’alto, noto evidente un tratto di sentiero che si stacca, un po’ più avanti, dalla strada che sto percorrendo io e taglia drasticamente l’angolo della rotonda di Moustiers, andando a scendere sulla strada di fondovalle, proprio accanto al ponte sul Verdon, di fronte al verdissimo lago. Da quassù, vedo nitidamente tutto il tracciato. Se lo imboccassi, mi risparmierei un bel tratto di stradone: ma tra non molto dovrei incontrare Matteo che risale dal fondovalle; rischierei di non trovarlo. Meglio non rischiare. Passo oltre il bivio del sentiero, con un po’ di rammarico.

La parete di roccia lascia il posto al bosco, negli ultimi km prima di arrivare a livello del lago. Proprio qui, intorno al mio 29° km di corsa, vedo comparire Matteo che mi sale incontro, in bici. Approfitto per una pausa: da seduta, come raccomanda sempre l’altra mia fida scorta ciclistica, Ivano. La pausa si fa da seduti, a riposare le gambe mentre le ganasce lavorano. Uno yogurt, un po’ di focaccia, pane e maionese: e sì… Il tubetto di maionese mi fa compagnia nel taschino dello zaino: anche se la sola idea fa inorridire quasi tutti i podisti, io adoro questo alimento maialissimo, che leva la fame e la nausea, almeno a me. Infatti ho già attinto durante la discesa, in verità. Sì, ho la fortuna di uno stomaco che digerisce anche i sassi, nonostante lo sforzo.

Ancora un po’ di the dalla borraccia di Matteo: poi la pacchia finisce. Ci congediamo: io scenderò giù fino al lago e poi, dopo un tratto di strada più o meno pianeggiante, attaccherò la risalita verso Aiguines e la Rive Gauche del canyon; lui farà invece il giro del lago. Ci reincontreremo, probabilmente, quando io sarò ad Aiguines.

Ripartire dopo una sosta è sempre una tragedia: scricchiola tutto… Per fortuna, c’è ancora qualche tornante in discesa che mi aiuta a riprendere il ritmo. Alla rotonda, giro a sinistra. E qui comincio a patire un po’ il caldo: sono vestita con maglia a maniche lunghe, pantaloni lunghi e calze al ginocchio della Compress, un esperimento. Sono molto comode, in effetti, ma indossarle per una corsa di una decina di ore forse è stato un azzardo. Amen, ormai è fatta. Esaurisco in fretta l’acqua della borraccia: qui la quota è bassa e l’asfalto dello stradone riverbera il sole limpidissimo del primo pomeriggio. Alla mia destra, il lago, sulle cui sponde sono assiepati camper e tavolini da picnic. Mi sforzo di tener duro, nonostante la fatica cattiva: è solo un breve tratto, poi si tornerà a salire e quindi a riposare un po’, camminando a passo spedito. Raggiungo il ponte, sul Verdon, con uno splendido colpo d’occhio dal basso sulla strettissima gola: ci sono alcune canoe. Ormai al bivio per Aiguines dovrebbe mancare un chilometro o poco più.

Ci sono, finalmente. Si svolta e si ricomincia a salire. E quindi, al passo. Su questa pendenza, un occhio al Garmin, riesco a viaggiare intorno ai 5,5 km/h, che tutto sommato non è neanche malaccio. Il dolore ai piedi che mi dà il tormento da qualche mese è spuntato nel tratto di fondovalle ed ha tutta l’aria di volermi far disperare: soprattutto il piede sinistro. Ogni appoggio è una fitta sull’esterno: cerco di “storcere” il passo in modo da appoggiare la parte interna del piede e, soprattutto, cerco di pensare ad altro. Fa ancora caldo e la borraccia è ormai desolatamente vuota. Il punto critico del giro del Verdon in effetti è l’acqua: ci sono pochissimi punti in cui è possibile riempire la borraccia, soprattutto da questo lato del canyon. C’è una fontana ad Aiguines, ce n’è un’altra prima del Col d’Illoire, ma le distanze a piedi sono lunghe. Volendo percorrere il giro nella stagione calda, bisognerebbe trovare il modo di portarsi dietro una bella scorta d’acqua, cosa che, per il podista, non è facile.

Resto a secco per i sei caldi km fino all’abitato. Ricordo che in paese la fontana c’è, da qualche parte. Mi piacerebbe anche comprare una bottiglia di Coca Cola in un negozio di alimentari: ma i negozietti sono chiusi. Sono aperti alcuni bar, ma c’è troppa folla nei dehors. E’ più forte di me: forse non è paura, ma certo il mio è un profondo senso di disagio quando mi trovo in mezzo a tanta gente. Preferisco, dopo qualche esitazione, tirare dritto, con la mia borraccia in mano, a caccia della fontanella. Incrocio i passi di un omone dai tratti marcatamente nordici, che mi chiede in inglese se io abbia bisogno d’acqua: in tal caso, ne ha una scorta nell’auto parcheggiata proprio lì. Ringrazio, ma vedo proprio in questo istante la fontana. L’omone mi chiede dove io sia diretta: “Devo andare a Trigance”, gli rispondo. Vedo perplessità sul suo volto: da qui a Trigance ci sono ancora 40 km…

Con la borraccia piena, riparto. Per telefono ho sentito Matteo, che è in dirittura d’arrivo. La salita qui si fa più ripida, ma ormai io ho il mio passo marziale che mi porta su senza problemi, una volta placata la sete. Poche curve più su, ecco Matteo alle spalle. Altra sosta, sempre da seduta, altro pasto caotico, dal cioccolato al pane con la maionese, passando per gli amaretti ed il the. A questo punto ho una tale fame che potrei incenerire qualsiasi cosa. 46 km ed un bel po’ di salita alle spalle. Ancora una volta, si riparte. Il programma, a questo punto, prevede che Matteo raggiunga Trigance in bici entro le sei e mezza, perché lì è il B&B prenotato per la notte; dovrà prendere le chiavi, poi andare a recuperare il furgone, indi avvicinarsi con il furgone al B&B, oppure venirmi incontro un pezzetto, visto che, a quell’ora, anche io non sarò più molto lontana da Trigance. Programma complicatissimo e che presuppone una velocità di crociera non indifferente per essere portato a termine, ma il bello è che, in questo, Matteo è sempre una garanzia. E’ sempre più veloce di qualsiasi previsione.

Proseguo a passo più veloce possibile, mentre, alle mie spalle, arriva una coppia di ciclisti. Salgono a buon ritmo, ma si fermano ad ogni belvedere: del resto, da quassù, lo spettacolo è impareggiabile. La strada che ho percorso prima, dall’altro lato della gola, è talmente vicina che pare di poterla toccare stendendo il braccio; le pareti rocciose sono impressionanti e paurosi sono i salti di roccia verticali. Ho già percorso il Verdon più volte in bici, ma girarlo a piedi è una scoperta, come non averlo mai visto.

La temperatura è già scesa parecchio. Anzi, da questo lato delle Gorges, il sole al pomeriggio su molti tratti di strada non arriva già più, lasciando il campo libero al freddo portato dal vento: se non fosse che sono in salita e sto cercando di menare i piedi il più in fretta possibile, in alcuni tratti avrei quasi la tentazione di indossare la giacca. E’ nettissimo il contrasto di luce tra i tratti ancora al sole ed i tratti già in ombra. Il Verdon, là in fondo, è un filo verdissimo, contorto.

Il traffico è intenso, ma sempre cauto: pur con tante auto, tante moto e tanti camper su una strada stretta e destinata a piloti arditi, oggi non ho corso il benché minimo rischio. Ovvio: non è suolo italico, questo. Se fossimo in Italia, avrei già fatto collezione di improperi e colpi di clacson.

Ormai il Col d’Illoire è a poca distanza. Supero la grande fontana sulla mia destra, ma questa volta non mi avvicino nemmeno, all’acqua: sono già abbastanza intirizzita. Riprendo a correre, perché, oltre il colle, mi attende una lunga e comoda discesa in cui sgranchire le gambe. Alla mia sinistra, davvero ad un tiro di schioppo, abbarbicata sull’altro versante del canyon, la Route des Cretes, la strada che compie un ampio e panoramicissimo giro partendo ed arrivando a La Palud. Quello è il programma per domani. Adesso, la lunga discesa mi porta ad allontanarmi pian piano dal tratto più aspro delle Gorges, per raggiungere un bellissimo altopiano deserto, punteggiato da pochissime costruzioni e da qualche gregge di pecore. Memorabile l’incontro con tre meravigliosi pastori australiani ed un collie, di guardia ad un bell’edificio in corso di ristrutturazione. I tratti di risalita sono brevi e molto dolci: mi sforzo di correre comunque o, al limite, di alternare un tot di passi di camminata ad un tot di passi di corsa. Il traffico è cessato all’improvviso, le ombre si allungano. Sono io e solo io nel raggio di chissà quanti chilometri: un silenzio quasi irreale, un paesaggio immobile, una meraviglia.

Raggiungo il Pont de Soleils con le luci del tramonto: un gruppo di turisti si sporge a guardare il vuoto sotto questa struttura eccezionale che congiunge due lembi di terra separati da una profondissima crepa. Il corso d’acqua sul fondo non è più il Verdon, rispetto a cui qui mi trovo parecchio spostata a destra, ma l’Artuby. Scatto qualche foto, mi azzardo ad affacciarmi, ma per me, da sempre terrorizzata dal vuoto e dalle altezze, non è spettacolo consentito. Ci sono centinaia di metri di salto da qui al fondo: e pensare che, proprio da questo parapetto, si pratica il bungee jumping. Esperienza che, nonostante la mia paura, mi tenta moltissimo: ma tengo famiglia, madre e cani, non posso rischiare così tanto per un capriccio.

Meglio tirare dritto. Oltre il ponte, la strada riprende a salire dolcemente e, da qui in poi, alterna tratti di lieve risalita a tratti più lunghi di marcata discesa. Oltre una curva, una folata improvvisa ed inaspettata di vento mi inchioda, come se avessi picchiato la faccia contro un muro. Subito dopo, due brevi tratti di galleria buia, che non mi è facile affrontare: le lenti degli occhiali sono scure per effetto della luce e, senza occhiali, io non vedo un tubo… Cerco di sollevare bene i piedi per non inciampare e di superare in fretta l’ostacolo. Di lì in poi, davvero viaggio nel nulla, un paesaggio forse per certi versi sinistro, silenziosissimo, di bosco e prati senza fine. Ormai sono le sei e mezza, circa; Matteo non dovrebbe più essere lontano, secondo i miei calcoli. Faccio i conti con la fame ormai costante e le scorte alimentari ridotte: trangugio, sempre correndo, una barretta al cioccolato e cocco, seguita dall’ultimo residuo di maionese che estraggo a fatica spremendo il tubetto. La strada torna a salire ancora: la pendenza è dolce, ma le gambe cominciano a sentirne il peso. Forse, più che delle gambe, è colpa di un po’ di sconforto che mi assale a seguito della stanchezza. Venti passi di camminata, cinquanta passi di corsa, venti di camminata, cinquanta di corsa; mi concentro su questo e non penso ad altro. Ed ignoro i morsi della fame ed anche della sete. Ormai sono a quota 65 km: ad onor del vero, i muscoli non sono così provati come avrei immaginato, però… Insomma, diciamolo pure, ne avrei anche abbastanza. Ecco. Mettiamola così: potrei correre ancora per un bel po’, ma dovrei prima fare una robusta cena e magari una doccia.

Coraggio, Gian, tra non molto arriverà Matteo, con un mezzo o con l’altro. Tento di capire fin dove la strada andrà a salire, mentre il sole si abbassa e le ombre si allungano a dismisura. Qui siamo più ad ovest rispetto a casa, quindi il buio dovrebbe concedermi un po’ più di margine. E poi, mal che vada, ho la pila frontale.

Mi superano un paio di auto. In lontananza davanti a me, mi sembra di scorgere una figura che scende. E’ lui, è Matteo, finalmente. Anche se non è molto gentile, da parte mia, ammetto che, in questo momento, sono felice di vederlo soprattutto nella sua qualità di portatore di cibarie e conforto… Ha fatto tutto quel che doveva fare e poi, siccome i 180 km percorsi durante la giornata non gli parevano sufficienti, ha pensato bene di lasciare l’auto a Trigance e pedalarmi incontro. Gli chiedo subito dell’acqua: ha di meglio, una graditissima bottiglia di succo di frutta che ha il sapore di un miraggio. Basta questo a farmi sentire già meglio, mentre si avvicinano la fine della salita ed i 70 km percorsi. Sta per calare il buio: Matteo riparte per recuperare l’auto e venirmi un pezzetto incontro, in modo da farmi lo “sconto” di qualche km, mentre io proseguo a piedi. In discesa e con lo stomaco momentaneamente tacitato, sto molto meglio e riprendo a correre di gran carriera. Qualche km dopo il colle, imbocco il bivio a sinistra in direzione di Trigance: do fondo a quel che resta delle energie per approfittare della pendenza favorevole. E’ ormai quasi buio quando scorgo i fari del furgone che si avvicinano. 75 km esatti, neanche a farlo apposta: per oggi possono bastare.

Il B&B è una struttura semplicissima e meravigliosa, così come la camera, anche se ci vorrebbe una laurea in fisica nucleare per capire come far scendere acqua calda dalla doccia. E poi la cena, come ai bei vecchi tempi: due belve affamate all’assalto delle scorte portate da casa, sul tavolino della camera. Pane, formaggio, crema di cioccolato, insalata di riso in rigoroso ordine sparso; opera di accurata pulizia delle briciole e perdita immediata di conoscenza sotto al piumone. Il programma di domani sarà un po’ più leggero, ma si dovrà comunque correre.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!